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BARI - Annalisa Saracino è professore associato di Malattie infettive e tropicali all’Università di Bari e autrice o coautrice di oltre 130 pubblicazioni su riviste internazionali su argomenti di interesse infettivologico.

Professoressa, se ci fosse una assistenza territoriale puntuale saremmo tutti più tranquilli. Nell’attesa, una domanda semplice: come ci si deve comportare all’insorgenza di sintomi correlati con la Covid-19, considerando anche che potrebbero avere altra origine?

«Non è affatto una domanda semplice, perché l’approssimarsi della stagione invernale renderà la sovrapposizione dei sintomi con altre virosi respiratorie sempre più problematica. Riassumerei le indicazioni in questo modo: mantenere la calma, visto che la maggior parte delle situazioni sono in ogni caso del tutto gestibili a domicilio, contattare il proprio medico curante o di riferimento, misurare la temperatura almeno due volte al giorno e se possibile misurare la saturazione arteriosa di ossigeno con un saturimetro. Mangiar bene e mantenersi idratati, non interrompere le terapie già in atto, evitare finché si può un allettamento completo, controllare i sintomi fastidiosi come la febbre con un antipiretico. Ciò detto, è innegabile che la possibilità di essere sottoposti a tampone a domicilio è cruciale se sintomatici, perché fino a che non si abbia evidenza di negatività è prudente e importante mantenere l’isolamento per non rischiare di diffondere il virus. Con un contatto costante anche solo telefonico con il medico curante, questi potrà stabilire l’opportunità di ulteriori presidi. Tutte le regioni inoltre stanno attualmente ampliando la possibilità di raggiungere i pazienti a domicilio con le Usca. Che questa pandemia evidenzi l’urgenza di cambiare e migliorare anche per il futuro i modelli di assistenza territoriale mi sembra ormai un dato di fatto, e se lo faremo forse potremo avere un risvolto positivo da questa difficile esperienza».

Le linee guida per la gestione dei pazienti a casa, alla cui stesura ha contribuito il presidente del Consiglio superiore di sanità, saranno discusse con le organizzazioni dei medici di medicina generale e la Federazione degli ordini dei medici. Intanto, lei le condivide?
«Ho visto solo la bozza sui giornali, ma, da quel che leggo, le condivido. Credo fosse un’esigenza avvertita da molti avere delle linee guida unitarie. Anche dal mio punto di osservazione ospedaliero ho avuto modo di notare nell’ultimo periodo alcune difformità di trattamento nei pazienti in ingresso, che a volte sottintendono degli equivoci di fondo, per esempio nell’uso troppo precoce del cortisone anche prima della necessità di effettuare terapia con ossigeno. So che c’è stata qualche polemica, anche in questo caso direi che quando saremo fuori dalla situazione di emergenza, avremo molto da discutere su come abbiamo organizzato i flussi informativi, le raccolte dei dati eccetera. Adesso però non mi sembra affatto il momento della polemica, semmai dell’azione unitaria».

Detto della gestione farmacologica per i lievemente sintomatici, mettiamo appunto ordine nel campo del trattamento terapeutico per i casi più gravi, quelli che necessitano della cura in ospedale. Quali sono le molecole efficaci?
«L’evidenza più solida attualmente in letteratura riguarda l’utilizzo del cortisone in tutti i pazienti che necessitano di ossigenoterapia (ventilati e non). Inoltre sia noi nei reparti di sub-intensiva sia soprattutto i nostri colleghi pneumologi e intensivisti abbiamo imparato a gestire meglio la stessa ossigenoterapia nelle sue diverse modalità di erogazione. Stiamo inoltre usando un antivirale (il Remdesivir) nei pazienti con polmonite nei primi dieci giorni dall’insorgenza della sintomatologia, prima tuttavia che arrivino a necessitare di ossigenoterapia ad alti flussi. Remdesivir inoltre è controindicato in caso di gravi alterazioni della funzionalità epatica e renale. Su questo farmaco però i dati che derivano dalle pubblicazioni scientifiche sono più contrastanti e di sicuro ancora necessitiamo di altre valutazioni. Sulla base dell’esperienza con antivirali in campi diversi, mi sembra che si sia ancora lontani dall’efficacia che un antivirale diretto dovrebbe avere, quindi siamo direi ancora in attesa di ulteriori sviluppi».

