Sabato 28 Febbraio 2026 | 15:23

Nazionalismo europeo e futuro, mai disaggregare la necessaria unità tra i popoli

Nazionalismo europeo e futuro, mai disaggregare la necessaria unità tra i popoli

Nazionalismo europeo e futuro, mai disaggregare la necessaria unità tra i popoli

 
Gianfranco Longo

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Gianfranco Longo

L'editoriale di Gianfranco Longo: «Nazionalismo europeo e futuro, mai disaggregare la necessaria unità tra i popoli»

I poteri nazionali rischieranno di espandersi sempre di più in Europa, lasciando affiorare, come loro dottrina principale, il propagarsi della paura

Sabato 28 Febbraio 2026, 12:29

Coesione, aggregazione, unità, comunità, patto, aderenza… sono varie parole, poi divenute concetti che abbiamo letto ed ascoltato, concetti che profilano la speranza europea, dove popoli, popolazioni, famiglie vorrebbero trovarsi a condividere qualcos’altro, cioè una parola che travalica ogni arzigogolo della storia politica ed ogni meandro dei nazionalismi: la cittadinanza.

Una cittadinanza europea scongiurerebbe la guerra, sebbene si potrebbe obiettare che a lungo vari Stati europei e non solo, abbiano dovuto subire le ferite delle guerre cosiddette «civili», le guerre fra gli stessi cittadini di uno Stato, le guerre che dilaniano tradizioni, lingue, culture interne e che infrangono uno stesso tessuto comunitario. Si finisce con il rischiare di osservare da lontano l'Europa, continente che fortemente ci riguarda, terra che ha trovato però in un percorso illusorio, fuorviante, quello della moneta unica, l'aspettativa per una sua coesione: ma unicità monetaria non significa affatto unità politica e men che mai aggregazione culturale o patto di pace, come neppure comunità di incontro fra i popoli. In realtà si tratta soltanto di un miraggio di coesione, un'infatuazione che non rivela speranze di pace.

La pace, infatti, non nasce fra debiti e crediti, né si ottiene riunendo una serie di politiche monetarie diverse fra loro, offrendo alle singole cittadinanze l’illusione di essere una sola popolazione, e non un popolo. Infatti quanto rimane nel tempo è il divincolarsi, dalle numerose strettoie monetarie e finanziarie, dei variegati nazionalismi, molto spesso già ben presenti singolarmente all'interno di quegli Stati delusi dal comprovare, non una cittadinanza europea, ma una condivisione di dividendi fra pochi, una sostanziale apolidia, o meglio una «cittadinanza politico-monetaria». Proprio tale curiosa «cittadinanza» sta trascinando ogni popolo europeo agli squilibri della coscienza di classe e di casta: dopo pochi anni di tripudio offerto da un benessere momentaneo, man mano ci si è accorti di un fallimento collettivo, un fallimento principalmente tedesco: in Europa causa sempre di un pericolo politico, di un abisso per l'intera umanità e di un rischio storico. Affidarsi alla Germania equivale prima o poi a rimanere stritolati in un patto demoniaco.

Peraltro il nazionalismo, rimasto ben radicato all'interno del continente europeo, con un perpetuarsi di conflitti peculiari, non rifiuta quanto proveniente dal difuori dei confini «nazionali», piuttosto lo ingloba e lo fagocita; lo omologa assimilandolo a canoni di riequilibrio dell’ordine e del controllo interni. I poteri politici nazionali rimodellano, nel loro proprio linguaggio, ogni richiesta di pace che si tramuta in un'opportunità di guerra, estrema ratio per rifornire di contributi l'economia, rilanciandola in squallide forme di convivenza, attendendo di essere cittadini. Questi stessi poteri, peraltro, vanificano i popoli, enumerandoli in tutta una serie di popolazioni, di gruppi linguistici, di etnie, di orde, di moltitudini. Il nazionalismo frammenta, divide, scheggiando ogni popolo in tante compagini disomogenee, che vedono nei disordini sociali collettivi il punto di arrivo di una paradossale e fantomatica idea di libertà.

