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Su i braccioli… e giù gli ascolti. Viene facile parafrasare l’ottimo Fiorello con la sua battuta volta a sdrammatizzare la platea tristemente vuota dell’Ariston. Perché la vera notizia di questa 71ma edizione di Sanremo è che il Covid-19 non si è accontentato di imporre un’edizione del Festival a porte chiuse, che qualcuno ha efficacemente definito di «San Remoto», ma ha pure interrotto un trend di ascolti che da un po’ di anni sembrava in costante crescita. Già, proprio gli ascolti, lo share, la croce e delizia di ogni programma televisivo che si rispetti e che per Sanremo erano un fiore all’occhiello, sono andati al di sotto delle aspettative e stavolta il buon Amadeus non soltanto non è riuscito a superare se stesso, ma neppure a eguagliarsi: 11 milioni e 176mila spettatori nella prima parte di martedì sera contro i 12 milioni 480mila del 2020 e 4 milioni 212mila nella seconda parte a fronte dei 5 milioni 697mila dell’anno precedente.

Come dire circa 1,3 milioni di telespettatori in meno in un’edizione in cui, teoricamente, tutto avrebbe dovuto giocare a favore: coprifuoco da covid con permanenza forzata in casa, controprogrammazione poco preoccupante e persino una ipotetica voglia di svago dopo un anno nel quale lo «stop and go» ha spinto gli italiani a consultare Dpcm e zone a colori più del meteo prima del giorno di Ferragosto.

Bilancio comunque positivo per il direttore di Raiuno Stefano Coletta, che ha spiegato la «piccola flessione» con lo slittamento di un mese, mentre Amadeus ha precisato che il dato di ascolto è sì «fondamentale, ma secondario», rivelandosi un emulo di Ennio Flaiano e del suo «la situazione è grave, ma non è seria». Resta il fatto che gli ascolti del debutto hanno riportato le lancette del Festival indietro fino a quelli del 2008. E pur essendo saggio attendere la conclusione di sabato, qualche domanda bisognerà pur cominciare a porsela. A cominciare da quella su una liturgia che si ripete forse un po’ troppo stancamente, con la gara vera e propria che ha inizio poco prima delle 22; le gags e le ospitate ogni 2/3 canzoni che inevitabilmente dilatano la trasmissioni fino a tarda notte; la durata di 5 giorni giustificata solo dall’esigenza di aumentare la raccolta pubblicitaria quando invece basterebbero tre serate ben congegnate. E attenzione, non stiamo minimamente toccando l’aspetto artistico per evitare di andare a ingrossare le file di quegli italiani sempre pronti, alla bisogna, a trasformarsi in allenatori, economisti, infettivologi, direttori artistici e chi più ne ha più ne metta.

Diciamo la verità, qualcosa sta cambiando nella comunicazione e l’onda lunga che ha portato il terremoto nel mondo dell’informazione cartacea, comincia a lambire anche quello dell’intrattenimento televisivo. In quest’anno di pandemia, gli italiani hanno consumato più televisione, ma sono diventati più selettivi: prediligendo l’informazione, ma anche scoprendo la tv on demand, la cui offerta di film, serie e documentari, con modalità e orari di consumo di taglio quasi sartoriale, sono anni luce avanti alle Tv generaliste e commerciali. E in un mondo in cui tutto cambia, crediamo veramente che la formula sanremese sia sacra e immutabile come il Talmud?

Poi c’è la pandemia che di riffa o di raffa ci ha cambiati un po’ tutti, ha modificato le nostre abitudini, ci ha fatti passare dallo smart working allo smart… living (?) rendendoci tutti più sedentari. Se n’è accorto anche Fiorello che ieri si è persino commosso pensando ai patimenti di sua figlia quattordicenne, privata della propria socialità (tranquillo, è in ottima compagnia…). Forse non bastano le canzoni a tirare su il morale a quanti hanno dovuto affrontare problemi ben più seri di un teatro vuoto. Ma in ogni caso non è un festival dall’”andamento lento” la migliore fonte di distrazione. E sono lontani i tempi in cui il solo pronunciare la parola “culo” in Tv avrebbe acceso il dibattito per almeno un paio di giorni.
Non siamo nemici di Sanremo, sia ben chiaro, ma ostili a tutto ciò che rifiuta il cambiamento, quello sì. E in un Festival in cui la musica abbraccia un range stilistico che va da Aiello a Orietta Berti, è lecito aspettarsi molto di più, specie in un anno in cui si è trovata ogni possibile motivazione pur di farlo andare in scena in barba a ogni dramma da pandemia. Ora non ci aspettiamo un’inversione a U, magari offerta al pubblico sull’asettico carrello di ordinanza, ma attendiamo fiduciosi un colpo d’ala.

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