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Addio a Nadia Toffa: si è spenta a 40 anni la conduttrice delle Iene

Il malore nel dicembre 2017, poi la lunga battaglia contro la malattia. Tra le sue lotte giornalistiche è sempre stata in prima linea per la Puglia.

Addio a Nadia Toffa: si è spenta a 40 anni la conduttrice delle Iene

Nadia Toffa, noto volto televisivo e conduttrice de Le Iene, è morta a 40 anni dopo una lunga battaglia contro il cancro. Lo annuncia la redazione de Le Iene con un commovente post su Facebook: "Hai combattuto a testa alta, col sorriso, con dignità e sfoderando tutta la tua forza, fino all'ultimo, fino a oggi".

Nelle sue battaglie giornalistiche è sempre stata in prima linea per la Puglia: soprattutto sul caso dell’ex Ilva a Taranto. La Iena infatti lo scorso gennaio ha ricevuto la cittadinanza onoraria della città per l'impegno nell'informazione sui problemi del capoluogo jonico.

IL CORDOGLIO DI TARANTO - Taranto piange Nadia Toffa, la conduttrice e inviata delle Iene morta la notte scorsa dopo una lunga battaglia contro il cancro. Il 14 gennaio le era stata conferita la cittadinanza onoraria perché aveva legato il suo nome al quartiere Tamburi, il più esposto alle emissioni del Siderurgico, sposando la raccolta fondi «Ie jesche pacce pe te" (Io esco pazzo per te), organizzata da «Tutti gli amici del Mini Bar», che con 'Arcobaleno nel Cuorè ha contribuito all’assunzione a tempo determinato di una pediatra nel reparto di Oncoematologia Pediatrica dell’ospedale SS.Annunziata.
Migliaia i messaggi d’affetto sui social media che la ricordano: «Mi mancherai Fort Fort TaranToffa...Grazie», scrive Ignazio D’Andria, titolare del mini bar del Tamburi.
«Con Nadia Toffa - sottolinea il sindaco Rinaldo Melucci - Taranto perde uno dei suoi guerrieri più forti. Chi combatte con il coraggio e la grinta con cui lei ha combattuto, non perde mai». Trasmetteva «positività e grinta solo passandoti accanto». 

GRAZIE NADIA, «GUERRIERA» ANCHE PER I TARANTINI 

Nadia Toffa. Un ossimoro vivente. Una dolce guerriera, una Iena che di iena (almeno nell'aspetto) aveva ben poco: una donna così pulita, inquadrata in quella celebre divisa bianca e nera simbolo del suo modo di vedere la vita. Bianco e nero. Giusto e sbagliato. La verità contro la menzogna. Ha consacrato la sua esistenza giornalistica alla ricerca della giustizia anche nei momenti più duri. E ne ha vissuti di momenti difficili questa donna bresciana di 40 anni, riconosciuta oggi da tutti come un'eroina.
Ma la Toffa non era né avrebbe voluto essere considerata come una paladina. Chi desidererebbe diventare eroe per colpa di uno schifoso male che sfonda la porta della tua vita senza rispetto né pietà?
Chissà se Nadia avrebbe voluto essere commemorata per la testimonianza del suo inferno privato. Magari avrebbe preferito essere ricordata come una brava giornalista. «Guerriera» in difesa dei diritti, raccontando il mondo con la passione, la profondità e il sorriso.

Nadia ha usato il medesimo linguaggio per raccontare se stessa, la sua vita e soprattutto la sua morte. Di lei resteranno buoni servizi televisivi, inchieste di valore sociale, e un elogio del buonumore come antidoto al dolore. Adesso la sua dipartita si riversa come una dirompente ondata emotiva che colpisce chiunque: una di quelle morti che toccano nel profondo l’opinione pubblica. È come se tutti noi avessimo perso un’amica, una parente così vicina eppure così lontana.
Era molto amata, Nadia, ma in tanti l’hanno criticata per la sua scelta di «non voler lavare i panni sporchi in casa». «Non ostentare la tua sofferenza», le hanno detto e scritto più volte. Come se della malattia bisognasse provare vergogna. E invece lei no, lei il cancro lo vedeva come un «regalo». Un modo per urlare al mondo che è vero: la malattia, come la fortuna, è cieca e può toccare a chiunque doversi armare e combattere con le unghie e con i denti per restare attaccati alla vita. Eppure non lo si fa mai davvero da soli. E questo Nadia lo sapeva bene: così ogni foto, ogni post sui social, ogni sorriso rubato tra una seduta di chemio e l’altra non facevano che alimentare quella convinzione che la sofferenza va vissuta, attraversata e condivisa. Non importa se ti trasforma in un’aliena gonfia, calva e umiliata da chi è pronto a guardare la pagliuzza nell'occhio altrui e mai la trave che continua a offuscare la propria vista. Non importa. Perché per cento leoni da tastiera aizzati da non si sa quale rabbia recondita, ce ne sono altri mille che trovavano conforto e speranza in una donna che affronta con coraggio i suoi demoni, fatti di aghi conficcati nella carne e di parrucche colorate. Ed è qui che il confine tra personaggio pubblico e persona privata si annulla.
Nadia era così, proprio come la si vedeva attraverso lo schermo. Umana. Talmente tanto da sposare le battaglie più sensibili. Quelle stesse battaglie che l'hanno portata a Taranto, nel rione Tamburi. Voleva dimostrare ai cittadini che «apparivano» nei suoi servizi che lei non era lì per fare la Iena o lo sciacallo, ma che era sul campo solo per loro, per dar voce ai tanti che si ammalavano all’ombra delle lobby dell’acciaio e del carbone. E la «sua» Taranto l'ha capito subito, tanto da non lasciarla più andare via.

Oggi il capoluogo jonico, come l'Italia intera, si stringe in un dolore forte, sentito e colmo di gratitudine. Gratitudine nei confronti di una Guerriera che ci ha insegnato che la forza e il sorriso sono armi efficaci. Perché c’è chi ogni giorno nonostante tutto continua a inseguire la gioia di vivere. Resilienza oppure rimozione: ogni malato di cancro sceglie la sua strategia per sopravvivere, anche se nessuno saprà mai quali spettri siano andati ad abitare negli ultimi istanti su questa terra il cuore di Nadia. «È più quello che il cancro mi dà che non quello che mi toglie. Il cancro ti fa diventare migliore». E a chi la criticava o la insultava rispondeva: «Lasciatemi in pace, lasciate che almeno provi a capovolgere in benedizione quella dannazione, per aiutare i miei compagni di sventura, per non impazzire di paura e di dolore». Nadia c'ha provato fino all'ultimo, perché per lei vivere non era (r)esistere: per lei vivere era un dono. [graziana.capurso]

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