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In Puglia e Basilicata

La riflessione

Un diario di frontiera: ripartiamo da Lampedusa per capire le migrazioni

Un diario di frontiera: ripartiamo da Lampedusa per capire le migrazioni

Essere parte di un centro che si ricorda di te solo quando ha qualcosa da nascondere non basta più ai lampedusani

16 Maggio 2022

Christian Elia

Comincia con questo articolo la collaborazione con la «Gazzetta» del barese Christian Elia, giornalista e documentarista

La parola Lampedusa è al centro della lavagna, da sola, come un'isola in mezzo al mare. Lentamente si uniscono parole, una alla volta, come barche che attraccano. Si parte dalla rabbia, dal sentirsi sempre raccontati, sempre nello stesso modo. «Sbarco», «invasione». Poi dalla rabbia della mancanza: i trasporti complessi, non avere un ospedale sull'isola e tutto quel peso che, a volte, significa frontiera.

Mentre il tempo passa, però, emerge lentamente tutto il resto. L'amore per Lampedusa, la cultura di generazioni di pescatori, il sentirsi parte di un processo globale che ti mette di fronte alla scelta più grande: come restare umani? Gli studenti dell'Istituto Omnicomprensivo «Luigi Pirandello» di Lampedusa rivendicano – in un laboratorio di narrazione collettiva – il diritto a raccontare la propria storia, stanchi di essere oggetto, reclamano lo spazio dell'essere soggetto del racconto.

Questo laboratorio, attorno alle parole e alle narrazioni, attorno a migrazioni e vita sull'isola, è solo una parte del processo che negli ultimi anni ha visto Lampedusa capofila di un progetto europeo che ha portato più di trenta comuni d'Europa a federarsi per darsi una voce unica. Si chiama «Border Towns and Islands Network» (BTIN), sono arrivati a essere ricevuti da Papa Francesco I e dal compianto David Sassoli al Parlamento europeo.

Reclamano, collettivamente, il diritto a non sentirsi sempre periferia di un centro che, dai confinati politici del fascismo fino agli hotspot per migranti di oggi, legge i suoi margini solo in chiave escludente.

Essere parte di un centro che si ricorda di te solo quando ha qualcosa da nascondere non basta più ai lampedusani. Tre anni di incontri, scambi culturali, condivisione di buone pratiche di gestione dell'essere confine, che inizia a voler essere sentito come risorsa, non come limite. E in questo cammino, giorno dopo giorno, dalla Bulgaria all'Ungheria, dalla Grecia alla Spagna, Lampedusa ha tessuto una rete, come quelle dei suoi pescatori, fatta di quotidiano resistere in mezzo a un mare sempre in tempesta.

Quella della propaganda e delle politiche europee che troppo spesso scaricano sui territori di confine la loro incapacità di risolvere - alla radice – le questioni chiave: guerra e fame, cambiamento climatico e persecuzioni, diseguaglianze economiche e prospettive di vita.

Anche la Regione Puglia è stata partner di questo progetto che ha portato alla nascita del BTIN, nell'ambito del progetto «Snapshots from the Borders», rappresentata dalla Fondazione IPRES. E oggi, quel progetto, si alimenta di un nuovo sogno per i lampedusani.

Un sogno molto concreto, visto che è già partito il progetto che porterà alla trasformazione dell'ex base militare Loran, della Nato, abbandonata da anni, a diventare un Centro Studi internazionale sulla Pace. Un progetto che, oltre al coinvolgimento dei ministeri competenti, coinvolge la Regione Sicilia e il prestigioso studio dell'architetto Stefano Boeri. Una rigenerazione fisica, della struttura, e culturale. Un simbolo di militarizzazione dei confini che diventa una casa internazionale per ricerca scientifica, residenze artistiche, strutture museali multimediali e convegni, eventi internazionali. In una grammatica che da tempo, come ci ricordano i fatti di cronaca di questi giorni, ha smesso di considerare la pace come sola assenza di guerra, ma come un processo che generi sostenibilità ed ecologie, ambientali e culturali, pari opportunità e risposte condivise a problemi globali.

Mutare il senso dell'essere frontiera, da limite a risorsa, reclamando il diritto alla propria storia e a non essere sempre raccontati per sottrazione. Un discorso che, in Puglia, potrebbe essere un suggerimento, uno sguardo nuovo verso quella sponda adriatica che spesso è dimenticata. Dagli arrivi massivi degli anni Novanta a oggi, quello dei flussi migratori è diventato un discorso relativo, ma i numeri della rotta adriatica sono in crescita. Piccole imbarcazioni, spesso a vela, continuano ad arrivare sulle coste pugliesi e raccontano di una rotta migratoria che non è mai finita per davvero, ma come un fiume carsico si inabissa per poi tornare. Quello che gli ultimi trent'anni insegnano è che non è questione di immaginare un'utopica fine di migrazioni che coincidono con la storia dell'umanità, ma di gestirli. O addirittura farli diventare una risorsa culturale per quei territori che la storia e la geografia pone sui confini, che da periferie si possono trasformare in centri di cambiamento.

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