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Teatro

Quel 27 dicembre, giornata per... Bene

Il ricordo di un magico incontro teatrale del 1995 raccontato da Leo Lestingi

Carmelo Bene, tutto il patrimonio artistico riunito e conservato a Lecce

Il 1995 era stato un anno particolarmente intenso per Carmelo Bene. E non solo per la sua ricerca teatrale, che in quella fase della sua vicenda umana e artistica annovera soltanto un solo e singolare spettacolo, quell’Hamlet suite su cui torneremo, che sembrava concludere decenni di frequentazione del testo shakespeariano, con la contaminazione del racconto di Laforgue: l’esempio più emblematico di opera abissale, forse a causa di quella irresolutezza sul piano formale spesso rilevata dalla critica e da Eliot in particolare, quando ne scriveva come di una tragedia «mancata».
Dopo varie vicissitudini dovute al suo stato di salute, fra interventi al cuore e riabilitazioni successive, Carmelo tornava di frequente nella sua casa di Otranto, in via Scupoli 34, sui bastioni del porto; e in quell’anno i Comuni di Otranto, Copertino e Campi (la sua città natale), con ufficiali cerimonie, gli attribuirono la cittadinanza onoraria. Un riconoscimento forse tardivo e comunque retorico ad un artista che aveva avuto spesso, in passato, un rapporto conflittuale con la sua terra d’origine e subìto non poche incomprensioni. Carmelo si sottopose con insolita disponibilità e mansuetudine, se così si può dire, a quei rituali, ascoltando senza fremere i discorsi dei sindaci dell’epoca, che magari conoscevano poco o nulla della sua esperienza artistica, e offrendo senza compenso, poi, in momenti diversi alle cittadinanze alcuni frammenti delle sue memorabili letture dantesche.
Ricordo, ad esempio, una sua Lectura Dantis in forma ridotta, presentata nel bel castello di Copertino, la cittadina dov’era andato qualche tempo prima «pellegrino» al Santuario di S. Giuseppe (il «suo» santo). M’aveva manifestato questo suo desiderio, e io l’avevo messo in contatto col custode del convento di allora, padre Giovanni Iasi, mio caro amico, che l’accolse poi sia nella chiesa dedicata al santo, sia nella famosa «Grottella», alla periferia del paese. La Gazzetta fu l’unico giornale che ne parlò in quell’occasione (ricordo ancora il titolo della mia nota deciso da Mimmo Delle Foglie: «Carmelo Bene. Diavolo in convento»…), e la notizia fu ripresa più tardi solo dal mensile Jesus.
Come i lettori hanno già compreso, conoscevo Bene sin da diversi anni prima. Noi del Centro Universitario Teatrale dell’Ateneo di Bari avevamo seguito, auspice soprattutto Egidio Pani, che gli era amico, le varie fasi del magistero beniano; e ricordo che uno degli ultimi numeri della rivista I Quaderni del Cut/Bari era stato intitolato De Carmelo Bene, una sorta di monografia (che andrebbe ristampata perché unica nel suo genere…) sulla sua vicenda artistica percorsa fino ad allora. Io l’avevo visto per la prima volta al «Petruzzelli», nell’81, nel suo Pinocchio; poi nell’82, con Eduardo, sempre al Petruzzelli e, l’anno successivo, nel suo inarrivabile «E mi presero gli occhi. Hoelderlin e Leopardi».
Fu in quell’anno che, auspice sempre Pani insieme a Pasquale Bellini, Carmelo tenne, per i giovani del Cut di allora, una specie di «lezione» sull’uso della strumentazione fonica, convocandoci in teatro, prima dello spettacolo; e fu allora che, finalmente, riuscii a parlare per un bel po’ con lui e il rapporto d’amicizia, certo «distanziato» per il suo acceso riserbo, ma così inusuale per la sua disponibilità affettiva, potè iniziare e proseguire, con alcune mie frequentazioni della sua casa idruntina e con gli incontri in occasione dei suoi spettacoli a Bari.
