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Un soldato sardo in trincea e la mano che stringe quella di un nemico austriaco

Nicola Simonetti

Erano gli anni della Prima guerra mondiale. I soldati «marcivano» nelle trincee scavate nella terra, unici appuntamenti «distrattivi» il rancio, la posta, le barzellette. Per il resto, attese interminabili, sigaretta o sigaro fumato, di notte, con la parte accesa in bocca: «a fogu aintru» lo battezzeranno i sardi nel corso de sa gherra e ne subiranno, purtroppo, conseguenze a distanza con il cancro della bocca.

«A fogu aintru» da tradursi «con il fuoco dentro la bocca» (cioè posto all’incontrario) sta ad indicare una tecnica adoperata, in particolare di notte, dai soldati sardi per non segnalare la propria posizione al nemico e allo stesso tempo concedersi la possibilità di fumare il sigaro. Erano i coscritti sardi della classe 1890. Sono stati, appena, chiamati dai bandi della mobilitazione e molti di essi vestivano ancora il costume caratteristico in tela di orbace sardo.
L’arrivo dei due soldati «postino» era salutato da un Viva sa faccia sua! gridato a squarcia gola da chi – fortunato – si sentiva chiamare e riceveva una lettera o cartolina.

Antonio Pittorrus, un pastore da Oliena (NU), conosciuto da tutti come capace di colpire i bersagli da una certa distanza con una singola pallottola, fu, quel giorno, tra i fortunati.
Era la lettera di sua moglie, Graziella che diceva «Marito mio, ti penso sempre. Mi manchi. Sento un fuoco dentro che mi brucia l’anima. Vorrei mandartelo con questa lettera per abbruscare pure dentro di te. Dove stanno le tue mani che mi carezzavano? Che fanno? Dimmelo se no muoio bruscendi. Voglio che ardiri pure tu. Ma le mani non arrivano a me, amore mio. Abbracciami. La tua moglie Graziella»

Antonio rispose subito: Graziedda mia muzere (moglie) qua al fronte ci torrada su lepuri a cuili (freddo e variabile da far rientrare anche le lepri nella tana) e mio cuore è gelato. Mi metto il sigaro in bocca ed il fuoco la faccio entrare nella bocca. È come se fosse la tua lingua, le tue labbra. Ma n’altra cosa è come se ccabbai che maccarronis senz’e casu (restare come i maccheroni senza formaggio). Dov’è il tuo formaggio? Ses lontana. Cun totu su chi ses e totu su chi fais ses tui sa bandera bolendi! (Con tutto ciò che sei e tutto ciò che fai, sei tu la bandiera che sventola). Tue s’arena mia. Deo sa unda tua. Su suore est mare pro nois. (Tu sei la mia sabbia io la tua onda, il sudore è il nostro mare) Io ardiri come esto sigaro col fuoco in bocca. Tuo madiru

Antonio, «il 31 gennaio del 1917 era di sentinella - scrive G. Fois (Storia brigata Sassari. Della Torre ed.) - in una specie di torretta, che aveva costruito, durante la notte, sopra una trincea lungo il fronte italiano sull’Altipiano di Asiago.
Da quella specie di osservatorio, protetto da sacchetti di sabbia, era possibile controllare i movimenti dei soldati nemici nelle loro trincee, che distavano appena una ventina di metri. Alle prime luci dell’alba gli austriaci non tardarono ad accorgersi dell’esistenza di quella rudimentale torretta e corsero subito ai ripari puntandogli contro un cannoncino da trentasette. Il Pittorru non appena intravide il cannoncino e i suoi serventi, che lo avevano già puntato contro la sua torretta, imbracciò l’unica arma di cui disponeva ed incominciò a sparare col suo moschetto 91 contro i serventi austriaci. Era una lotta impari; ad ogni colpo del cannoncino seguiva una pallottola destinata a colpire un servente. L’osservatorio non tardo a crollare, trascinando assieme a tutti i sacchetti di sabbia il Pittorru sul fondo della trincea. Ma lui, cocciuto e determinato, una volta raggiunta la sommità della trincea, riprendeva a sparare, colpo dopo colpo, fino a quando, improvvisamente, il cannoncino smise di sparare.

