Mercoledì 25 Novembre 2020 | 12:47

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Comunque vada, il nuovo decreto non sarà certo l’ultimo. Ne verranno altri, ma prima o poi bisognerà smettere di navigare a vista e scegliere una via, per quanto impervia possa essere

Siamo sempre al dilemma fra il lavoro e la salute

Federico Fellini diceva che «nulla si sa, tutto si immagina». Valeva per il cinema e ancor di più vale oggi per il Covid a proposito del quale, in verità, una cosa si sapeva per certo. E cioè che dopo la pausa estiva sarebbe tornato ad appestarci attraversando l’autunno e l’inverno sulle ali del freddo. Così è stato ed eccoci tornati a marzo con i Dpcm, le restrizioni, le finanziarie d’emergenza, le preghiere e gli scongiuri, Conte che parla e chissà cosa dirà.

Nessuno vorrebbe essere nei panni del Governo, sia chiaro, chiamato allo sforzo di «immaginare» se non una soluzione definitiva, che non c’è, almeno un piano di battaglia che dia un minimo di certezze. Perché, certo, esiste ancora la possibilità di parare il colpo, allungando la Cig Covid (a patto che arrivi, però) o rinviando le cartelle esattoriali. Due provvedimenti sacrosanti. Ma quanto durerà?
Fino ad oggi l’esecutivo ha messo sul tavolo qualcosa come 140 miliardi, compresa l’ultima Manovra. E in pochi mesi, per giunta, per tenere la barca a galla e immaginare qualche trampolino di rilancio, come la fiscalità di vantaggio al Sud. Ma, insomma, nulla di rivoluzionario.

Siamo sicuri che i 209 miliardi del Recovery fund, peraltro molto scaglionati nel tempo, cambieranno le sorti dell’Italia? Altra citazione, questa volta di Ernst Bloch: «Pensare è oltrepassare». Difficile però credere che «l’oltre», in questo momento drammatico, siano la transizione green, i monopattini, la creatività e la digitalizzazione. Tutto molto bello, Greta ne sarà lusingata, ma sono al 90% robe da tempi di vacche grasse. L’Europa, «padrona» in materia di indirizzo e contenuti, tenga gli occhi sull’essenziale e non sui ricami, perché qui l’allarme è rosso da mesi.

La pandemia, nel suo tragico magistero, ci ha imposto di riflettere sui fondamentali: riduzione delle disuguaglianze, difesa dell’economia reale, taglio delle tasse, allargamento del welfare. Potenziamento della sanità pubblica. Oggi si discute ancora se dare più spazio ai medici di famiglia per alleggerire tutto il resto della catena. Sembra inizio marzo, siamo a metà ottobre, ancora qui pensosi. Chiudo le scuole o non le chiudo? Faccio un lockdown territoriale o uno nazionale più breve? Blocco le strade o i pub? Evidentemente nessuno, questa estate, mentre si stappava spumante per il ritorno a scuola degli studenti, si è posto il problema del trasporto pubblico in caso di seconda ondata. Eppure, nell’Italia delle task force, interrogarsi sulla questione sarebbe stato d’obbligo. Così come d’obbligo sarebbe stato evitare figuracce con baristi e ristoratori che, irridendo i «laureati» al potere, hanno chiuso a mezzanotte e riaperto alle 00.15 perché il vecchio Dpcm non prevedeva vincoli sul riavvio dell’attività. Questa volta la precisazione è arrivata anche se la nuova idea di sbarrare piazze e strade della movida rischia di aprire un altro caso, spingendo quest’ultima a improvvisarsi nomade tra l’affanno dei sindaci-sceriffi, le risate dei ragazzi e le ironie sui social. Altra «magra» in arrivo? Torna Fellini: la verità è che questa estate non si è immaginato molto. Anzi, quasi nulla.

Comunque vada, il nuovo decreto non sarà certo l’ultimo. Ne verranno altri, ma prima o poi bisognerà smettere di navigare a vista e scegliere una via, per quanto impervia possa essere. L’antropologo Ernesto De Martino usava una parola difficile: «odologia» dal greco odos, strada. La valutazione di tutti i sentieri possibili. Un’arte complessa ma necessaria perché si può anche decidere di muoversi a «fisarmonica», cioè aprendo e chiudendo in base al Covid, ma tutto deve essere pianificato prima (scenario 1, scenario 2, scenario 3 etc). Che i bus siano pieni e che questo sia un pericolo non può essere una scoperta galileiana di metà ottobre con tutto il codazzo di rimpalli, bisticci e perdite di tempo che inevitabilmente si innescano.

Purtroppo, il virus si palesa come un problema trappola, simile all’Ilva: scelgo il lavoro o la salute? La differenza sta nell’estensione e, di rimando, nella rapidità con cui si scioglie il nodo. E la risposta non è mai un assoluto, ma sta sempre nel mezzo: tutelo il lavoro e la salute. Nel caso della pandemia, il primo potrebbe salvare la seconda. Chi nel Governo tifa per la linea durissima, fortemente rintuzzata dalle Regioni, sottovaluta infatti i rischi politici. In caso di nuove e pesanti restrizioni i danni economici sarebbero incalcolabili e non ci vorrebbe molto per vedere qualcuno salire su un palco, buttare a terra la mascherina e tuonare: «Basta così, torniamo a vivere e a produrre». A quel punto, in pieno disastro, lo voterebbero tutti. E allora altro che bus pieni.

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