Giovedì 27 Febbraio 2020 | 08:38

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James Bond sbarca a Gravina ed è polemica: area archeologica ceduta come set

Dopo Matera, «007» si sposta in Puglia: le rovine rupestri scelte per girare degli inseguimenti. Girare un film non è raggirare l’archeologia

«Bond 25», nei Sassi il ciak di inizio sull'Agente 007

All’inizio degli anni ‘60 Pasolini andò in Palestina alla ricerca della location in cui girare il Vangelo secondo Matteo. Sperava di trovare lì, in quel paesaggio, le suggestioni che potessero accompagnare la buona novella del sacro che si fa uomo. E invece rimase deluso dalla modernità di Gerusalemme, dove lo sguardo si posava solo su uno spazio industrializzato e occidentalizzato. Perciò preferì girare il suo magnifico film in Italia meridionale, a Barile e a Matera, nella cui grotte ancora cariche di tempo e di silenzio, ambientò le scene più significative e drammatiche: la impiccagione di Giuda, la crocifissione, il pianto delle donne e della madre, la resurrezione. Fece così un omaggio non solo alla fede più popolare e autentica, ma alla città di Matera che da quel momento entrò nell’immaginario del mondo come «città invisibile», direbbe Calvino, ovvero quella città in cui il desiderio arriva prima del corpo perché le architetture colloquiano con parti dell’anima universale e profonda.

Gravina, città rupestre fatta di acqua che scava la pietra, ha la stessa occasione di entrare nell’immaginario del mondo. Il cinema può aiutarla, essendo diventata uno dei set internazionali maggiormente richiesti anche dalle mega produzioni. E però Gravina, come tutta la Puglia, si trova ad un bivio che coinvolge sia l’impatto turistico, sia la sua identità civile e culturale. Il bivio è scegliere inderogabilmente fra cedere il suo paesaggio a Pinocchio o a 007, senza mediazioni di sorta.
Chiunque ovviamente sceglierebbe 007. E infatti in questi giorni una troupe multinazionale si è insediata sulla zona più bella, fra l’area archeologica del Padre Eterno (una necropoli di raro interesse), il pianoro della Madonna della Stella (anche questa di rara bellezza, nonché legata ad antichi culti di fecondità) e il costone della gravina (il torrente da cui il Paese riceve matrice naturale e identità), per girare alcune scene di James Bond 25.

Da quel che è dato sapere le scene saranno delegate agli stantman più che agli attori e riprodurranno le prodezze più veloci e violente del nostro Eroe. Prodezze impattanti, come sostiene una interrogazione di due consiglieri comunali, e come si vede dalle ruspe e dagli escavatori in bella mostra, nonché da uno strato di breccia utile a lanciare una macchina contro un muro, messa anche questa in bella mostra vicino alle tombe peucete.
La contentezza istituzionale e mediatica è alta, e anche la maggior parte della popolazione sembra orgogliosa di apparire 21 secondi (ventuno) in un film di tale portata. C’è però, e sono pochi, chi preferisce Pinocchio e ricorda come Matteo Garrone, soltanto due mesi fa, sia venuto a Gravina, nella gravina di Gravina, a girare il suo film sul burattino briccone senza sequestrare la zona, senza mezzi impattanti, con la delicatezza della fiaba che è diventata così metodo e contenuto.
Ha fatto come altri registi prima di lui, da Francesco Rosi a Luigi Di Gianni, da Nico Cirasola a Sergio Rubini a Pippo Mezzapesa. Cercavano tutti un Sud magico, il sud di Ernesto De Martino, e , di conseguenza hanno «usato» il luogo non solo come uno scenario, appunto una location, ma come un contenuto per lo stesso film, contribuendo perciò sia a comunicarlo al mondo, sia a tutelarlo.

Quel cinema umile verso i luoghi, in loro ascolto, sapeva che il paesaggio non è una merce che si può svendere per pochi spiccioli e qualche affitto di casa, giacché il paesaggio costituisce l’anima della comunità, la memoria delle generazioni, la sapienza di tutti i mestieri antichi che lo hanno forgiato, i desideri delle persone che vi hanno vissuto, la potenza del tempo, maestro, a cui dobbiamo riconoscenza. Quel cinema di realismo magico lo sapeva e lo ha narrato, non ha colonizzato le popolazioni ma ha contribuito alla loro crescita e alla loro formazione.

Chiedere garanzie, rispetto, prudenza, ad una produzione d’azione, in cui il protagonista si sposta in tutto il mondo mostrando paesaggi che la vista non riesce più a distinguere e ad amare, non è perciò una idea ristretta e provinciale. È provinciale invece pensare il contrario se l’Unesco - che non è una agenzia per aprire qualche pizzeria ma la più grande istituzione educativa e culturale del mondo - emana un documento che invita, oltre a rispettare fisicamente i luoghi , anche a rispettare lo «spirito dei luoghi», ovvero quel fascino immateriale e impalpabile che lì, proprio lì, ha reso possibile originali, profonde, ancestrali narrazioni. Perché solo così il luogo diventa veramente universale e può entrare nella Lista del Patrimonio dell’Umanità, proprietà simbolica del mondo che però, affida alla comunità locale il dovere di proteggerlo e custodirlo.

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