In generale, si fa grande affidamento sugli anticorpi monoclonali, così come in passato sul plasma. Siamo sulla strada giusta?
«I risultati dei primi studi pubblicati negli Stati Uniti e anche quanto riportato da analoghe ricerche in Italia sembrano confortanti. Infatti il primo anticorpo monoclonale ha già ottenuto da pochi giorni l’approvazione dell’Fda (la Food and drug administration statunitense - n.d.r.). Se questi risultati saranno confermati anche su casistiche più ampie, dovremmo essere sulla strada giusta».

La speranza è riposta prevalentemente sul vaccino. Ma non ne sappiamo abbastanza. A parte la sicurezza e l’efficacia, che potrebbe non riguardare l’intera popolazione, non ci sono evidenze sul fatto che garantisca l’immunità sterilizzante, cioè quella che impedisce la contagiosità. Non sarebbe il caso di pensarci prima di spendere miliardi di euro?
«È vero, ci sono aspetti che non conosciamo ancora, incluso quanto possa durare la protezione conferita. In questo momento però è molto importante venir fuori dalla situazione pandemica che crea il sovraccarico delle strutture sanitarie. Poi, sempre in medicina un approccio valido in un certo momento può essere in seguito superato da un metodo migliore o più vantaggioso. Direi che l’aspetto più importante è che venga rispettata la sicurezza. È innegabile che i tempi di sperimentazione sono molto più ristretti rispetto al solito, ma è anche vero che si è potuto procedere molto più rapidamente non solo per l’enorme impiego di mezzi e persone, ma proprio per la disponibilità di numeri molto ampi di esposti su cui condurre i test».

Senza certezze sull’immunità, quante probabilità ci sono di doversi iniettare delle dosi periodicamente così come avviene con l’influenza stagionale?
«Che importa? Se sarà necessario si farà, se avremo una copertura più duratura tanto meglio. Il particolare genoma dei virus influenzali rende comunque più probabili dei fenomeni di mutazione e ricombinazione, finora non dimostrati per il coronavirus. Le certezze le acquisiremo con il tempo e con lo studio paziente e perseverante, come sempre è avvenuto nella storia della medicina. Mi permetto ancora una considerazione: forse negli ultimi anni si è attribuito alla medicina un concetto falso di onnipotenza, che a volte ha portato molti a rifiutare l’idea stessa dell’esistenza della malattia e della morte, oltre che l’importanza dei vaccini che adesso si invoca da ogni parte. Ma noi medici siamo invece abituati a confrontarci con la dimensione dell’incertezza e anche del fallimento. Forse tutti dovrebbero approfittare per riappropriarsene…».

L’altro aspetto è la prevenzione. L’idrossiclorochina sembra ormai fuori dai radar, ma uno studio internazionale ne ha dimostrato la sicurezza. Già questo basterebbe per ipotizzarne l’utilizzo. Sono in corso studi per comprenderne l’efficacia. Converrà che se ci fosse sarebbe un’ottima notizia. O una profilassi è da escludere?
«Non basta dimostrare la sicurezza, o il fatto che sia un farmaco di basso costo, il punto è che la maggior parte degli studi su grandi numeri a oggi ne esclude l’efficacia. Per cui se ancora vi fosse un margine andrebbe però verificato in trials rigorosi e non lasciato all’iniziativa dei singoli, altrimenti si resta sempre nel campo delle opinioni che non ci porta alla soluzione del problema ma solo ad aumentare le perplessità dei pazienti. Per la profilassi farmacologica degli esposti, che si applica ovviamente a numeri molto più ampi rispetto agli infetti, bisogna credo attendere prima la dimostrazione di efficacia di uno dei metodi descritti sopra. In attesa di tutti questi sviluppi, che senz’altro ci saranno, non smetteremo però mai di ricordare che abbiamo già oggi a disposizione dei metodi preventivi altamente efficaci: distanziamento fisico, mascherine e lavaggio delle mani».

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