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Il rischio anonimato per i 5stelle «ribelli»

Pallottoliere a parte, resta il nodo: cosa vogliono i quaranta ribelli che hanno voltato le spalle all’opzione Draghi e, dunque, anche al Movimento?

Il rischio anonimato per i 5stelle «ribelli»

In principio furono il «vaffa» e il «mai con». Poi, un lungo cammino di redenzione sulla strada del governismo che è un po’ come quella per l’inferno, lastricata di buone intenzioni e con lo stesso finale doloroso. L’ustione, in questo caso, è lo strappo dei quaranta ribelli che hanno voltato le spalle all’opzione Draghi e, dunque, anche al Movimento, finendo per regalare il primato in Aula all’intergruppo virtuale del centrodestra diviso.

Pallottoliere a parte, resta il nodo: cosa vogliono i ribelli? Un tempo gli analisti si arrovellavano su quale fosse l’anima autentica dei 5 Stelle: se quella sovranista e antieuropea del governo gialloverde o quella progressista dell’esecutivo giallorosso. Sembrava la madre di tutti i dubbi e, invece, era la cugina di quarto grado, perché se resisti, cornuto e contento, sia nella prima che nella seconda compagine governativa, allora significa che il punto non è quello.

Non è questione di «anima» o di tensioni ideali. Forse è qualcos’altro. Nella nuova maggioranza c’è ancora Matteo Renzi, il Bruto che ha pugnalato a morte il divo Conte (quoque tu che avevi fatto nascere quel governo...). E, per soprammercato, in mezzo c’è pure Silvio Berlusconi che ha rispedito ai piani alti i Brunetta e le Gelmini. Ma è davvero motivo sufficiente per non partecipare, da prima forza dell’Aula, al governo del tutti dentro? Soprattutto dopo aver governato disinvoltamente con Salvini prima e con Pd-Leu dopo.

Anche la tesi dell’aver ottenuto poco dalle trattative maldestramente condotte dalla premiata ditta Grillo&Crimi non sta un granché in piedi: è una partita che ti giochi. Se incassi bene, se perdi ci stai lo stesso. Almeno in teoria non è un mercato, ma un match di boxe e se le prendi l’incontro non si annulla.
Ultima motivazione: il banchiere Mario Draghi non è una bella compagnia per chi voleva cambiare il mondo. Sarà, ma la signora Ursula Von der Leyen, almeno nell’iperuranio delle categorie politiche, non è poi troppo diversa dall’ex governatore della Bce.

Insomma, le «cattive» frequentazioni, le trattative andate male, il perfido banchiere: nessuna di queste, dopo anni di vaffa rimangiati, è una ragione valida a giustificare sbalzi di ipertensione e infarti politici. La verità è che il Movimento, da qualche anno a questa parte, è una compagine di governo che ha imboccato una strada chiara: ci sediamo al tavolo con tutti, buoni e cattivi, purché ci facciano fare quello per cui ci hanno votato, dal reddito di cittadinanza alla riforma della prescrizione. Punto. Il resto è solo condimento che fa male al colesterolo. Il «non siamo più marziani» di Grillo è tutto qui e ha ragione lui perché è una scelta maturata nella prassi, mese dopo mese, governo dopo governo. A volersi ribellare bisognava farlo prima.
Anche la Puglia, da questo punto di vista, ha dato il suo contributo come incubatore territoriale. Legittima la battaglia anti-accordo di Antonella Laricchia dopo che, per tutta la campagna elettorale, le fanfare pentastellate avevano tuonato contro il governatore Michele Emiliano. Meno legittimo sarebbe che qualcuno si scandalizzasse, in punta di principio, per futuri accordi in Regione magari con un renziano o - perché no? - con un conservatore. Il dado è tratto e cadere dal pero non serve.

Quindi resta da capire cosa vogliano questi ribelli. Perché i governi gialloverde e giallorosso sì, perfino nella variante ter, e quello «repubblicano» no? Perché Draghi no e la Von der Leyen sì? Misteri della fede grillina. Qualcuno maligna che, con la continua emorragia di voti che ha colpito da tempo il Movimento, le uniche chance di essere rieletti sono fuori dalla compagnia e non dentro. Può essere. Ma non volendo abbassare tutto a ragioni miserabili e dando per buono lo slancio sincero dei dissidenti è a loro che si chiede, a questo punto, uno scatto ulteriore. Se condannati a uscire dovranno federarsi e gettare la maschera. Almeno loro. Dovranno dirci se sono sovranisti o progressisti, disgustati da quello o da quell’altro, fedeli alla linea X piuttosto che a quella Y. Identità e paletti. Ma il sospetto è che, al di là della scelta di merito, del «ci sto» o «non ci sto», le idee siano poche e ben confuse. Al punto che alcuni, pur sapendo a cosa andavano incontro, stanno cercando di rientrare dalla finestra. Forse non a torto. Mettersi a camminare tanto per camminare non serve a nulla. Perché quella non è più la strada per l’inferno, ma quella per l’anonimato. La peggiore di tutte.

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