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Un'Europa ancora troppo fragile: ora nuove regole

Un'Europa ancora troppo fragile: ora nuove regole

Distruzioni e perdite di vite umane sono però ancora drammatico racconto quotidiano. E in verità parte della risposta dipende anche da noi e dalla UE in particolare

06 Maggio 2022

Enzo Lavarra

Il 24 febbraio Putin ha invaso l’Ucraina con l’obiettivo di cancellarne la sovranità. Ha fallito nel suo principe obbiettivo per la strenua resistenza di quel popolo. Anche per il sostegno dell’Occidente, fino all’invio delle armi.

Distruzioni e perdite di vite umane sono però ancora drammatico racconto quotidiano. E in verità parte della risposta dipende anche da noi e dalla UE in particolare. Nelle cancellerie occidentali si confrontano due opzioni: la guerra totale per abbattere l’orso russo con l’escalation militare; è la posizione dell’Amministrazione americana e della Gran Bretagna da un lato. E una più intensa e determinata azioni politico- diplomatica che si proponga una tregua e un compromesso fra i belligeranti dall’altra. Entrambe attorno alla più strenua difesa della sovranità delle Ucraina. La guerra totale e il cambio di regime a Mosca è scelta irrealistica e pericolosa . Produce il perdurare dei massacri in Ucraina e una destabilizzazione di lungo periodo di tutta la Europa su un piano inclinato che può coinvolgere le potenze nucleari. È il contrario di una prospettiva di sicurezza comune fino agli Urali . Che può essere preparata da una nuova conferenza mondiale con Onu, Ue, e tutte la maggiori potenze del globo.

Sulla linea della iniziativa politico-diplomatica muove la intraprendenza senza tema del Papa . Ma quel che conterà sarà la postura della UE. A favore della tregua per via diplomatica porta contributo non secondario la rielezione di Macron in Francia. Egli non fa mistero del suo progetto e della sua ambizione. Rendere la Francia fra le maggiori protagoniste di una nuova fase della integrazione europea. E così come era avvenuto di fronte alla pandemia, riaffermare che nessun paese può farcela da solo di fronte alle crisi globali; specialmente ora di fronte alla tragedia della guerra nel cuore della Europa. In questa prospettiva si annuncia la ripartenza del motore franco-tedesco con un ruolo molto più significativo del nostro Paese. Prospettiva che è coniugazione della leale appartenenza alla Alleanza atlantica con l’agire di uno spazio di autonomia possibile che fu dei grandi europeisti. E che oggi decide del dopo. Ovvero se cessata la guerra e gli orrori dei massacri per gli ucraini - si spera quanto prima - sarà solo competizione Usa e Cina nel definivo declino dell’Europa e o se ci sarà un ruolo per una UE di 500 milioni di persone nel costruire una nuova coesistenza pacifica. L’Italia con la sua peculiare storia e funzione è centrale nel tessere politiche di cooperazione verso lo scacchiere euromediterraneo, assieme a Francia e Spagna. Scacchiere altrimenti messo fuori quadrante dalla proiezione dell’asse europeo solo verso l’est. L’impegno verso il Mediterraneo deve evitare che la logica della «guerra totale» e il blocco dell’approvvigionamento di grano da Ucraina e Russia significhi per l’Africa l’aggravamento più drammatico di carestia e povertà, e la spinta alla immigrazione biblica di masse di diseredati sulla sponda sud dell’Europa .

Ma quale è la condizione non più rinviabile per la Ue come global player? Da Macron e dal discorso di Draghi al Parlamento europeo è emersa finalmente l’urgenza della Riforma istituzionale della UE. La sua fragilità nelle scelte di politiche comuni (difesa, energia, fisco) nasce da regole obsolete e dal condizionamento intergovernativo del suo assetto. Per questo occorre superare la regola del voto all’unanimità e il potere di veto di singoli Paesi e affermare il voto a maggioranza in seno al Consiglio; riequilibrare a favore del Parlamento eletto dai cittadini il potere dei Governi nel Consiglio europeo. E di fronte alla riluttanza di alcuni Paesi a questa Grande Riforma, ricorrere alla Cooperazione rafforzata «prevista» dai Trattati (l’euro ne è un esempio) che consente a un gruppo di Paesi di avanzare verso politiche comuni (lasciando aperta la porta per adesioni successive). Quanto alle istanze di ulteriore allargamento della Ue a Ucraina e altri Paesi si deve trarre lezione dal passato. Una asimmetria di regole e il dumping sociale (le delocalizzazioni delle industrie dove il costo del lavoro è più basso e la penalizzazione del lavoro in altri Paesi Ue) rischiano di creare divisioni fra Paesi Ue e fra gli stessi ceti sociali più deboli nei singoli Paesi. Da qui l’interesse della proposta di Enrico Letta: costruire per ora una Confederazione a due cerchi, gli Stati Membri UE e i 9 stati che chiedono l’adesione.

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