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Dal sovranismo giudiziario al globalismo investigativo

La linea del procuratore della Repubblica di Bari Giuseppe Volpe sintetizza al meglio la filosofia che c’è dietro l’operazione con la quale il Centro Dia di Bari ha sgominato la rete di trafficanti italiani e albanesi

Dal sovranismo giudiziario al globalismo investigativo

Criminalità organizzata sempre più globale? Altro che sovranismi. Servono indagini globalizzate. Ma bisogna creare le condizioni giuridiche che consentono di sviluppare gli accertamenti superando il distretto giudiziario in cui si opera.

La linea del procuratore della Repubblica di Bari Giuseppe Volpe sintetizza al meglio la filosofia che c’è dietro l’operazione con la quale il Centro Dia di Bari ha sgominato la rete di trafficanti italiani e albanesi. Non capita tutti i giorni che la polizia giudiziaria italiana sequestri beni mobili e immobili in un altro Paese, in questo caso l’Albania, lì dove operano trafficanti che, per ragioni storiche e geografiche, vedono nella Puglia una preziosa base logistica per gestire i loro affari illeciti. Tutto questo è stato possibile grazie a quella che alcuni addetti ai lavori definiscono come una sorta di «rogatoria aperta».

Con la collaborazione tra autorità giudiziarie e forze di polizia italiane e albanesi, sempre passando dall’autorizzazione del giudice competente, ovviamente, di fatto la giurisdizione si estende dal Distretto barese sino al Paese delle Aquile, senza il timore di restare impigliati nella rete della burocrazia, dei ministeri. Addio rigidi confini territoriali che stridono con la mentalità sempre più transnazionale delle organizzazioni cui bisogna reagire con un ottica più globale. Un cambio di mentalità e di approccio reso possibile da precisi strumenti giuridici. Il diritto come strumento per combattere il traffico di droga con un approccio di più ampio respiro. Adesso, l’obiettivo è che questo percorso virtuoso non si arresti e che l’operazione messa a segno ieri faccia da apripista.

Va in questa direzione l’esplicito auspicio di Filippo Spiezia, vice presidente e membro per l’Italia di Eurojust che ha commentato: «Con questa operazione introduciamo una “best practice” che potrebbe essere utile per invertire queste proporzioni e aprire nuove prospettive di lavoro anche per altre autorità giudiziarie europee», anche perché «In Europa è stato stimato che ben il 98% dei proventi illeciti sfugge all’azione di sequestro e confisca». Insomma, le «sic», ovvero le squadre investigative comuni composte in questo caso dagli agenti del Centro Dia di Bari e dalla polizia albanese hanno funzionato perfettamente come era accaduto, sempre con la Dia protagonista, grazie all’operazione «Shefi» di qualche anno fa. Un procedimento chiuso con pesanti condanne. E non è un caso che, dopo quel verdetto, siano spuntati persino i primi collaboratori di giustizia albanesi.

Non una cosa scontata al di là dell'Adriatico. Tirana è a 40’ da Bari. Tra le due sponde la droga continua a viaggiare a fiumi. E più passa il tempo, più sembra che i rapporti di forza tra i due mondi criminali siano sbilanciati a favore degli albanesi. Intendiamoci, sarebbe eccessivo relegare i trafficanti pugliesi al ruolo di manovalanza, sia chiaro. Ma è evidente che i veri broker della marijuana e dell’hashish sono albanesi. Al massimo i baresi si occupano dello scarico della merce che viaggia su gommoni velocissimi e del deposito della droga. Una joint venture moderna che si combatte con strumenti giuridici moderni.

Anzi, globali.

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