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Il principio di Palazzo Chigi per spoliticizzare la pandemia

Anche Draghi, forse, non sfuggirà al rischio di ritrovarsi impallinato da qualche compagno di strada

Si discute di Palazzo Chigi ma si pensa  al Quirinale

Tutto in Italia finisce in politica, spesso in rissa politica, anche a causa di un gol annullato per presunto fuorigioco. Figuriamoci una tragedia immane come la pandemia provocata dal virus cinese. Da un anno assistiamo, sulla linea da adottare a proposito delle attività economiche, allo scontro tra due correnti di pensiero, o meglio tra due schieramenti col viso dell’arme: aperturisti e chiusuristi. Gli aperturisti stanno prevalentemente a destra. I chiusuristi stanno soprattutto a sinistra. Questo in Italia.
In Germania, il quadro delle posizioni sulle misure anti-Covid, si presenta, a un di presso, rovesciato: il centro destra di Angela Merkel è attestato sul lockdown, sul coprifuoco, mentre la sinistra ha una linea meno intransigente. Idem in Svezia, nazione progressista per eccellenza, che dall’inizio della pandemia ha adottato una strategia diversa, quasi opposta, rispetto ai provvedimenti restrittivi varati dal resto del Continente. Anche la Svizzera, sulla falsariga della Svezia, ha cercato di non chiudere tutto. Con risultati, diciamo, piuttosto controversi e altalenanti.

La verità è che, al di fuori dell’imperativo categorico di vaccinare, in tempi brevissimi, il maggior numero di persone, non esiste una strategia risolutiva, al di sopra di ogni sospetto, al riparo da ogni controindicazione e da imprevedibili effetti collaterali.
Lasciare tutto aperto, direbbe la Cancelliera a Berlino, è da irresponsabili. Ma anche lasciare tutto chiuso, obietterebbero gli scettici, non è un’idea felice. Per la semplice ragione - oltre che per i contraccolpi sull’economia - che, a distanza di un anno dai primi divieti anti-contagio, difficilmente la gente comune osserverebbe le prescrizioni statali con la stessa disciplina e con il medesimo senso di responsabilità dimostrati all’inizio dell’infezione di massa. Proprio nella «ordinata» Germania lo stop alle feste e alle riunioni pubbliche è stato e viene tuttora aggirato con il boom dei meeting privati nelle case, il che ha compromesso il buon esito dei provvedimenti decisi dalla Cancelliera.

Né si può immaginare di istituire una sorta di Stato di polizia permanente contro gli aggiramenti delle norme ostative alla circolazione di cose e persone. È vero che in una situazione di pericolo e di emergenza, il principio di prevenzione e precauzione dovrebbe ispirare sempre le scelte affidate ai governanti, ma è altrettanto vero (e auspicabile) che, pure in uno stato di emergenza, andrebbe tenuto in massima considerazione anche il principio di proporzionalità.
Per intenderci. Il bene salute è fondamentale, sta in cima alla scala delle priorità da tutelare. Ma se l’apertura di alcune attività economiche non compromette, sulla base dell’esperienza e dei dati dell’ultimo anno, la salvaguardia della normalità quotidiana di ciascuno, non si capisce perché non si debba seguire e applicare il principio di proporzionalità (tra mezzi e fini, in soldoni). In fondo, per allargare il discorso, cos’altro è l’analisi costi-benefìci se non la trasfigurazione economica del principio di proporzionalità?
Del resto, il principio di proporzionalità è figlio, un secolo fa, proprio della giurisprudenza tedesca che, nell’analizzare le cosiddette leggi di polizia specificava che «la polizia non deve sparare ai passeri con il cannone».
Il caso, o il vissuto personale, vuole che oggi sia Draghi, e non la Merkel, a ispirarsi al principio di proporzionalità sublimato dai giuristi germanici. Segno che la contaminazione delle culture ha oscurato gli antichi confini tra le tradizionali tendenze politico-programmatiche delle singole nazioni, e che le ossessive contrapposizioni tra destra e sinistra andrebbero attenuate a beneficio di un approccio pragmatico, empirico, non ideologico, nei riguardi dei problemi che si presentano sul cammino dei governi, dei popoli e di ogni essere umano.
Non si può, né si deve sempre buttarla in politica, che, in Italia, significa buttarla in caciara o gettare la palla in tribuna (per chi ama le assonanze col pallone).
A Mario Draghi va dato atto di aver cercato di spoliticizzare - riuscendoci solo in parte - la questione della pandemia, nonostante tutti i tentativi messi in atto per politicizzarla a tempo indeterminato. Va dato atto al presidente del Consiglio di essersi ispirato al criterio che consiglia di cercare la verità nei fatti e, successivamente, gli va riconosciuto di aver fatto proprio il principio di proporzionalità di cui sopra.
Ora. Ce la farà il suo governo a schivare, nei mesi prossimi, l’insidia della politicizzazione del Covid, insidia che si aggira come un ingombrante fantasma nelle stanze di Palazzo Chigi?

Non è facile rispondere, sia perché la politica italiana è di per sé più indecifrabile di un rebus iper-enigmatico; sia perché l’attuale composita, variopinta, maggioranza di governo è frutto di una condizione eccezionale, provvisoria; sia perché il tasso di ideologismo e di elettoralismo è duro a morire; sia perché si profilano all’orizzonte appuntamenti straordinari (l’elezione per il Quirinale tra meno di un anno e le votazioni politiche tra meno di due anni); sia perché, osserverebbe un redivivo Francesco Cossiga (1928-2010), l’attività politica non è altro che l’organizzazione del complotto.
E, in Italia, la preparazione del complotto, ai danni di ogni governo in carica, scatta immancabilmente un minuto dopo il giuramento sul Colle da parte dell’intera squadra ministeriale.

In fondo il dem Goffredo Bettini, accusato di dietrologismo spinto per aver adombrato un’operazione complottistica ai danni di Giuseppe Conte, ha, per certi versi detto un’ovvietà. È dall’Unità d’Italia che i governi, in Italia, cadono più per i veleni, le manovre e le cospirazioni interne alle relative maggioranze che per l’offensiva delle corrispondenti opposizioni. Nessun governo ha goduto di un’immunità, di un vaccino contro i complotti orchestrati dagli «amici».
Anche Draghi, forse, non sfuggirà al rischio di ritrovarsi impallinato da qualche compagno di strada. Per questa ragione, probabilmente, ha accettato di perfezionare la sfida al Covid attenendosi a quel teutonico principio di proporzionalità da lui già sperimentato nella tedesca Francoforte quand’era alla guida della Banca centrale europea (Bce). Che poi è la versione aggiornata del «giusto mezzo» già esaltato, con sfumature diverse, da mostri sacri del passato come Aristotele (384-322 avanti Cristo) e Orazio (65-8 avanti Cristo).

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