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Presunzione fatale cioè insidia virale

Il virus, «veleno» nella sua etimologia, capace di mettere in crisi il genere umano. Sta seminando terrore e morte in tutto il mondo: un mondo di individui che, dopo la «conquista» di Marte, pensano di raggiungere le stelle, ma si rivelano inetti a sconfiggere un virus

Presunzione fatale cioè insidia virale

Da un po’ di tempo uso dire, scherzando (ma non troppo), che “un virus ha evirato il vir”, e cioè ha privato l’uomo (il vir) della forza (vis), lo ha infiacchito, svigorito. Potrebbe sembrare una boutade, una trovata spiritosa, ma non lo è. È solo un modo per cercare di sdrammatizzare una realtà preoccupante, inquietante. Il vocabolo vir, adoperato, si sa, per indicare l’uomo, il maschio in opposizione alla donna – “vorrei essere nata uomo” (virum me natam vellem), esclama Nausistrata, rivolgendosi a Demifone nella scena terza, atto quinto, di una “palliata” del commediografo latino Terenzio (Phormio, 792), e dopo aver rilevato la “enorme differenza esistente fra uomo e uomo” (vir viro quid praestat, 789) nel criticare chi amministrava con trascuratezza (indiligenter) i poderi di suo padre - ha una portata semantica diversa dall’omologo homo. È quanto emerge da numerose testimonianze della letteratura latina, soprattutto da Cicerone, che in un brano del Brutus (293), usa entrambi i vocaboli, differenziandoli però in maniera assai sottile: magnus homo vel potius summus et singularis vir (“un grande uomo, anzi un uomo eminente ed eccezionale”).  

Ora, immaginate un virus (“veleno” nella sua etimologia), un agente patogeno submicroscopico, capace di mettere in crisi il genere umano. Sta seminando terrore e morte in tutto il mondo: un mondo di individui che, dopo la “conquista” di Marte, pensano di raggiungere le stelle, ma si rivelano inetti a sconfiggere un virus. A dire che in passato ci sono stati scienziati che pur con i pochi mezzi di cui disponevano, ma con l’intelligenza e l’umiltà dei “grandi”, sono riusciti a liberare l’umanità da malattie terribili che provocavano un elevato numero di morti e contro le quali la medicina del tempo era impotente. Bisognerebbe ricordarli, e tutti. A cominciare da Edward Jenner (1749-1823), il medico inglese che nel 1796 scoprì la vaccinazione, e cioè la produzione di un rimedio, chiamato vaccino dal latino vacca (mucca), il preparato ottenuto con batteri o virus morti o vivi, che viene iniettato in un organismo per stimolarlo a produrre anticorpi specifici che ne assicurino una immunità attiva. La scoperta di Jenner rimase per molti anni quasi isolata. Ma fu Louis Pasteur, il chimico e microbiologo francese (1822-95), che fornì alla intuizione di Jenner la base razionale per una più estesa applicazione, e aprendo cosi una nuova era nella cura delle malattie infettive. Il primo banco di prova lo si ebbe con il carbonchio. Egli introdusse la vaccinazione con microrganismi viventi ma attenuati. Scoprì i germi piogeni (stafilococco, streptococco, ecc.), eseguì importanti esperimenti sulla rabbia, che lo condussero alla scoperta del siero antirabbico. Un’operazione non facile trattandosi di un virus non coltivabile in vitro e non visibile. Ma Pasteur, indomabile, riuscì a superare l’ostacolo coltivando e attenuando il virus della rabbia nel sistema nervoso centrale dei cani. Grazie al vaccino di Pasteur la mortalità umana da rabbia cominciò a diminuire in misura assai significativa. Si salvarono molte vite. Un successo scientifico, il suo, che entusiasmò tutti tanto da condurre alla fondazione dell’Istituto Pasteur, inaugurato nell’ottobre del 1888. E, ancora, a lui si deve l’invenzione del metodo di conservare alimenti liquidi (latte, vino, birra), poi esteso a molti altri, e chiamato, appunto, “pastorizzazione”o “pasteurizzazione”. Un esempio, questo, del legame che intercorre tra scienza, tecnologia e società. Altra personalità significativa, quella di Robert Koch (1843-1910), il medico e batteriologo tedesco, che descrisse tecniche e metodi che condussero alla scoperta del bacillo del colera (vibrione), del carbonchio, e soprattutto del mycobacterium tubercolosis, l’agente della tubercolosi: giustamente insignito, nel 1905, del Premio Nobel. In questo elenco non può mancare il nome di Alexander Fleming (1881-1955), il fisiologo scozzese che nel 1928 scoprì il primo antibiotico, la penicillina. Continuò le sue ricerche insieme a Ernest Boris Chain e Howard Walter Florey, ai quali venne attribuito nel 1945 il Premio Nobel. Celebre anche Frederick Chapman Robbins (1916-2003), pediatra statunitense, che insieme a J. F. Enders e T. H. Weller, studiò il virus della poliomelite, che valse loro il Premio Nobel nel 1954. Quindi, gli scienziati di un tempo, i più noti e i meno noti, sono stati i veri benefattori dell’umanità. Oggi, invece, la comunità scientifica si rivela ancora incapace di trovare un rimedio adatto a contrastare il Covid-19.

Dunque, il virus è la lezione, durissima, che la natura ha inteso dare all’uomo contemporaneo, un uomo presuntuoso che ritiene di essere il padrone dell’universo, il suo dominus, e non si rende conto di essere un “nessuno”. Continui pure, questo uomo superbo, che si crede un “Dio in terra”, a non rispettare la natura, madre di tutti noi. Continui a maltrattarla, a violentarla, e la natura non mancherà di presentargli il conto, un conto salato. Presti attenzione anche al clima: al riscaldamento globale, che sta procurando fenomeni allarmanti, come i numerosi e devastanti incendi che stanno sfigurando la foresta amazzonica, o il frequente scioglimento dei ghiacciai. Urge fermare questo disastro. Torni l’uomo a sentirsi parte integrante della natura.

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