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Il mio sogno nel cassetto dopo un anno speciale: parla il rettore dell'Uniba

«A un anno dall’inizio posso dire grazie a tanti. La promessa fatta a me stesso però rimane intatta: quel portone del palazzo Ateneo su piazza Cesare Battisti vorrei proprio aprirlo»

Palazzo Ateneo sito in Piazza Umberto I, 1, 70121 Bari

Martedì 1 ottobre 2019. Un anno vissuto pericolosamente. È il titolo di un film del ’82 ed è anche quello che fotografa il mio primo anno da rettore dell’Università di Bari. Da Marzo molto è mutato nel paese e nella vita di tutti. Esiste un prima di quel mese di Marzo necessario al racconto. Iniziamo da un lunedì che per me aveva il sapore del sabato del villaggio. Decisi un po’ per caso e un po’ per scelta gli impegni del mio primo giorno da Rettore: prima avrei partecipato all’inaugurazione del nuovo Pronto Soccorso del Policlinico e poi avrei incontrato gli studenti del Liceo Scacchi, la mia scuola.

Alla festa del Policlinico i sorrisi erano istituzionali; poi in una affollata aula dello Scacchi sui volti dei ragazzi ritrovai la freschezza di sorrisi e di occhi ancora addormentati eppure sognanti. I primi appuntamenti e le prime promesse mantenute: un riassestamento programmato di qualche anomalia che ridava dignità all’attività svolta dai ricercatori. Poi ancora una diversa programmazione e distribuzione delle risorse. Alcuni interventi sul palazzo Ateneo e anche sugli edifici di altre sedi della nostra università. L’intento era anche di voler riconsegnare alla città di Bari un edificio storico molto bello. Sin dalla metà degli anni Sessanta, giocando a pallone nel giardino di piazza Cesare Battisti, avevo osservato un portone chiuso. Aprire quel portone ha assunto un valore simbolico. Non è il principale obiettivo, ma è un sogno nel cassetto. Un primo successo lo registro: aver evidenziato a tanti l’anomalo portone chiuso. Non se ne erano accorti. Un primo passo per realizzare le cose e farle notare come una anomalia. Solo così si può comprendere la via da perseguire per progettare e realizzare.

L’università di Bari conta oltre 50000 persone e varie sedi in zone diverse della nostra meravigliosa regione. Numeri importanti che sono ancora maggiori se includiamo le tante aziende piccole e grandi, vicine e lontane con cui lavoriamo. Tale ampiezza e complessità è spesso ridotta come testimonia una frequente domanda: come si può ridurre il numero di studenti che vanno in altre sedi universitarie? Risposta: la questione non è perché gli studenti vanno in altre sedi. La questione è perché non giungano da noi ragazze e ragazzi da altre zone del mondo. Anche per questo l’impegno sin dall’inizio l’ho rivolto alla estensione delle scuole di dottorato che possano renderci più attrattivi. Un investimento fatto con il coinvolgimento di aziende private. Ho dialogato con imprenditori coraggiosi e lungimiranti: insieme abbiamo immaginato in quale direzione investire. Abbiamo così prestato anche grande attenzione alle politiche di reclutamento sia per abbassare l’età media dei nostri docenti sia per garantire il necessario ricambio. Per essere competitivi abbiamo individuato nuovi profili professionali per meglio affrontare le sfide della globalizzazione. Governare i processi e dare indirizzi è fondamentale: aver redatto un piano strategico di sviluppo e vederlo premiato dal ministero è stato un buon segnale. Stiamo anche ridisegnando la stessa composizione della nostra università.

Il racconto corre così veloce al 4 marzo 2020. Era un tardo pomeriggio quando si materializzò il decreto del presidente del Consiglio. Il mio primo impegno fu di mettere tutti in sicurezza ‘slabbrando’ le indicazioni e anticipando le mosse dell’invisibile nemico: il virus. Studenti e personale dovevano evitare di uscire dalle loro abitazioni. Non era prudente farli salire su affollati treni o bus. Riunii i lavoratori e illustrai la situazione. Smart working e teledidattica iniziavano allora. Pochi giorni, forse una settimana, per trasferire tutto on line. Non fu semplice. Ricordo bene i volti smarriti. Anche io lo ero. Non lo dicevo, ma spesso i dubbi mi assalivano: stiamo facendo tutto il possibile per la sicurezza delle persone? In poco tempo tutto on-line: lezioni, esami, sedute di laurea e anche le riunioni. Passarono pochi giorni è l’inedito prese forma: in breve tutto il paese si colorò di rosso e si impose un nuovo termine: Lockdown. Allo smarrimento iniziale si sommò la necessità di dare una forma inedita alla nuova quotidianità. Mentre lo sguardo dei più era rivolto alla sanità, certamente in prima linea nella battaglia contro il virus, si cercava di normare il non normato. Si evidenziavano le falle di anni senza adeguati investimenti. La digitalizzazione delle amministrazioni pubbliche era stata da tempo evidenziata, ma senza investimenti era difficile realizzarla. L’assenza di infrastrutture come la banda larga certo non aiutava e tantomeno aiutava una legislazione ancora ancorata a procedure del secolo scorso. Con l’impegno di tutti, però, abbiamo mosso la macchina. L’elefantiaca burocrazia ha subito un dimagrimento imprevedibile fino a qualche tempo prima.

Nei mesi di lockdown ho studiato tanto anche soluzioni provenienti da altre parti del pianeta. Sarà un caso ma oggi consegniamo il diploma al momento della laurea. Poco tempo fa si aspettava mesi se non anni. Recuperare la semplicità della fiducia lo devo, però, ad un ragazzo che intervistato, non ricordo in quale trasmissione, rivolgendosi agli scienziati disse con candore: “per favore fate presto. Trovate il vaccino”. Oggi sembrerà banale, ma in quella richiesta c’era l’ammissione di quanto fosse importante studiare per vivere meglio. Alle difficoltà economiche delle famiglie abbiamo risposto riducendo le tasse. Ai dissennati algoritmi che penalizzano tale scelta, abbiamo risposto volendo dare opportunità alla maggior parte dei cittadini. La sfida l’abbiamo accettata. Un’inversione di rotta. Non tutte le iniziative si realizzeranno nel breve periodo. Inutile celarlo. Altre però stanno già partendo secondo le linee del nostro piano strategico. Ora possiamo fare quei necessari interventi per modernizzare aule e laboratori, sviluppare le linee di ricerca per una più proficua partecipazione ai bandi europei e tanto altro ancora. A un anno dall’inizio posso dire grazie a tanti. La promessa fatta a me stesso però rimane intatta: quel portone del palazzo Ateneo su piazza Cesare Battisti vorrei proprio aprirlo. Oggi mi godo il successo di aver fatto notare quella anomalia. L’emergenza ha mostrato tante anomalie diventate per consuetudine o indifferenza parte del nostro quotidiano, come avere una bella piazza con un prestigioso edifico che ha un portone chiuso da oltre mezzo secolo e, ironia della sorte, senza che nessuno avesse ancora inventato il termine lockdown.

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