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Sarà perché l’Italia è un Paese cerniera sotto molti punti di vista, collocato al centro di un Mediterraneo che ha ritrovato la centralità geostrategica e la verve commerciale di un tempo

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L’Italia non è una grande potenza politica e militare. Non fa parte del Consiglio di sicurezza dell’Onu ed è il Paese più vaccinato contro le tentazioni belliche, non foss’altro perché sul suo suolo ospita un’autorità spirituale come il Papa. Ma l’Italia è forse il Paese più corteggiato dai Grandi e meno grandi del pianeta. Sarà perché l’Italia dispone del patrimonio culturale più ragguardevole e fascinoso del globo, il che le assicura un brand unico e inattaccabile. Sarà perché l’Italia è un Paese cerniera sotto molti punti di vista, collocato al centro di un Mediterraneo che ha ritrovato la centralità geostrategica e la verve commerciale di un tempo. Sarà perché l’Italia è un Paese che a volte anticipa fenomeni politici che poi sbarcheranno in nazioni, diciamo, più pesanti. Sarà perché l’Italia resta un perno fondamentale dell’Europa, che senza il Belpaese equivarrebbe a una Champions League orfana per sempre del Real Madrid o del Barcellona. Sarà per tutta un’altra serie di ragioni, sta di fatto che la Penisola costituisce l’oscuro, anzi il chiaro, oggetto del desiderio di molti appetiti internazionali.
A dire il vero, non è da oggi che a Roma e in altri centri nevralgici dello Stivale si muovono gli apparati spionistici di sicurezza di mezzo mondo. Tutti controllano e tallonano tutti, sia nei periodi di cosiddetta guerra fredda sia nei periodi di riconosciuta distensione.

La classe politica italiana, storicamente, salvo pochissime eccezioni, ha sempre preferito tenersi alla larga dai temi e dai problemi legati ai servizi di sicurezza. Vuoi per non commettere passi falsi. Vuoi per un’atavica diffidenza verso le trame degli 007, che saranno avvincenti e piacevoli in una sala cinematografica, ma, nella vita reale, possono provocare più di dolore. Vuoi per una falsa idea dei compiti di un apparato di sicurezza.

E comunque. Il caso dell’ufficiale di marina arrestato perché scoperto a passare materiale top secret a un agente russo, conferma ciò di cui sopra: l’Italia è la più grande sorvegliata speciale d’Europa (forse della Terra) non soltanto per i suoi pericolanti conti pubblici, ma anche o soprattutto per la sua posizione geopolitica, per il suo retroterra di informazioni, per il suo potenziale di sviluppo, per le sue tecnostrutture economiche. Hard power (potere duro), soft power (potere attrattivo), sharp power (potere affilato) sono i tre paradigmi che si alternano nel mondo per impadronirsi della vera nuova grande ricchezza: i dati, che rappresentano i pilastri, l’essenza della società documediale.
Ora. La guerra di nervi e di reti spionistiche già in atto per il controllo del vero tesoro di questo secolo, sfocerà verso una guerra vera e propria, verso una guerra calda foriera di disastri irreparabili per l’intera umanità? Chissà. Speriamo di no. Anche se l’aria che tira sul palcoscenico globale non è delle migliori, e non solo o non certo per il cambiamento climatico.
L’Italia, però, può fare molto perché la tensione ceda il posto alla distensione. Può fare molto perché, pur essendo una terra ancorata ai valori e agli organismi di protezione occidentali, l’Italia è per storia e geografia, un Paese ponte tra i vari mondi: Est e Ovest, Nord e Sud, Europa baltica ed Europa mediterranea.

Se l’America di Joe Biden alza la voce nei confronti di Vladimir Putin, l’Italia ha il dovere di ricordare al Grande Alleato di Washington che da sempre, dall’epoca degli Zar, i russi soffrono il complesso dell’accerchiamento ai loro danni e che esasperando il tono dello scontro verso Mosca si rischia di indebolire l’anima democratica della cultura russa, quella che ha generato fuoriclasse letterari come Fedor Dostoevskij (1821-1881) e Lev Tolstoj (1828-1910). Si rischia esasperando i toni, di risvegliare l’anima autocratica, prima confluita nell’assolutismo zarista e successivamente sedotta dal totalitarismo stalinista.

Così come a Putin va ricordato di darsi una calmata, che l’Europa è l’Europa, ossia una creatura di pace su cui, però, dev’essere abbandonata e rimossa per sempre qualsiasi ipotesi di sottomissione o finlandizzazione (europea) da parte moscovita. Insomma.
Aldo Moro (1916-1978) forse ha pagato con la vita il tentativo di avvicinare i due superblocchi (ora almeno tre, con la Cina) attraverso una manovra complessa e semplice nello stesso tempo: accelerare il processo di integrazione e unità europea per rafforzare la pace; aiutare la democratizzazione dei Paesi dell’Est per avvicinare i popoli e allontanare i pericoli dello scontro ideologico.

Anche adesso ci vorrebbe un Moro tra Biden, Putin e il cinese Xi. L’Europa, priva tuttora di un telefono unitario capace di rispondere in nome dell’intera Unione, non dispone di una figura simile, accreditata da tutti per una funzione di ricucitura. Ma dovrebbe sbrigarsi a plasmarla questa figura, attraverso l’accelerazione del processo di unità politica. Se l’Europa non spingerà in tal senso, sarà lei a sorbirsi la definizione di «ventre molle» storicamente appiccicata all’Italia.
Cominci Mario Draghi, nel segno di Moro, a far ripartire il dialogo tra Mosca, Washington e Pechino. Il presidente del Consiglio italiano ha prestigio, credibilità e capacità, attestate in Europa, negli Usa e altrove. Prenda lui l’iniziativa. Se si resta fermi, l’alternativa qual è: la guerra, forse all’indomani di un piccolo incidente diplomatico?

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