Subito dopo il fante di Oliena veniva convocato al comando del Reggimento, dove riceveva un encomio per la sua bravura e la promessa di una decorazione. Il Pittorru, non tradendo alcun segno di esultanza, si limitò a chiedere al colonnello comandante se per lui fosse stato lo stesso concedere una licenza premio al posto di una medaglia.
«Tengo il fuoco in corpo. Vorrei abbracciare, almeno una volta la mia moglie Graziedda».
Il suo desiderio non poté essere recepito e il fante continuò a struggersi. Diceva spesso «una carezza, una sola e morrei in pace, “allirgu che Pasca (felice come una Pasqua)».

Nella trincea egli si sentiva abbracciato solo dal fango ma la fantasia, il desiderio riscaldava quella mota viscida e gli sembrava il corpo di Graziella ed egli diventava «arrubbiu chi su fogu» (rosso come il fuoco) E, in tal modo, fuoco nelle vene, fuoco nel cuore, fuoco nella bocca (sigaro) ma freddo intorno. Ma – egli ripeteva – “chi de amore si leat, de arrabbia si laxat” (chi si duol d’amore, di rabbia muore ed io “crepai de feli” (crepo di bile)”
“Dogna cosa a tempu suu” (ogni cosa a tempo suo) gli rispondeva la moglie. Ma questo “tempu” mai arrivava e il fante ricordava carezze e baci “druci cumenti su meli (dolci come il miele)… la lettera non è la stessa cosa di una carezza tua, di un abbraccio, di un bacio”.
Ci fu il comando di attacco e, al grido di Savoia, le truppe, ordinatamente e secondo gli ordini ricevuti e/o corretti di volta in volta, uscirono dalle trincee e, armi in pugno, si lanciarono contro il nemico austriaco.

Antonio, colpito alla coscia destra da una pallottola, cadde e non riusciva ad alzarsi. I suoi commilitoni gli passavano accanto e, spesso, egli rischiò di essere calpestato. Poi, quelli andarono avanti e, sul campo, restarono morti e feriti.
Accanto ad Antonio, ce n’era un che doveva essere austriaco e si lamentava «Mama, die weh tat, hilf mir Meine Frau, wo bist du? streichel mich, küss mich. eine einzige Liebkosung, ein Wort von dir und ich werden glücklich sterben (mamma, che dolore, moglie mia dove sei accarezzami, baciami. una carezza, una parola da te e morirò felice)».
I lamenti si incrociavano con le preghiere, le invocazioni.

Antonio allungò il braccio verso quel soldato nemico. Potrebbe essere stato quello – pensò - che mi ha sparato. Ma ora anche lui è qui ed a spararlo potrei essere stato io… si lamenta come faccio io e forse chiama anch’egli la sua mamma». Con la mano raggiunse la mano ferita dell’altro, sentì il sangue scorrergli, da quella mano, sulla propria mano, la strinse forte sperando, così di fermare la perdita di sangue che gli sembrava abbondante. Un sentimento di pietà, un calore che, dalla mano bagnata dal sangue caldo, scendeva al cuore, lo riscaldava… ed egli stringeva, stringeva tanto. Voleva dirgli quello che, per voce, egli non avrebbe capito. Avvertiva che quella mano stringeva, a sua volta, la propria mano mentre i suoi lamenti si attenuavano finché egli si tacque e la sua mano non strinse più. Antonio, rotolando, strisciando, «a culu trisina trisina» (col sedere striscia striscia) gli si avvicinò. Lo carezzò, lo baciò… «Riposa in pace. Cun carignu (la carezza) ti salverà»; E lo baciò… e, stringendo ancora la mano – «se ti ho centrato io, perdonami».

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