Martedì 26 Marzo 2019 | 01:25

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Rovistando tra i rifiuti leggerai la nostra storia

di Gino Dato
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«La gestione dei rifiuti vista come una cartina tornasole della capacità (o meno) di una società di accedere al mondo moderno»: scrive Piero Angela nella prefazione al nuovo libro di Lorenzo Pinna Autoritratto dell’immondizia. Come la civiltà è stata condizionata dai rifiuti (Bollati Boringhieri ed.). Nonostante il disastro, o forse proprio per capire Napoli, dobbiamo partire, come fa Pinna, autore televisivo e divulgatore scientifico, dal primo gesto dell’uomo per poi passare ai miasmi alle infezioni alle epidemie, all’attuale gestione dei rifiuti. Una battaglia e una sfida non solo per gli avanzamenti tecnologici ma anche per lo spirito civico.

Qual è stato il primo gesto, il primo «altro da sé» del rifiuto, da parte dell’uomo?

«Non è solo l’uomo a produrre rifiuti. È la vita stessa. Senza rifiuti, cioè scarti del metabolismo organico, non c’è vita. Il problema è come affrontare questo aspetto inevitabile della esistenza. L’uomo, per gran parte della sua storia, come cacciatore e raccoglitore nomade non ha dovuto affrontare l’insidia dei rifiuti. Questa minaccia si è manifestata nella sua pericolosità quando l’uomo si è trasformato, circa 10.000 anni fa, in agricoltore e allevatore sedentario. Da lì è cominciata la convivenza con i rifiuti che, in quelle epoche remote, erano soprattutto i liquami organici sia umani che degli animali addomesticati».

Che cosa è la «città pestilenziale»?

«Il passaggio all’agricoltura e all’allevamento, e l’invenzione di tecniche come l’irrigazione e l’aratro trainato dagli animali, hanno permesso una produzione di alimenti in grado di mantenere grandi concentrazioni di uomini, come appunto le città. Tuttavia il mancato trattamento/allontanamento dei rifiuti e la totale ignoranza della microbiologia (cioè dei micropredatori) rendono, per millenni, questi agglomerati umani delle “città pestilenziali”. Città, dove, per le pessime condizioni igieniche, le morti superano le nascite. L’ipotesi del mio libro è che queste “città pestilenziali” (tutte le città del passato) dovessero essere rifornite dalle campagne non solo di cibo, ma anche di uomini. Solo con la rivoluzione industriale, alla fine del ’700, si cominceranno a muovere i primi incerti passi per sconfiggere la “città pestilenziale”».

Il passato e il presente: differenze e similarità nella risposta dell’uomo ai rifiuti.

«Nel passato la convivenza con i rifiuti era vista quasi come un fatto normale. Del resto per i nostri antenati era difficile immaginare che queste scorie potessero alimentare organismi invisibili, capaci di scatenare terrificanti epidemie. Con la rivoluzione industriale le invenzioni permettono di realizzare i primi grandi progetti di bonifica della “città pestilenziale”, soprattutto , a metà ’800, a Londra e a Parigi, grazie alle gigantesche opere di Joseph Bazalgette e Georges Haussmann. Il primo passo è la costruzione delle reti idriche, acquedotti e fogne, che ancor prima della scoperta dei batteri e di altri patogeni (avvenuta alla fine dell’800) migliorano le condizioni igieniche e hanno come riflesso un allungamento della vita media di chi vive in città».

La storia dell’uomo è costruita sulla scorta della predazione? I macropredatori sono sempre in agguato?

«L’interpretazione della storia come “predazione” è di un famoso storico canadese, William H. McNeill. In questa visione il passaggio dalla caccia e raccolta all’agricoltura, e quindi alle città, porta a un “fulminante” intensificarsi della predazione. Sia quella micro - dei patogeni invisibili che scoprono il loro paradiso nella “città pestilenziale” -, sia quella macro, cioè di uomini (le élite al potere) che riescono ad appropriarsi del frutto del lavoro di altri uomini».

«Allontana e dimentica»: con i rifiuti adottiamo spesso la strategia che adottiamo con gli uomini.

«Al di là delle analogie psicologiche, l’allontana e dimentica, come strategia per trattare i rifiuti, rappresentò un passo avanti straordinario a metà dell’800, quando si capì che i rifiuti andavano allontanati dalle città. Il problema dei rifiuti, allontanato dalla città, tuttavia si ripresenta aggravato dalla straordinaria capacità produttiva delle società industriali. L’ambiente non è una pattumiera dalla capacità infinita. I rifiuti, prodotti ormai su scala industriale, vanno “trattati” da un sistema industriale in grado di neutralizzarli e di restituire all’ambiente resti non dannosi per la salute umana. La crisi italiana, in questo settore, è proprio nell’incapacità di passare dall’allontana e dimentica a un sistema industriale in grado di trattare e neutralizzare i rifiuti».

In chiave storica, qual è l’errore che potrebbe sommergerci di rifiuti esizialmente?

«Tecnicamente trattare i rifiuti (nel rispetto dell’ambiente e con la tutela della salute umana) non è un’impresa complicata. Il problema di Napoli è, come sostiene il libro, “culturale”: manca una cultura “industriale”, cioè la capacità organizzativa, amministrativa, manageriale di affrontare progetti complessi, senza approfittarne per predazioni politico-criminali a vantaggio di minoranze esigue e a danno della grande maggioranza. Se pensiamo che, a livello planetario, nei prossimi vent’anni un miliardo di persone si trasferirà, soprattutto in Asia, dalle campagne nelle città, ci si può rendere conto della sfida che ci troviamo di fronte. Il modello “Napoli”, dove non si riesce a trattare l’immondizia di una città di nemmeno un milione di abitanti, sarebbe catastrofico. Ma abbiamo fiducia che questo modello non verrà imitato, anzi si rivelerà utilissimo per non ripeterne la micidiale catena di errori».

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