Giovedì 21 Marzo 2019 | 02:46

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Se lo sciopero della fame
scredita il Parlamento

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DI MICHELE MIRABELLA

Non riesco ad appassionarmi alle manovre politiche o, meglio, alle manovre che si compiono per la politica. Perché, diamine, la politica vera, quella, sì, m’interessa. Considero, infatti, tra i più sciocchi e dannosi luoghi comuni quello salottiero e qualunquista che fa dire banalità del tipo: «La politica è tutta una porcheria» con la variante scema «I politici sono tutti uguali» e l’appendice «Una volta arrivati dove vogliono arrivare, signora mia…. ». Lo scrittore svizzero Max Frisch scrisse: «Chi non si occupa di politica ha già preso quella decisione politica che voleva risparmiarsi: serve il partito al potere».

Tuttavia ribadisco di trovare noiosissime e, spesso, incomprensibili le «manovre» dei politicanti di mestiere o, peggio, degli improvvisatori. Ecco perché faccio fatica a comprendere fenomeni ed epifenomeni generati dall’attività febbrile di partiti, movimenti, coalizioni, gruppi, congreghe, associazioni, fronti, avviata in prossimità della scadenza del parlamento. O, meglio, la fatica che faccio, in verità, è quella di seguire il defatigante lavorio per inventare leggi e regolamenti in cui sono impegnati i politici e gli addetti agli studi. Tutto per aggiustare la procedura elettorale, modellarla sugli interessi di parte, più che su quelli del sistema democratico (il sospetto viene) e, finalmente, lasciare che il popolo possa decidere con il voto. Forse questo voleva significare, in tempi meno feroci, l’invito «Vota e fai votare!»: tu, parlamentare, vota con coscienza, dopo aver liberamente pensato, studiato e dibattuto e, quindi, abilita con le libere leggi della Repubblica il popolo a decidere, «fallo votare». Ma il popolo ha aggiustato l’invito in modo, diciamo, famigliare, e ne ha ricavato un viatico al quieto vivere e un’interpretazione bonariamente collettivistica del supremo interesse del Paese.

«Vota e fai votare» era, infatti, e, per quanto ne so, è ancora una formula propagandistica molto comune. L’istigazione è, giustamente, rivolta non solo all’interlocutore, ma, anche ai suoi corrispondenti. Il votante diventa un propagandista in proprio. Il sistema si manifesta incapace di raggiungere le pieghe più riposte del tessuto sociale e si affida agli individui che, non solo devono votare per convinzione, per avere il posto alla Regione, il parcheggio davanti a casa, la licenza per il cognato, per tenerci contenti o, perfino per motivi politici, ma devono anche far votare. Devono, cioè, convincere altri, parenti, amici, affini, casigliani, dipendenti che siano, a votare in un certo modo per convinzione, per avere il posto alla Regione, il parcheggio davanti  a casa, la licenza per il cognato, per tenerci contenti o, perfino per motivi politici e, a loro volta, per ottenere quello che vogliono devono far votare. Una specie di catena di Sant’Antonio che, per così dire, allarga la democrazia diretta al rango di pettegolezzo sociale, dilata il vicolo alla conquista del consenso, innalza clienti al titolo di promotori.

Nel mare della casistica galleggiano esempi celebri: si va dalla dotazione di spaghetti prima del voto conditi dai pomodori pelati elargiti solo a vittoria ottenuta, alla banconota tagliata e ricomposta dopo l’unzione elettorale, alle scarpe spaiate, al posto di lavoro lasciato solo intravedere dopo il comizio e concesso a cose fatte. Nella piazza del paese si vedeva spesso passeggiare il deputato con il codazzo dei postulanti che si manifestava come una minuscola cratofania rustica a dimostrazione che il modesto prezzo che si pagava per la democrazia era pur sempre meglio della tirannide. Posto che «cratofanico» è tutto ciò che manifesta il potere, anche uno struscio diventava atto politico.

Nessuno si è scandalizzato mai troppo per questo clientelismo pervicace, ma accettabile, se rimaneva nell’ambito d’una sorta di familismo allargato e, soprattutto, ineluttabile in una società complessa e ancora erede di stili di vita e comportamenti ancestrali in cui le relazioni personali dettavano scelte politiche e ragioni del cuore, sì, ma anche pressanti ragioni dello stomaco e urgenze di sopravvivenza.

Il pericolo era un altro e si annidava nelle regole stesse della democrazia, doverosamente rispettose delle libertà individuali, dei diritti e dei doveri dei sudditi emancipati ed elevati al rango di cittadini, quelle regole che da molti postulatori dello stato «liberal» esasperato sono considerate intralci e legacci. La democrazia è un organismo delicato: s’ammala facilmente di estremismo, di quell’esasperazione dei suoi principi naturali e del suo statuto di ragioni. Ha bisogno dell’equilibrio e della moderazione, di autocorreggersi per sopravvivere. Chi, con la scusa di applicare all’estremo i principi della democrazia, combatte lo stato di diritto, sbuffa contro le regole parlamentari, considera la legge, non il nomos, la regola ineludibile che armonizza la società, ma una pastoia all’individuale iniziativa esasperata, la condanna all’asfissia. Ma è anche giusto reclamare che, appunto, la legge torni ad essere la suprema rati” della comunità, la norma che regola la convivenza nella Repubblica e della Repubblica con il mondo.

Anche alla luce di questa riflessione, mi domando quale senso abbia che dei parlamentari, cioè i rappresentanti del popolo, si risolvano al gesto estremo dello sciopero della fame per ottenere quanto non riescono a ottenere con l’adempimento rigoroso e corretto delle procedure democratiche, per giunta, quanto reclamano dal loro partito, dalla propria parte politica. Lo sciopero della fame non risulta contemplato, infatti, dal metodo democratico e, inoltre, espone, all’ironia gradassa del «qualunquismo» una causa che, come tutte le espressioni delle culture politiche pacifiche, meriterebbe rispetto. Anche il rispetto di chi non la condivide, ma, soprattutto, il rispetto di chi crede in essa. E lo sciopero della fame scredita il Parlamento e attiene alla piazza. Non lo voto e non lo faccio votare.

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