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I duellanti e l’intervallo tra la crisi e la crisi-crisi

Il bello, o il brutto, della politica è che nessuno può scommettere nulla a occhi chiusi. La sorpresa, spesso una doccia gelata, è sempre dietro l’angolo, e provoca dolori inattesi

I duellanti e l’intervallo tra la crisi e la crisi-crisi

Allenatore giramondo, personaggio iconico ed ironico, il serbo Vujadin Boskov (1931-2014) non è passato alla storia per le sue pur ragguardevoli vittorie calcistiche (una su tutte: lo scudetto della Sampdoria), ma per una frase («rigore è quando arbitro fischia») tuttora più gettonata di un brano di Claudio Baglioni. Ecco.

«Rigore è quando arbitro fischia» non è solo un felice divertissement linguistico per stoppare sul nascere i tele-analisti di ogni post-partita, ma costituisce uno spot assai azzeccato per la certezza del diritto; un richiamo soggettivo all’oggettività dei fatti; un invito plateale alla responsabilità individuale in un mondo segnato dall’irresponsabilità generale.

Se il Boskov-pensiero fosse applicato alla politica, si prosciugherebbero d’incanto i fiumi d’inchiostro (polemico) in cui annega l’intera categoria a discapito della credibilità di maggioranze e opposizioni, di gruppi e partiti, di leader e amministratori vari.

Ma non divaghiamo. Le crisi di governo made in Italy costituiscono la prova provata del teorema Boskov. Non si può parlare di crisi-crisi, ossia di crisi vera e propria, fino a quando il presidente del Consiglio non rimette il suo mandato nelle mani del presidente della Repubblica. Fino a quando non viene ratificato questo passaggio formale, tutto resta in discussione, nulla è certo, i colpi di scena possono smentire anche la più autorevole previsione. ll che suggerisce di distinguere tra la crisi e la crisi-crisi.

a crisi è un dato permanente del sistema politico italiano, è la sua cartolina simbolica, come la Torre Pendente lo è di Pisa e il Colosseo lo è di Roma. Tutti i governi, di ogni colore, cominciano a soffrire, in Italia, già prima che i loro ministri prestino giuramento al Quirinale. I papabili esclusi dal consesso governativo promettono vendetta, tremenda vendetta, e non rimangono mai con le mani in mano. I più ardimentosi avviano da sùbito le pratiche, le operazioni complottistiche per demolire il nuovo castello di potere. Piccona oggi, piccona domani, alla fine qualcosa succede.
La crisi-crisi, invece, è la ratifica ufficiale della crisi ufficiosa. Somiglia a quel rapporto tra coniugi sfociato in un divorzio davanti al giudice dopo un periodo di sfibrante separazione in casa.

Giuseppe Conte sta facendo i salti mortali per evitare che la crisi evolva in crisi-crisi. Sì, perché le crisi possono sempre essere gestite e pilotate dal premier in carica, mentre le crisi-crisi di solito si caratterizzano per lo sfratto ai danni dell’amministratore delegato di stanza a Palazzo Chigi, e ciò a dispetto delle rassicurazioni e attestazioni di stima fornite da quasi tutti gli shareholder e stakeholder in campo.

A vantaggio di Conte, comunque vada a finire la telenovela in atto, gioca la legge tendenziale delle crisi all’italiana: di solito i cittadini puniscono con severità, in cabina elettorale, i rottamatori di ogni governo, di ogni ordine e grado, e premiano i bersagli di queste manovre. Infatti, il rottamatore per eccellenza, Matteo Renzi, sta rischiando l’osso del collo da quando ha armato le sue batterie contro l’avvocato originario di Volturara. Il diretto interessato (Renzi) ne è consapevole, ma il fatto che non abbia mai ordinato la tregua alle sue truppe sta a significare che lui dà per scontato il proseguimento della legislatura e che il fantasma delle elezioni anticipate rimane, appunto, soltanto un fantasma.

Ma il bello, o il brutto, della politica è che nessuno può scommettere nulla a occhi chiusi. La sorpresa, spesso una doccia gelata, è sempre dietro l’angolo, e provoca dolori inattesi. Di conseguenza, occhio. Antenne sempre rialzate, pronte a intercettare il minimo sussurro.

Bisogna riconoscere che il presidente del Consiglio, il cui cursus honorum non evoca precisamente il curriculum del politico di professione, si è comportato da esperto veterano nella battaglia contro il suo machiavellico predecessore (Renzi). C’è chi lo ha accostato a Giulio Andreotti (1919-2013), chi ad Arnaldo Forlani (1925), chi ad Agostino Depretis (1813-1887). Sta di fatto che Conte si è destreggiato con abilità e furbizia tra le numerose trappole piazzategli sul suo cammino. Ci è riuscito, finora, grazie al combinato disposto tra due condizioni di estremo favore: il massiccio sostegno dei Cinque Stelle che solo sul nome di Conte possono ritrovare l’antica unità; il timor panico della stragrande maggioranza dei parlamentari di non ritornare più a Roma in caso di scioglimento delle Camere.

Ad ogni modo, non era e non è semplice schivare le pallottole dei crisaiòli in Italia. Ci vuole un sesto senso, quello pronto a soccorrerti nei momenti più delicati. E Conte questa dote, che poi significa mantenere i nervi saldi, sta dimostrando di possederla, da provetto incassatore. Viceversa, ora è Renzi a doversi inventare un’altra partita, specie se il suo rivale riuscirà a conservare le chiavi di Palazzo Chigi. Renzi, in breve, dovrà evitare - scottandosi con la crisi-crisi - di imitare l’altro Matteo (Salvini), artefice, nell’estate 2019, di una scelta autolesionistica (la rottura con i 5S) al limite del suicidio.

La morale delle crisi-crisi non cambia mai. Quelle che sul momento, per qualcuno, sembrano vittorie, presto si tramutano in sconfitte. E viceversa.

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