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La tentazione del premier e il tandem pugliese

E comunque la tentazione, che s’insinua in ogni direttore di orchestra governativa, di crearsi una propria squadra di parlamentari, di forgiarsi un proprio partito, spesso è più irresistibile di un appuntamento con la Nutella

La tentazione del premier e il tandem pugliese

Non è mai comoda, in Italia, la scrivania del capo del governo. Figuriamoci nei mesi tumultuosi del Coronavirus. La giornata a Palazzo Chigi raramente scorre tranquilla. C’è sempre un assillo pronto a togliere il sonno. A Roma non mancano mai le manovre tese a rendere precaria la stabilità dell’esecutivo e la postazione del suo massimo dirigente. In Italia, poi, la poltrona di ogni presidente del Consiglio è più ballerina che altrove perché il nostro capo del governo non detiene i poteri dei suoi omologhi d’oltre frontiera. Il «complesso del tiranno», scaturito dal ventennio mussoliniano, indusse i padri costituenti a non prevedere la figura del primo ministro (premier), che, si sa, è un primus super pares. Per la Costituzione italiana, invece, il responsabile del governo è un primus inter pares, anche se gli viene riconosciuto il ruolo di coordinatore delle scelte ministeriali.
Ovviamente, il peso politico del presidente del Consiglio, oltre a non essere mai costante nel tempo, dipende da molteplici fattori: la personalità del diretto interessato, il suo rapporto con i leader dei partiti di maggioranza, la sua forza (o meno) nel gruppo parlamentare di provenienza, la presenza di rivali interni intenzionati a soffiargli la carica... Insomma, sono un’infinità le variabili che possono condizionare la navigazione di un timoniere di governo.

Tanto che anche i suoi poteri effettivi finiscono per assumere le sembianze di una fisarmonica: ora si allargano ora si restringono.
Di solito un presidente del Consiglio cui viene concesso di continuare a guidare il suo partito di elezione è più robusto (politicamente parlando) di un presidente del Consiglio sprovvisto dell’incarico di segretario politico. Ma a volte il doppio incarico si rivela la classica arma a doppio taglio: anziché costituire una polizza assicurativa sulla tenuta e durata del governo, si trasforma in un incentivo a stroncare al più presto i programmi del regista di Palazzo Chigi, dal momento che mai come in Italia la seduzione dell’uomo forte non si manifesta a tempo indeterminato. Presto subentra la paura, l’insofferenza nei confronti del dominus del momento e scatta il tiro al bersaglio contro il malcapitato.
Di conseguenza a volte capita che, per il conducente dell’esecutivo, sia una fortuna l’estraneità, la non appartenenza a una precisa forza politica, anche se, prima o poi, egli sarà costretto a raccordarsi con i leader della coalizione e con i ministri più influenti. Morale: non si sa mai come fare e cosa conviene fare. Non sempre è un bene, per il presidente del Consiglio made in Italy, fare collezione di incarichi, così come non sempre è un male, per la medesima figura istituzionale, essere privo, in Parlamento, di fedelissimi della prima ora.

E comunque la tentazione, che s’insinua in ogni direttore di orchestra governativa, di crearsi una propria squadra di parlamentari, di forgiarsi un proprio partito, spesso è più irresistibile di un appuntamento con la Nutella. Vi cedono, vi sono caduti quasi tutti, a cominciare da Mario Monti e Matteo Renzi, ultimi in ordine di apparizione.
Già nell’estate scorsa il tam tam si preparava a diventare assordante: Giuseppe Conte presto battezzerà il proprio partito. E via con i retroscena e le elucubrazioni sulle (presunte) operazioni in cantiere. Conte ha cercato, finché ha potuto, di arginare il fiume di indiscrezioni legate al suo avvenire politico, ma non ha potuto impedire la tracimazione di voci e ricostruzioni dietrologiche da parte dei cosiddetti bene informati. E quando la valanga delle anticipazioni, delle proiezioni, dei sondaggi, assume proporzioni travolgenti, solleticando l’ambizione umana, spesso nemmeno il protagonista della storia si dimostra capace di fermare l’onda, ritrovandosi così leader di una nuova Cosa anche per cause di forza maggiore.

I segugi di Montecitorio assicurano che il presidente del Consiglio non ha ancora deciso se tentare l’avventura del partito di Conte, anche se sono in parecchi a sbilanciarsi in tal senso. Conte, secondo alcuni retroscenisti, aspetta solo l’evoluzione positiva dei provvedimenti di contrasto alla pandemia, e gli sviluppi della riforma elettorale, poi deciderà se oltrepassare il Rubicone. Ma che, oggi, lui sia sul serio orientato a mettersi in proprio, lo confermerebbe - fanno notare i più convinti - l’indiscrezione sul principale compagno di strada in questo viaggio contiano: Michele Emiliano, presidente della Regione Puglia. Entrambi, Conte ed Emiliano, non perdono occasione per rivolgersi reciproche parole di apprezzamento. La qual cosa, in politica, non avviene mai per caso.

Anche Emiliano - osservano i più - non è tipo da stare mai fermo. Oggi è presidente della Regione Puglia, che pure non è un mestiere facile facile. Ma domani? Il fascino della Città Eterna è irresistibile. Il Re Leone pugliese potrebbe ambire a imitare il presidente laziale Nicola Zingaretti nella conquista di caselle nazionali. Potrebbe ritrovarsi in pianta stabile anche tra i Palazzi capitolini specie se il suo amico Conte dovesse trasferirsi in dimore istituzionali ancora più prestigiose. Fermiamoci qui.
Può sembrare fantapolitica, ma l’ambizioso tandem pugliese Conte-Emiliano forse ha in testa più di un progetto. Covid, permettendo. Ovviamente.

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