Lunedì 25 Gennaio 2021 | 16:17

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Meglio tardi che mai. Premesso che, come ragionavano gli antichi romani, quando il nemico Annibale piomba alle porte non è il momento di dividersi, semmai di unirsi senza indugio alcuno, anche l’emergenza Covid andava affrontata come si affronta un esercito straniero che invade il tuo territorio: tutti insieme. Invece, così non è andata. Anzi, proprio sulla pandemia si sono acuite divisioni e contrapposizioni, addirittura tra gli esperti, nel solco della tradizionale strumentalizzazione politica che, in Italia, precede e accompagna ogni problema quotidiano, anche il più risibile.

In verità, l’intera Europa avrebbe dovuto parlare con una voce sola e agire con una linea unica di fronte all’avanzata del morbo sbarcato dall’Asia. Ma, si sa, servirà del tempo prima che questa aspirazione (senso di responsabilità) possa venire esaudita senza particolari ostacoli. Nazionalismi, sovranismi e localismi, tribalismi vari sono duri a morire e condizionano le scelte di quanti rifuggono dagli approcci ideologici per sciogliere ogni nodo. E però non si ravvisano molte alternative quando spuntano inattese emergenze mondiali (genere Covid), di sicuro non suscettibili di essere contrastate con soluzioni territoriali.

E comunque. Se almeno le singole nazioni, di fronte ai nuovi Annibale che invadono i confini, ritrovassero quell’unità nazionale, quel minimo di concordia operativa che eviti di concentrarsi più sulle polemiche che sugli interventi salvifici, sarebbe di sicuro un salutare progresso. Ma non è un’ambizione, un auspicio semplice a realizzarsi, come dimostra la storia dei popoli, e di quello italiano in particolare.

La cultura bipartisan, nello Stivale, ha fatto capolino, nei decenni, solo in sporadiche occasioni.

E anche quando i contrasti si sono attenuati e i governi hanno potuto disporre di coalizioni assai estese, la luna di miele politica tra gli ex avversari è durata meno della luna di miele tra due sposini appena tornati dal viaggio di nozze.

In ogni caso, oggi va accolto con favore il nuovo clima, meno surriscaldato, tra maggioranza e opposizione in Italia. Durerà? Il presidente Sergio Mattarella non si era mai risparmiato nei mesi scorsi, ben sapendo che i litigi a Roma producono effetti e contraccolpi anche nelle regioni e nei comuni della Penisola, la qual cosa genera, a tutti i livelli, una confusione e una litigiosità inarrestabili (tutti contro tutti), spesso meritevoli di visite psichiatriche più che di dotte disquisizioni socio-politologiche. Ma, nonostante i ripetuti appelli alla distensione da parte del Quirinale, i duellanti italici hanno preferito continuare a combattere e inseguirsi come Orazi e Curiazi.

L’altro ieri, quasi per miracolo, il colpo di scena. Votazioni pressoché unanimi, nei due rami del parlamento, sulle modifiche al bilancio, e conseguente abbassamento automatico del volume dei diverbi. Se questa tregua improntata a senso di responsabilità fosse scattata nove mesi addietro, probabilmente il Belpaese non avrebbe vissuto mesi di passione e anche il bollettino dei contagiati da Covid forse sarebbe risultato più corto e, chissà, anche il super-contrastato Mes (Meccanismo europeo di stabilità) avrebbe avuto modo, diciamo, di manifestare concretamente le proprie potenzialità «terapeutiche».

Ma non è mai troppo tardi, anche perché, a breve, bisognerà affrontare tutta la fase legata all’utilizzo dei vaccini (materia incandescente per via delle forti pulsioni no vax) e, soprattutto, all’avvento delle misure economiche di contenimento del debito pubblico che, come sanno pure su Marte, in Italia è ormai fuori controllo.

Silvio Berlusconi ha saputo fare da cerniera tra giallorossi e centrodestra. I maligni insinuano che la trasfigurazione del Cavaliere in super-colomba di pace della politica italiana dipenda dalla norma salva-Mediaset che impedisce ai francesi di Vivendi di tentare l’annessione dell’impero televisivo del Cavaliere. Tutto può essere. Tuttavia è da parecchio tempo che Berlusconi ha addolcito il proprio lessico politico. La mutazione di linguaggio è iniziata non appena sono migliorati i suoi rapporti con Angela Merkel e con l’intero Partito Popolare Europeo. Non è un mistero che la Merkel e, insieme con lei, la Lagarde e la von der Leyen svolgano il ruolo di leonesse a guardia della coesione europea contro gli assalti dei vari felini sovranisti e populisti. E dal momento che Berlusconi ha sposato la loro linea (quella di Merkel e amiche), diviene quasi inevitabile che sui temi cruciali, a cominciare dalle politiche di bilancio, Forza Italia trovi punti di contatto con il governo in carica, soprattutto con il presidente Giuseppe Conte, con vasti settori del Pd e, ultimamente, anche con Luigi Di Maio (che ha fatto impressione su un tipo assai esigente come Renato Brunetta).

Ovviamente Matteo Salvini e Giorgia Meloni non possono concedersi il lusso di un Berlusconi in fuga dalla coalizione di centrodestra, malgrado il mitigato peso parlamentare forzista rispetto a qualche anno fa. Se ciò avvenisse, Lega e Fratelli d’Italia si ritroverebbero ai margini dei giochi politici internazionali (dentro e fuori dell’Europa), visto che le presidenziali Usa hanno sfrattato dalla Casa Bianca il patrono dei pupulismi e sovranismi di mezzo mondo. E oggi restare al di fuori del Monopoli internazionale equivale a perdere influenza pure sul terreno nazionale. Roba che nessuno potrebbe accettare a cuor leggero. Di qui la decisione di Salvini e Meloni di votare a favore degli scostamenti di bilancio, insieme con il trattativista Berlusconi.

Bisogna dare atto a Berlusconi di aver saputo cambiare pelle reindossando un abito politico che sembrava irrimediabilmente scolorito dopo gli ultimi flop elettorali, aggravati dai sorpassi subiti dal Cav ad opera di Lega e Fratelli d’Italia.

Ma non sarà facile, per Berlusconi, conservare lo status di punto d’equilibrio tra i due schieramenti. Il Mes, più che la politica fiscale, potrebbe fare da ordigno esplosivo, e così le solite nomine di governo e sottogoverno. E così il futuro prossimo della pandemia.
Bando, perciò, ai facili entusiasmi. I governissimi, in Italia, anche nei periodi di grave crisi sociale, sono ancora più complicati e instabili dei governini, dal momento che si portano la futura opposizione direttamente in camera da letto. Restano i rimpasti e le verifiche, ossia la ritualità della Prima Repubblica, ossia l’anticamera delle crisi permanenti. Conte è il primo a saperlo. Infatti si adegua: meno parla, più dura.

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