Giovedì 13 Maggio 2021 | 20:53

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Il poeta, l'imperatore e l'inferno

Bianca Tragni racconta le visioni dantesche su Federico e sugli Svevi

Il poeta, l'imperatore e l'inferno

Nel lontano 1969 a Melfi si tenne un importante convegno di studi su Dante e la cultura sveva. Convennero tanti dantisti da tutt’Italia e fu sviscerato il rapporto fra Dante e la famiglia di Federico II. Ora, in occasione del Dantedì e del 700° anniversario del Sommo Poeta, ho ripreso quegli studi e quelli successivamente pubblicati, per tuffarmi nella magia di questi due grandi, il Poeta e l’Imperatore. Eppure l’età di Dante (1265 -1321) non coincide con l’età di Federico (1194-1250). Dante aveva solo un anno quando nella Battaglia di Benevento fu ucciso l’ultimo svevo della stirpe, Manfredi re di Sicilia; e solo tre anni quando ne fu ucciso l’ultimo rampollo, il sedicenne Corradino di Svevia, nella battaglia di Tagliacozzo. Dunque la dinastia era estinta.
Così Dante, come tutta quelli della sua generazione, è cresciuto ascoltando in casa le storie di questi favolosi re del Sud, storie che si tramandavano di bocca in bocca come leggende. Dunque è cresciuto nel mito degli Svevi, nonostante tutta la macchina del fango che i loro nemici (Papato e Angioini) avevano scagliato contro di loro per ucciderli anche moralmente, nella memoria dei posteri. Senza riuscirci. Dante, rispettoso com’è dell’autorità del Papa, accetta l’idea che, scomunicato tre volte, Federico non poteva che finire all’Inferno. E lì lo colloca, nel Canto X, dove giganteggia la figura di Farinata degli Uberti, il capo ghibellino toscano che si batté a Montaperti per gli Svevi, con la cavalleria di re Manfredi. Farinata è in un sepolcro di fiamme, da dove emerge “da la cintola in su…com’avesse l’inferno in gran dispitto”.
Egli è lì fra gli eretici epicurei “che l’anima col corpo morta fanno”, cioè fra i negatori dell’immortalità dell’anima. E fra questi c’è anche il “secondo Federico”. Dante crede a quello che la Chiesa diceva del grande Svevo, che fosse eretico (negando l’immortalità dell’anima), epicureo (amante di tutti i piaceri della vita), dunque da gettare in una tomba infuocata nell’Inferno. Ma a ciò dedica solo mezzo verso, come se non ci credesse del tutto. Infatti Federico II si dichiarava, ed era, imperatore cristiano, difensore della fede, crociato in Terra Santa. Ma non voleva sottostare alla volontà politica del papa-re, donde l’eterno conflitto col Papato e la conseguente condanna all’Inferno anche da parte di Dante. Il quale però sul piano umano lo stima e lo apprezza, lo ritiene “d’onor si’ degno”, parole che mette in bocca a Pier delle Vigne in un altro girone dell’Inferno, quello dei suicidi, nel canto XIII.
Pier delle Vigne
Un giovane di belle speranze studia all’Università di Bologna. Scrive a Federico II offrendogli i suoi servigi. Federico, da talent scout quale era, capisce subito che ha del talento e lo assume come scrivano e segretario. Pian piano il giovane scala i vertici dell’amministrazione imperiale fino a diventare Logoteta, cioè primo ministro e portavoce dell’Imperatore. Per lui scrive le leggi, di lui proclama le sentenze e i decreti, con lui scrive poesie, per lui va da ambasciatore in Inghilterra per trovargli la terza moglie. Insomma acquista tale fiducia dal suo padrone che Dante gli fa dire “Io son colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo, e che le volsi, serrando e disserrando, sì soavi, che dal secreto suo quasi ogni uom tolsi”. Ma l’invidia “La meretrice che mai da l’ospizio di Cesare non tolse gli occhi putti, morte comune e de le corti vizio, infiammò contra me gli animi tutti; e l’infiammati infiammar sì Augusto, che i lieti onor tornaro in tristi lutti”. I cortigiani invidiosi convinsero l’imperatore che il suo fedelissimo l’avesse tradito.
E lui lo punì crudelmente: lo fece accecare e imprigionare. Pier delle Vigne non resse a tale dolore e trasformò gli onori di cui aveva goduto fino ad allora, nel peggiore dei lutti. Si dette la morte sfracellandosi il capo contro le pareti del carcere. E così conclude il dialogo con Dante: “Vi giuro che giammai non ruppi fede al mio segnor, che fu d’onor sì degno”. E’ evidente che questo è il giudizio di Dante stesso su Federico II: degno di onore, altro che eretico o epicureo!
Re Manfredi
