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Mario Draghi

Più Mario Draghi onora la virtù del silenzio, più proliferano le scuole di pensiero attorno, scusate la ripetizione, al suo pensiero. Stringi stringi, le correnti interpretative sono due. C’è chi considera Draghi un keynesiano doc, vale a dire un interventista mai dimentico delle lezioni dell’economista Federico Caffè, suo maestro, scomparso misteriosamente nell’aprile 1987. E c’è chi considera Draghi il classico liberista di stampo nordamericano (solo o anche perché il presidente del Consiglio ha studiato e vissuto per parecchio tempo negli Stati Uniti).

Molto più realisticamente, Draghi non può essere definito né un keynesiano-keynesiano né un liberista-liberista. Mister Euro, come dimostra la sua storia, è tutt’al più un liberale pragmatico, che ovviamente riconosce la (collaudata) capacità allocativa delle risorse posseduta dal mercato, ma, nello stesso tempo, non ignora la funzione di riequilibrio svolta dalla mano pubblica.
Non sbaglierebbe chi dovesse definire l’ex presidente della Bce come un liberista temperato, e non sbaglierebbe chi dovesse etichettarlo come keynesiano altrettanto moderato. Del resto, la moderazione, quando non è sinonimo di rinuncia e di rinvio, costituisce un valore, idem il compromesso, che rappresenta l’essenza di una democrazia. E poi, molto dipende dalle situazioni.

Il Draghi che, agli inizi degli anni Novanta, con l’Italia nel marasma di Tangentopoli in prima pagina e delle Partecipazioni Statali in seconda, architetta le privatizzazioni per fare cassa e introdurre elementi di concorrenza (purtroppo non favorita da una chiara, liberale normativa anti-monopolistica) è il Draghi che non respingerebbe l’etichetta di thatcheriano. Non a caso su super-Mario si scagliarono i fulmini dei difensori dello Stato Padrone e dei boiardi dell’industria pubblica.
Ma il Draghi che mette la firma sotto il Quantitative Easing, ossia vara il più massiccio programma di pompaggio monetario mai concepito in Europa (e non solo) è il Draghi che avrebbe riscosso l’applauso di John Maynard Keynes (1883-1946) in persona.

Nel primo caso, Draghi e con lui il grande Nino Andreatta (1928-2007) salvarono l’Italia privatizzando a più non posso (l’operazione, nonostante gli ostacoli, frapposti dalla politica e dai pescecani della Razza Padrona in agguato, alle imprenscindibili liberalizzazioni, servì a rassicurare i mercati sulla volontà del Belpaese di voltare pagina). Nel secondo caso Draghi salvò l’Europa, adottando una terapia - leggi liquidità - che avrebbe fatto imbufalire i teorici della scuola liberista di Chicago. contrari ad ogni tentativo, fosse pure il più timido, di monetizzazione del debito.
Del resto, il discorso di Draghi sul debito buono e sul debito cattivo spiega la sua filosofia economica (improntata a sano pragmatismo) meglio di cento articolesse siglate ora dai suoi sostenitori ora dai suoi detrattori. Non esistono ricette risolutive, password funzionali ad aprire qualsiasi portone. Esistono solo ricette che, in base alle particolarità del momento, possono dare risultati buoni o mediocri. Tutto sta a non farsi abbagliare dagli ideologismi, dagli algoritmi mentali che ignorano la realtà, così come Pinocchio aggirava la verità.
Non è facile. Ecco perché conviene tacere, come ha scelto di fare Draghi pure in occasione del suo primo Dpcm anti-Covid. Conviene cucirsi la bocca specie se il diretto interessato non deve dimostrare nulla a nessuno, né deve organizzare un partito, né deve impostare una campagna elettorale.

Conviene tacere anche perché i problemi sono complessi e chi pretende di semplificarli per ragioni televisive, si presta quasi sempre a manovre truffaldine. Non a caso Aldo Moro (1916-1978), spesso bersaglio di strali e ironie per il suo linguaggio di non facile comprensione, reagiva con forza, con orgoglio, tenendo il punto, contro chi gli chiedeva, in sostanza, di banalizzare i discorsi. «La semplificazione - replicava Moro - può, in apparenza, servire a rendere più chiaro un problema, ma di fatto lo complica, perché i problemi non sono mai semplici. I problemi sono sempre complessi e la semplificazione non agevola la verità».

L’economista Andreatta, che di Moro era consigliere, spiegava così, con una metafora, la proverbiale prudenza, anche lessicale, dello statista pugliese: «Per Moro il Paese era come un castello di carta, si poteva cercare di costruire un ulteriore piano, ma bisognava appoggiare le carte con grande delicatezza e trattenere il respiro, altrimenti crollava tutto».
Oggi più di ieri si continua a governare trattenendo il fiato. Draghi lo sa. Il che lo porta a sposare con maggiore trasporto la condotta non soltanto comunicativa di Moro, anch’egli, per altro, metà conservatore e metà progressista in economia.
Finale. Parafrasando un tormentone del Cavaliere verrebbe da esclamare “Draghi?Lasciatelo lavorare”. E per piacere, evitate di fare le analisi al suo apparato circolatorio, per scoprire se al suo interno circola il sangue di Keynes o quello di Milton Friedman (1912-2006). Circola solo il sangue di Draghi. Sangue che forse, andando su e giù, rimugina così: ogni vestito deve adattarsi al fisico di chi lo indossa e alla circostanza in cui viene esibito. Punto.

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