Martedì 22 Settembre 2020 | 13:10

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Ma l'Italia non può permettersi tre crisi

Dopo quella sanitaria ed economica, una terza crisi incombe sull'Italia: quella umanitaria, alimentata dall’immigrazione di massa, che proviene dai Paesi africani e ora in particolare dalla Tunisia, colpita da un collasso economico che mette in fuga non solo i ceti più poveri e disperati, ma perfino qualche agente della Guardia costiera

migranti

La crisi sanitaria prodotta dall’epidemia di Covid-19 l’abbiamo affrontata, e almeno per il momento superata, con l’impegno e il sacrificio di tutti: tanto da meritarci lusinghieri apprezzamenti internazionali, dal presidente Donald Trump alla Cancelliera Angela Merkel. E proprio nei giorni scorsi il New York Times ha elogiato l’Italia con queste parole: “Da epicentro dell’incubo coronavirus a modello che dà una lezione anche agli Usa”. Staremo a vedere che cosa accadrà in autunno, ma oggi siamo certamente più e meglio preparati a sostenere un’eventuale seconda ondata, fino a quando non arriverà l’agognato vaccino.

Dalla crisi economico-sociale, potremo uscire con l’aiuto del Recovery Fund e dei 209 miliardi di euro, 82 di finanziamenti a fondo perduto e 127 di prestiti a tassi vantaggiosi, se saremo capaci di utilizzarli al meglio per ricostruire il nostro futuro. Ma questo flusso di liquidità comincerà ad arrivare nella seconda metà dell’anno prossimo e nel frattempo dovremo fronteggiare la disoccupazione e la recessione. A ogni modo, sarà opportuno investire la maggior parte di questi fondi nel Mezzogiorno, per cercare di ridurre finalmente il distacco dal resto del Paese e favorire la ripresa nazionale, perché “non c’è Nord senza Sud” e forse non c’è nemmeno l’Europa.

Una terza crisi, però, incombe sull’Italia e si sovrappone alle prime due. È quella umanitaria alimentata dall’immigrazione di massa che proviene dai Paesi africani e ora in particolare dalla Tunisia, colpita da un collasso economico che mette in fuga non solo i ceti più poveri e disperati, ma perfino qualche agente della Guardia costiera.  

Un esodo biblico di migranti che ormai si riversano quotidianamente sulle nostre coste con barche, barconi e barchini, senza neppure chiedere più di entrare nei nostri porti, affidandosi alla spregiudicatezza degli scafisti e dei trafficanti. E anche in questo caso, per ovvii motivi geografici, a subire l’impatto maggiore sono proprio le regioni meridionali, anche per i riflessi negativi sul turismo.

Tre crisi, dunque, quella sanitaria, quella economica e quella umanitaria, minacciano di addensarsi all’orizzonte dell’autunno come un banco di nuvole cariche di pioggia, di lampi e di fulmini. Non possiamo permetterci di affrontarle tutte insieme. L’Italia non è in grado di sopportare una tale “bomba sociale”, come quella che potrebbe esplodere sulle nostre teste nelle prossime settimane o nei prossimi mesi. Occorre, perciò, correre ai ripari prima che l’uragano si scateni, prima che scoppi l’inferno. Predisporre e rafforzare le difese. Attrezzare le protezioni.

Di fronte a problemi complessi, così intrecciati e connessi, l’esperienza insegna che il modo migliore per affrontarli è quello di sezionarli, uno per uno, cercando di risolverli separatamente. Ma è necessaria una visione d’insieme, una capacità di guardare lontano, in questo caso un progetto di governo che vada oltre l’emergenza e sia capace di costruire un destino comune per l’intera collettività. Ed è proprio in questa prospettiva che il rilancio del Mezzogiorno assume un valore strategico e diventa il banco di prova della ricostruzione nazionale.

Nella crisi sanitaria, il nostro povero Sud – nonostante tutti i suoi ritardi e le sue lacune – ha dato prova di essere più efficiente e affidabile del ricco Nord-Est: dalla Puglia alla Basilicata e alla Campania, la risposta all’epidemia s’è rivelata più pronta ed efficace. Il numero dei contagi e dei decessi è stato di gran lunga inferiore a quello della Lombardia e del Veneto. Possiamo dirlo senza presunzione o campanilismo: il modello di una sanità più prossima e umana, più pubblica e meno privata, ha prevalso su quello delle cliniche o delle residenze in convenzione che ha funestato le regioni settentrionali maggiormente colpite dal virus. Da qui, dunque, bisogna ripartire per riformare il sistema sanitario nazionale, sotto la responsabilità di un ministro della Salute come il lucano Roberto Speranza che durante l’emergenza s’è fatto apprezzare per capacità e ragionevolezza.

Quanto alla crisi economico-sociale, in attesa dei finanziamenti previsti dal Recovery fund, è necessario preparare progetti precisi e praticabili di investimenti a lungo termine, all’insegna della svolta ecologica, della transizione digitale e della semplificazione burocratica. E anche su questo fronte, a cominciare dalla riconversione dell’ex Ilva di Taranto per finire alle infrastrutture che ancora mancano o sono incompiute, il Mezzogiorno può rappresentare il perno di una strategia che riguarda e interessa l’intero Paese. L’attuale ministro per il Sud Giuseppe Provenzano, siciliano di San Cataldo (Caltanisetta), ha tutte le carte in regola per gestire questo nuovo “Piano Marshall” in funzione di quella “coesione territoriale” a cui è intitolato il suo dicastero. Né va trascurato il ruolo che può svolgere la ministra delle Politiche agricole e alimentari, la pugliese Teresa Bellanova, per rilanciare la produzione eno-gastronomica dell’italian food sul mercato mondiale.

Per fronteggiare la crisi umanitaria, infine, oggi la nostra politica dell’immigrazione deve assolutamente “stringere i freni” non solo e non tanto sugli arrivi o sugli sbarchi quanto sulle partenze dai Paesi d’origine. È con la Libia e con la Tunisia, innanzitutto, che il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, meridionale di Avellino, deve condividere gli accordi internazionali per pattugliare i porti o le coste di partenza e le acque del Mediterraneo, ma anche per attuare un meccanismo di rimpatri immediati ed efficienti, magari in sintonia con l’Unione europea. Spetta poi alla ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, lucana di Potenza, farli applicare e rispettare in modo da contrastare l’immigrazione irregolare. E ciò, oltretutto, per evitare strumentalizzazioni propagandistiche da parte dell’opposizione che specula sul pericolo dei contagi d’importazione e sul legittimo allarme della popolazione.

Passa, dunque, dal Sud e specialmente dai ministri meridionali la linea difensiva dell’Italia contro le tre crisi che minacciano il nostro Paese. Abbiamo lasciato volutamente per ultimo in questo elenco il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, pugliese di Volturara Appula, perché a lui spetta istituzionalmente il compito di guidare e coordinare tutti questi interventi. Finora, il premier ha dimostrato agli occhi del mondo encomiabili doti di mediazione e di tenacia. Ma adesso, come gli chiedono i suoi alleati e come lui stesso sa bene, occorre cambiare passo per dare una svolta all’Italia. In questo accidentato tragitto, come un treno che cambia motrice per invertire la direzione di marcia, il suo e nostro Sud ha l’opportunità di diventare una volta tanto la locomotiva nazionale. 

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