Molto più tenero è il giudizio di Dante sul figlio prediletto di Federico II, quel Manfredi, nato illegittimo dalla sua amata e bellissima Bianca Lancia e poi legittimato quando lei gli chiese di sposarla in punto di morte, per evitarle l’inferno, essendo stata la sua concubina per tutta la vita. Ma anche per consentire a suo figlio di succedere a suo padre sul trono. E così fu. Manfredi, che era il ritratto vivente di suo padre, con in più la bellezza ereditata da sua madre, si proclamò re di Sicilia e continuò la politica paterna, nello sfarzo, nella cultura, nella raffinatezza propri della corte federiciana. E nell’odio irriducibile del Papato che scomunicò pure lui e infine chiamò i francesi per distruggerlo in guerra. Così accadde, ma Dante stavolta non lo mette all’Inferno come Federico II, bensì nel Purgatorio. Anche qui il sommo poeta dà credito a una tradizione ghibellina, quella del pentimento di Manfredi in punto di morte. Così, esaltando il principio teologico della misericordia divina, Dante riscatta il bellissimo Manfredi che definisce con un verso icastico e famoso: “Biondo era e bello e di gentile aspetto, ma l’un de’ cigli un colpo avea diviso”. La ferita sull’occhio e “una piaga a sommo ‘l petto” dicono tutta la tragedia vissuta dal giovane re nello scontro cruento col suo nemico Carlo d’Angiò. Ed egli continua il racconto, quasi confidandosi con Dante, per aver giustizia anche sulla terra. “Poscia ch’io ebbi rotta la persona di due punte mortali, io mi rendei, piangendo, a quei che volentier perdona. Orribil furon li peccati miei; ma la bontà infinita ha sì gran braccia, che prende ciò che si rivolge a lei.” Il pianto di Manfredi e il suo pentimento e il perdono di Dio, sono una delle cose più belle e commoventi della Divina Commedia. Il giovane re svevo perde tutta la superbia e l’orgoglio della stirpe, per farsi uomo umile e pentito, degno non solo d’onore come suo padre, ma di compassione, di solidarietà, di aiuto. Tanto che Manfredi prega Dante “che quando tu riedi, vada a mia bella figlia…e dichi il vero a lei, s’altro si dice”. La figlia era Costanza di Svevia, sposata al re don Pedro d’Aragona, chiamato dai Vespri Siciliani a regnare in Sicilia, dopo aver sconfitto gli odiati francesi, in quanto genero dell’ultimo re Svevo. Tanto era l’attaccamento di quel popolo alla distrutta dinastia di Svevia.
Costanza d’Altavilla
Federico all’Inferno, il figlio Manfredi in Purgatorio, la madre Costanza in Paradiso. Questa la gerarchia morale fra gli Svevi, che Dante stabilisce nel suo poema. Dunque Costanza è l’apice di questa epopea, la luce del Paradiso, la “gran Costanza”. Ed è stupefacente come con un solo semplice aggettivo, “grande”, il poeta disegna una intera figura. E’ come un pittore astratto che, con un solo colpo di pennello o un solo taglio sulla tela, riesce a esprimere più di tante parole. Già l’aveva preannunciata nel Purgatorio, dove Manfredi si presenta come “nepote di Costanza imperadrice”; poi nel Paradiso, fra gli spiriti difettivi per inadempienza al voto, nel primo cielo della luce (Canto III), la fa annunciare da Piccarda Donati, una monaca di Firenze che era stata costretta a lasciare il convento per un matrimonio politico voluto dai maschi della famiglia. Stessa sorte per Costanza, definita da Piccarda come “quest’altro splendor che ti si mostra da la mia destra parte e che s’accende di tutto il lume della spera nostra, ciò ch’io dico di me, di sé intende”. Dunque Costanza d’Altavilla, figlia di Ruggero II il Grande e zia di Guglielmo II il Buono, entrambi re di Sicilia, è anch’essa una vittima innocente della volontà maschile (specie del papa) che la destinò a sposare l’erede all’Impero, Enrico VI di Svevia, figlio di Federico Barbarossa, strappandola dal Convento. Ciononostante, ella rimase sempre fedele al voto religioso, “non fu dal vel del cor già mai disciolta” e perciò ha meritato il Paradiso. Dante descrive questa donna come splendore, lume della sfera nostra, luce assoluta. Negli ultimi tre versi che la riguardano è sintetizzato il suo glorioso destino, essere la madre di Federico II: “Quest’è la luce della gran Costanza che del secondo vento di Soave generò il terzo e l’ultima possanza”. Ancora una volta, attraverso le motivazioni teologiche e divine, Dante esalta l’umanità dei suoi personaggi. E dalla grandezza di Costanza, scaturisce la grandezza, la “possanza” di Federico II, l’ultimo della dinastia il cui nome, Svevia, egli poeticamente trasforma in Soave. Il rapporto di Dante con gli Svevi si chiude così: dall’Inferno al Paradiso questi uomini grandi, peccatori e virtuosi, sono esaltati. Ma non bisogna cercare la verità storica nella Divina Commedia. Dante ha raccolto tutti i “si dice” del suo tempo e li ha trasformati in poesia pura. Che Federico non fosse eretico, che Manfredi non si sia pentito, che Costanza non sia stata mai monaca, non ha importanza.
Importante è la magica terzina dantesca che tutto trasfigura e invera.

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