Martedì 26 Marzo 2019 | 03:48

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E il mercurio misurò la febbre dell’oro

di Giorgio Nebbia
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Il mercurio è un esempio della crescita e declino delle merci; crescita per i suoi molti utili usi scoperti nel corso degli anni, e declino per la scoperta che la maggior parte di questi usi aveva effetti nocivi sulla salute e sull’ambiente. Il mercurio era noto fin da epoca romana e veniva prodotto dal principale minerale esistente in natura, il cinabro, che è un solfuro di mercurio da cui il mercurio può essere ottenuto per riscaldamento ad alta temperatura. Le prime testimonianze della pericolosità del mercurio si sono avute con la diffusione dei suoi sali per la tintura in nero di peli, capelli e del feltro dei cappelli. Viene un brivido pensando quante signore e signori si siano tinti, per tanto tempo, nell’Ottocento, i capelli di nero usando dei sali di un metallo che veniva assorbito attraverso la pelle e provocava dei disturbi neurologici. 

Nel frattempo erano state scoperte molte altre «virtù» del mercurio. È una delle poche sostanze che hanno un elevato coefficiente di dilatazione: basta un piccolo cambiamento di temperatura per far salire in maniera apprezzabile e ben visibile, il mercurio in un sottile capillare, un’applicazione che ha assicurato un vasto impiego del mercurio nei barometri e soprattutto nei termometri, da quelli scientifici a quelli, numerosissimi, che ogni famiglia ha nel cassetto per misurare la temperatura corporea, «la febbre». 

Un’altra interessante proprietà del mercurio consiste nel formare, con alcuni altri metalli, delle amalgame, delle specie di leghe liquide in cui il mercurio e il metallo sono strettamente uniti; una delle più diffuse applicazioni è stato nel recupero dell’oro da soluzioni diluite o da rocce contenenti l’oro allo stato di metallo puro. Il contatto di queste rocce col mercurio determina la formazione di amalgame dalle quali l’oro può essere recuperato o per via chimica o distillando il mercurio che veniva così recuperato e rimesso in ciclo e l’oro era recuperato allo stato puro. Anzi «l’età dell’oro » (letteralmente) della produzione mondiale del mercurio è stato nell’Ottocento con la «corsa all’oro» negli Stati Uniti e nel Sud Africa. Il mercurio è ancora usato nell’estrazione dell’oro in molti paesi e sfortunatamente questa operazione è fonte di inquinamento dei fiumi e del mare.

Intanto ancora alla fine dell’Ottocento si è scoperto che il mercurio era un eccellente conduttore dell’elettricità e così si sono rapidamente diffusi dispositivi contenenti mercurio, da conduttori speciali, a interruttori, eccetera. Una delle prime applicazioni del mercurio nelle produzioni chimiche industriali è stata la fabbricazione dell’idrato di sodio e del cloro per scomposizione elettrolitica del cloruro di sodio, il sale comune; facendo passare una corrente elettrica attraverso una soluzione di cloruro di sodio, il cloro e il sodio si separano. Il successo industriale del processo è stato reso possibile dalla scoperta che il sodio forma con il mercurio un’amalgama che, per trattamento con acqua, da luogo alla formazione dell’idrato di sodio cercato. 

Purtroppo inevitabilmente vapori di mercurio si liberano nell’aria delle fabbriche e nell’ambiente. In alternativa è possibile produrre l’idrato di sodio e il cloro con processi senza mercurio, ma meno efficienti. Un altro processo, basato sulla trasformazione industriale nell’acetilene in vari derivati, impiegava come catalizzatori sali di mercurio che finivano in parte negli effluenti scaricati nel mare. Negli anni Sessanta fu scoperto che la morte di molti pescatori giapponesi, abitanti nel golfo di Minamata, era provocata proprio dall’inquinamento di una di queste fabbriche insediata sulle rive del golfo; i sali di mercurio scaricati nel mare venivano assorbiti dei pesci che li trasformavano in metil-mercurio; i pesci venivano usati come cibo dai pescatori che così assorbivano il metallo velenoso. In seguito a questo scandalo il processo con catalizzatori di mercurio fu abbandonato. 

A poco a poco molte utilizzazioni del mercurio sono state vietate per legge e così è andato declinando anche la sua produzione che, nel mondo, è scesa in una trentina d’anni da 6000 a meno di 1000 tonnellate all’anno, in continuo declino. L’Italia è stata per molti decenni uno dei principali produttori mondiali di mercurio che veniva estratto dalle miniere di cinabro esistenti sul Monte Amiata, in Toscana; le miniere sono state chiuse intorno al 1980. 

Ma, mobile come è, il mercurio esce dalla porta, grazie a leggi ambientali più rigorose, ma rientra nella nostra vita quotidiana dalla finestra. Il mercurio è presente nei carboni e durante la combustione sfugge ai filtri e viene immesso nell’ambiente e ricade sui terreni, in ragione di alcune diecine di milligrammi per ogni tonnellata di carbone bruciato. E in Italia si bruciano ogni anno circa 18 milioni di tonnellate di carbone nelle centrali termoelettriche e nelle industrie metallurgiche. Per diminuire gli sprechi di elettricità dovuti alle lampadine ad incandescenza, che trasformano in energia luminosa solo una piccola frazione dell’elettricità consumata, sono state messe a punto delle lampade a basso consumo di energia che usano meno elettricità e che sono basate sullo stesso principio delle lampade fluorescenti. Sono infatti, anch’esse, lampade fluorescenti compatte. Purtroppo la luce bianca si ottiene, con basso consumo di energia, quando una radiazione ultravioletta viene a contatto col rivestimento interno delle lampade e la radiazione ultravioletta si forma quando una corrente elettrica attraversa un tubo contenente, rarefatti, dei vapori … di mercurio. Da qui la necessità di prestare attenzione quando si buttano via le lampade a basso consumo energetico perché, dalla rottura del tubo, possono liberarsi nell’aria vapori di tale metallo velenoso. Si casca quindi da una trappola tecnologica all’altra.

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