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Trani, «In carcere da voi con spirito cristiano»

Mons. D’Ascenzo è stato accompagnato da don Raffaele Sarno, il direttore Altomare e il comandante della Penitenziaria, Paccione

L’arcivescovo monsignor D’Ascenzo

TRANI - È maggiore il rammarico per non potere incontrare i familiari che la paura del virus. Accade questo nel carcere di Trani, nel quale ieri, giorno di pasquetta, è tornato a fare visita ai detenuti l’arcivescovo, Monsignor Leonardo D’Ascenzo, accompagnato dal cappellano, don Raffaele Sarno, dal direttore, Giuseppe Altomare, e dal comandante della Polizia penitenziaria, Vincenzo Paccione.

Una visita da amico nel vero senso della parola, come tante altre già il presule ha effettuato da quando è a Trani, senza celebrare messa ma semplicemente portando una parola di conforto a reclusi che in questo periodo storico soffrono per l’impossibilità di incontrare mogli, figli, parenti.

Provveditorato e direzione carceraria hanno messo a disposizione alcuni dispositivi per le videochiamate, sono state raddoppiate le telefonate ma il contatto virtuale non riesce in alcun modo a sopperire all’assenza di quello fisico, sebbene controllato come avviene in una struttura di detenzione: l’emergenza sanitaria ha determinato quel distanziamento sociale che, nelle carceri, è diventato un problema causa di profonda sofferenza umana.

«Sono venuto qui per uno scambio di auguri con queste persone - dice monsignor D’Ascenzo - e per farli sentire meno soli. Gesù, il risorto, è presente nella vita di tutti noi e ci insegna ad alzarci, risorgere. Il passaggio dalla morte alla vita di Gesù vuole essere anche un passaggio da tutti i problemi e le difficoltà ad una condizione migliore e dignitosa».

Il presule definisce «molto comprensibile e profondamente umano il dolore che i detenuti avvertono per non potere incontrare i proprio cari, comprendo che la distanza sociale è una difficoltà per tutti, ma qui è duramente amplificata».

Questo è il periodo in cui tutti siamo privati di libertà, i detenuti lo sono da molto più tempo e forse ci hanno fatto il callo, «ma ma la mancanza di contatto visivo con i familiari pesa loro tantissimo - ammette don Raffaele -. Mi auguro che si riesca a risolvere questo problema con lo stesso buon senso che è servito anche per evitare che le intemperanze che si sono verificate qui degenerassero. Devo riconoscere che gli agenti hanno agito con estrema professionalità - evidenzia il cappellano ., c’è stato un dialogo tra gli agenti e i detenuti e la protesta è subito rientrata.

Adesso il clima è tranquillo, ma c’è quel velo di profonda rassegnazione per l’assenza dei familiari».

Una condizione di disagio che sta facendo emergere il lato più squisitamente umano dei detenuti.

Don Raffaele racconta che «la mattina di Pasqua giravo un po’ per le sezioni e a un certo punto, proprio perché la mia visita si stava prolungando e già era giunto l’orario del pranzo, sono entrato in alcune celle e i detenuti erano già seduti a tavola: non avete idea di quante persone mi hanno chiesto di benedire la tavola per il giorno di Pasqua. È stato un momento veramente molto bello, ed è da queste circostanze che posso affermare senza tema di smentita, che qui c’è più rammarico di non incontrare i propri familiari che paura di contrarre il virus.

Certo, anche il virus fa paura, però la rabbia è più nel primo senso che nel secondo».
Insomma un gesto di alta carità cristiana.

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