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Tazza di latte e quotidiani «di carta». Perché l’online non è mai sufficiente

giornali stampa editoria

La mia abitudine a sfogliare i giornali di primo mattino viene da molto lontano. Mio padre era un macchinista ferroviere e gli capitava spesso di terminare il suo turno di lavoro in piena notte, rientrava a casa al mattino e posava sul tavolo di marmo in cucina il quotidiano appena acquistato. Quando mi svegliavo, con gli occhi ancora stropicciati, prima ancora di consumare il mio tazzone di latte, grazie a quella prima pagina appoggiata sul tavolo, mi affacciavo sul mondo. Fu così che la mattina del 12 aprile del 1961 scoprii che un uomo, Yuri Gagarin, era stato lanciato nello spazio ed era tornato sulla Terra, il 4 agosto del 1962 che era stato ritrovato il corpo morente di Marilyn Monroe, il 12 novembre del 1963 che avevano sparato al presidente degli Stati Uniti. Quando arrivavo in classe, alla «Carlo del Prete», ero già in compagnia delle vicende del mondo, quella piccola messa laica mattutina mi faceva sentire più grande dei miei amichetti di classe: grazie ai giornali io ne sapevo più di loro.

Mentre gli altri nello zainetto avevano solo la merenda, io avevo già con me le notizie del giorno.
E ancora oggi, dopo oltre 50 anni, mi risulta impossibile iniziare la giornata senza prima aver sfogliato i miei quotidiani. Quella abitudine mi è rimasta negli anni ed ha segnato quell’intreccio, ormai inestricabile, tra vita pubblica e privata. Ricordo distintamente che, dopo aver appreso al mattino, nel febbraio del 1967 che Luigi Tenco, ascoltato la sera precedente insieme ai miei genitori al Festival di Sanremo, si era sparato alla tempia, appena arrivato in classe pretesi che l’insegnante di italiano commentasse la vicenda…discutendo sulle ragioni di un suicidio; devo confessare che la richiesta non fu accolta e ne seguì una reprimenda!

E ricordo con nitidezza la fame di verità che mi assaliva di fronte a vicende complesse e interpretabili solo con la lettura approfondita di più quotidiani: ad esempio mi è accaduto nel dicembre del 1969 per la strage di Piazza Fontana: non soddisfatto della versione ufficiale che dava la colpa agli anarchici, trovavo la verità sulle pagine di quei giornali che già parlavano di «strage di Stato».
Insomma il mio spirito critico è maturato grazie al fatto che a casa dei miei genitori si leggevano tre giornali: la Gazzetta del Mezzogiorno per una finestra sulle vicende sotto casa, l’Unità perché nella casa di un comunista era il pane da mettere sotto i denti, Il Corriere della Sera per leggere gli stessi fatti dalla parte dei padroni; ma poi sul Corriere mi capitava di incrociare anche le riflessioni scomode di Pier Paolo Pasolini e i diari di viaggio di Alberto Moravia e allora mi convinsi che ogni giornale custodisce un pezzo di verità!

Poi, nel 1971, nacque Il Manifesto e da allora è diventato il mio giornale dell’anima, quello che mi ha abituato ad affacciarmi sui fatti del mondo e che mi regala ogni giorno titoli di apertura meravigliosi. E il Melody Maker? Era un giornale musicale inglese, ne arrivavano due copie alla stazione centrale in piazza Roma ed io dovevo assicurarmi la mia copia settimanale per essere aggiornato sulle vicende delle mie band musicali preferite!
Ma c’è stato un periodo, eravamo negli Anni ’80, in cui ho voluto fare di più per la carta stampata: la domenica mattina ci si ritrovava all’alba nella mia sezione di partito e poi si andava in giro per le case a diffondere l’Unità; solo nella mia sezione di via Crisanzio riuscivamo a diffonderne anche 400 copie! (all’epoca l’Unità e il Corriere stampavano un milione di copie a testa).
E che ne sarebbe stata della mia attività di consigliere comunale se non avessi avuto la possibilità di parlarne sui quotidiani locali? Addirittura in quegli »nni ’90 se ne stampava anche uno il pomeriggio, era Barisera e veniva diffuso per strada.
E che grande festa personale quando l’inizio del secolo nuovo fu segnato dalla nascita a Bari di altri due quotidiani, gli inserti locali de La Repubblica e del Corriere che si affiancavano alla mia vecchia Gazzetta!

Lo so bene, oggi i giornali di carta sono in profonda crisi perché si leggono i flash di agenzia sui siti online, ma quanta povertà d’animo! Quanta mancanza di sfumature! Quanto poco approfondimento! E quante emozioni in meno! Fu con la Gazzetta tra le mani che nel marzo del 1978 accorsi alla manifestazione contro il terrorismo dopo l’uccisione di Aldo Moro; e fu con i giornali sotto il braccio che nell’aprile del 2005 esultai per l’incredibile vittoria di Nichi Vendola alle elezioni regionali.
Ed è con la stessa fame di sapere che oggi sfoglio i giornali per capirne di più su quanto ci sta accadendo per questa incredibile vicenda della pandemia da Covid.
Non apparirà strano se questa scuola di vita mi fa considerare mie sorelle e miei fratelli tutti coloro che quei giornali li scrivono ogni giorno, stando addosso alle vicende, facendo inchieste negli angoli più nascosti della mia città, delle città del mondo. Ed oggi sento come mie, le loro difficoltà, l’angoscia di conservare la passione per un mestiere che oggi richiede grandi sacrifici.
E, peraltro, non è un caso se considero Tonino Sebastiani non solo il mio edicolante di fiducia, ma anche il mio fratello maggiore o se constato, con grande tristezza, che la stazione centrale di Bari non ha un’edicola.

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