Carmelo sapeva della mia esperienza teatrale, certo tardiva e acerba, ma evitava in genere di parlare di questo; ero io che l’interrogavo e cercavo di carpirne i segreti, soprattutto assistendo più volte alle sue performance e pur sapendo che per lui il teatro era «ininsegnabile», allergico com’era a qualsiasi forma di pedagogia artistica; ma spesso l’oggetto delle nostre conversazioni erano il pensiero filosofico e la teologia, soprattutto quella apofatica o «negativa» della mistica renana di un Meister Eckhart e di san Giovanni della Croce, che lui conosceva bene e apprezzava, sorprendendomi ogni volta con puntuali citazioni e libere ma originalissime osservazioni.
E arriviamo a quel 27 dicembre del ’95, quando fui invitato da Bene a Napoli per «vedere» la sua Hamlet suite, che non fu mai replicata a Bari. Un invito inatteso, ma così cordiale che suscitò la mia sorpresa. Arrivai nel pomeriggio all’Hotel «Excelsior» di Napoli, dove lui alloggiava con Luisa Viglietti, sua recente, ultima e lealissima compagna di vita, naturalmente nell’appartamento più lussuoso del famoso albergo. In serata raggiungemmo, insieme ad un amico dell’allora assessore alla cultura di Napoli Nicolini (che gli aveva offerto 4 repliche, con cachet probabilmente astronomici, all’Auditorium della Mostra d’Oltremare), il luogo dello spettacolo; fuori dell’Auditorium gli organizzatori avevano istallato due grandi roulotte-camerini, una per Carmelo e l’altra per l’attrice Monica Chiarabelli, e io raggiunsi il mio posto in anfiteatro.
Assisto, dunque, assorto allo spettacolo, che rappresentava una cesura abbastanza netta con le versioni precedenti beniane dell’Amleto, perché i 13 anni che separano una stagione di Amleto dall’altra hanno un significato non indifferente, le cui tracce, in Hamlet suite, anche a livello concettuale, erano molto evidenti. E qui il processo di riscrittura diventava spietato e radicale, dal momento che, più che in quanto testo, Amleto era presente veramente solo come luogo mitico del pensiero e dell’immaginario teatrale. Godo a lungo dell’«offerta» vocale di Carmelo e dei rimandi, non sempre facilmente riconoscibili, a personaggi e situazioni, perché la possibilità di sorprendere la vicenda erano ridotte al minimo fin quasi ad annullarsi; si trattava, insomma, di uno spettacolo che giocava, a tutti gli effetti, con la forma concerto (se si aggiunge anche la musica di Verdi che accompagnava il «dire» beniano), dunque da ascoltare soprattutto (una volta avevo sentito da Carmelo che gli sarebbe piaciuto, paradossalmente, recitare col sipario chiuso…), mentre i vincoli del verosimile rappresentativo avevano ceduto il posto al flusso abissale del testo.
L’Hamlet suite si conclude, poi, tra gli applausi e i gridolini dei tanti fan, e noi restiamo per un bel po’ attoniti e storditi in quella sorta di annientamento estetico che gli spettacoli di Carmelo ci hanno sempre provocato. E’ il momento di raggiungere Carmelo nel suo camerino-roulotte; lui è a torso nudo, con le cicatrici dei suoi numerosi bypass esposte allo sguardo, di fronte allo specchio a struccarsi, mentre lì accanto siede composta una signora con la borsetta sulle gambe. E’ la mamma napoletana di Luisa Viglietti, e sento che la figlia le vuole presentare per la prima volta Carmelo (Luisa conosce Carmelo e lavora come sua costumista solo da un anno…); lui sposta leggermente il capo verso la signora in segno di saluto, mentre la donna resta un po’ interdetta e sorpresa (e forse lo era stata anche durante lo spettacolo cui ha sicuramente assistito…) di fronte a quel temerario, forse folle, personaggio che non accenna a coprirsi. Un saluto veloce alla Chiarabelli, purtroppo poco omaggiata dalla gente che aspetta fuori Carmelo; arrivano, poi, Goffredo Fofi e Nicola Savarese di passaggio a Napoli, per salutare il loro vecchio amico, e, infine, ci dirigiamo verso l’hotel, dove sarà servita la cena.