Questo temibile aspetto del potere politico ricompatta così le insicurezze sociali, economiche, politiche interne, svolgendole nel loro opposto: un canone di sicurezza e un collaudato modello di controllo, infine soffocanti, infine assimilabili ad una menzogna storica stravolta in occasione di lucro e strozzinaggio, di usura congegnata, tappezzata di loden e bon ton: l'Unione Europea.

Il sistema si va così man mano allargando per divenire modellizzazione, cioè esportazione di un referente di verità politica o storica, alterato da necessità contingenti di potere. Nascono pretese propagandistiche ancor oggi, pretese che prescindono da qualsiasi accordo precedente, violando palesemente le sovranità di altri Stati, addirittura facenti parte dello stesso continente europeo, legato e tenuto assieme dal nodo scorsoio di un criterio monetario cui però sfugge ogni singolare e peculiare realtà statuale, proprio perché l'Europa ancora non si è evoluta in una cittadinanza comune, ma è un'Europa che tristemente galleggia nell’ambiguità mostruosa del mercato comune, della moneta comune, delle aspettative di dividendi comuni, senza essere coesione politica, patto di pace continentale, garanzia di un incontro, salvaguardia di una comunione culturale in grado di essere Europa e non un suo ennesimo nazionalismo…, un ennesimo sciacallo, infine soltanto bipolarmente francese o tedesco.

In una tale prospettiva il nazionalismo pone le basi di una collettività unitariamente politica, pericolosamente patriottica, partigiana, ristretta a ben pochi ideali di fondo, priva di forme di pluralismo politico-elettorale, a meno che queste non coincidano con una ideologia nazionale integrante trasformazione sociale e modernizzazione del contesto politico e culturale: nel nazionalismo non si sviluppano elementi che delineino modelli politico-costituzionali, ma prioritariamente rispetto a questi ultimi, risaltano componenti popolari, etnico-razziali, proclamando lo Stato quale modello ideologico, etico-culturale ed etnico-politico, esaltante valori appunto patriottici e storico-tradizionali. Sono queste le basi del populismo nazionalistico da cui nascono le dittature come una forma di protezione del territorio da intromissioni esterne. Cosicché le guerre, successivamente, diventano un mezzo opportuno, anche a sacrificio delle proprie collettività nazionali, per affrontare le minacce immaginarie provenienti da oltreconfine per poi poter giustificare guerre e conflitti, invocati a difesa dei confini nazionali o intraprese per la restituzione di territori considerati propri.

Si tratta di guerre che iniziano da pressanti provocazioni, e da un flusso costante di insediamenti territoriali del tutto arbitrari, per poi espandersi a conflitti armati di cui ancor oggi l’Europa offre uno scenario penoso: le guerre di rivendicazione territoriale, fase matura del nazionalismo, sono servite per tenere alti all’interno della società civile quei radicamenti, nazionali ed etnico-simbolici, che hanno contribuito a sospendere preventivamente l’esercizio delle libertà fondamentali e la garanzia dei diritti individuali con il fine, del tutto paradossale, di tutelarne salvaguardia e legittimità.

Perciò i poteri nazionali rischieranno di espandersi sempre di più in Europa, regionalizzando e territorializzando il nostro continente in diversificati assetti di rivendicazione, lasciando affiorare, come loro dottrina principale, il propagarsi della paura in maniera capillare, affinché gli elementi etico-statuale ed etnico-razziale diventino addirittura una qualità da custodire. La conseguenza sarà anche quella di alimentare costantemente un sospetto politico di insicurezza sociale, sospetto derivante da una specifica sindrome storica: quella dell'assedio esterno. Pertanto una paradossale svolta di pace in Europa non sarebbe quella di allargare le pretese di moneta unica ad altre nazioni. Ciò equivarrebbe a riadattare un antico adagio nel suo contrario: si vis bellum, para pacem. Sarebbe come trasformare tutta l'Europa nello sciacallaggio UE e sarebbe, infine, sconfiggere l'unità assecondando lo scontro, disaggregare la comunità distanziando l'incontro fra i popoli, rinunciando definitivamente ad una cittadinanza europea.

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