Non parliamo dello spettacolo appena visto (prometto a Carmelo che ne scriverò sulla Gazzetta); ci accomodiamo nella sala da pranzo della sua suite, scoprendo che Carmelo ha già ordinato per tutti la pasta con le patate, tipica di Napoli, insieme ad alcuni latticini e insalate. Veniamo serviti dai camerieri dell’albergo; non può mancare qualche bottiglia di Brunello di Montalcino, ma sappiamo tutti che da un po’ Carmelo deve osservare un regime rigoroso. Ormai beve solo caffè decaffeinato, non fuma più le sue tante Gitanes senza filtro (ne porta un pacchetto in tasca, così, per «ricordo», come Jean Paul Sartre, dopo i suoi infarti, portava con sé le sue Gauloises, ma senza accenderle); anzi, mi offre il suo pacchetto che accetto subito, perché anche a me piacciono molto il gusto e l’aroma del tabacco bruno, oggi quasi introvabile.
La serata sta per terminare; conversiamo un po’ con Luisa, sempre attenta e tenera per il suo Carmelo (la Viglietti ha pubblicato in questi giorni un bel testo su Bene intitolato Cominciò che era finita, Edizioni dell’Asino, n.d.r.) e parliamo anche degli amici di Bari, in primis il «solito» Egidio, ricordando insieme quando Carmelo, invitato dal Cut, tenne la sua, forse unica, conferenza nell’aula I della Facoltà di Lettere su «Voce, elettronica e computer per la macchina attoriale», nel giugno del ’92: una lunga e complessa lezione che purtroppo registrammo con mezzi inadeguati, e di cui non esiste traccia, mentre lui riuscì a ricavare, dal vecchio microfono di pertinenza dell’aula che utilizzò, suoni, volumi e ritmi che ci sorpresero. Poi scherziamo un po’ sugli altri nomi che porta, e cioè Pompilio, Realino e Antonio, una cosa che avevo scoperto casualmente. Sì, dice, anche all’anagrafe, e non solo per il battesimo, sono registrato con questi altri 3 nomi; fu soprattutto la mia devotissima madre a sceglierli: san Pompilio Pirrotti è stato un sacerdote degli Scolopi, morto a Campi nel 1766; Realino viene, invece, da san Bernardino Realino, un gesuita del XVI secolo morto a Lecce, e le cui reliquie si trovano nella Chiesa del Gesù. Ci salutiamo in modo affettuoso, dandoci appuntamento l’anno successivo per il suo programmato Adelchi al Quirino di Roma (uno spettacolo straordinario e vertiginoso, che vedrò) e, con un taxi, raggiungo la stazione, perché fra un po’ prenderò il treno della notte per Bari, raggiungendo Caserta.
L’indomani scriverò la mia «recensione», impegnandomi per fare «bella figura» ed evitando la retorica; una volta pubblicata, gliela mando via fax ad Otranto, ma il suo unico apprezzamento sarà il riferimento che faccio, nell’articolo, alla «prosodia» ammirata nei ritmi e nelle sonorità di Hamlet suite, insieme naturalmente alla sua voce capace di gestire una plurivocalità e di realizzare, nella spazialità del suo registro, gli stilemi del tessuto polifonico; per il resto, mi suggerisce, sia pur con leggerezza e ironia, di tornare ad occuparmi di filosofia e di teologia. Ed è quanto farò più tardi, facendo, per dir così, il «consulente» di Carmelo nel selezionare e acquistare i tanti testi filosofici e religiosi con cui volle arricchire la biblioteca della sua costituenda Fondazione «L’Immemoriale» di Otranto, ora purtroppo in liquidazione.

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