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Solidarietà e sicurezza: il caso lucano faccia scuola

Ai fustigatori dell'immigrazione si consiglia di scavare nella storia delle proprie famiglie per comprendere il dolore di chi lascia la propria terra per necessità, guerra, povertà o paura

migranti

Il Covid e i richiedenti asilo. Un binomio “incendiario” che impatta inevitabilmente sulla percezione del fenomeno migratorio da parte di una comunità in cui il razzismo cova sotto la cenere della falsa solidarietà. Aiutiamoli, non lasciamoli morire in mare. Frasi di circostanza con annesso retropensiero: l'importante è che non vengano a casa nostra. Sì, perché se vanno altrove li si accompagna con lo sguardo innervato da compassione, ma se arrivano nel tuo recinto cambia la prospettiva, smascherando ipocrisia e finto buonismo.

E' sempre stato così, fin dai primi barconi. Oggi, con l'emergenza Coronavirus, è tutto amplificato. Anche la questione dei profughi che da appestati per default diventano spargitori di goccioline infette. Una trentina di loro, bengalesi giunti in Basilicata da Lampedusa, si è beccata il virus nelle carceri libiche prima di avventurarsi in mare aperto nella speranza di attraccare alla terra promessa. Distribuiti tra Potenza e Irsina (Matera), hanno scoperto di essere positivi dopo un tampone eseguito una volta giunti a destinazione. Migranti, sanguisuga, neri, spacciatori. E ora pure contagiati e contagiosi. Apriti cielo: un cataclisma tra i residenti che hanno minacciato mobilitazioni e rimestato l'ancestrale xenofobia di queste latitudini. Guai a parlare loro di razzismo, per carità. E' solo che “quelli lì” non li vogliono vicini perché portano guai e malattie. Magari il loro Covid è più potente del nostro. Non importa se confinati nelle strutture di accoglienza, presidiati 24 ore su 24 da militari e forze dell'ordine, impossibilitati a uscire.  

Possono contaminare anche stando al chiuso di un edificio in cemento armato. E poi fuggono, scappano, evadono che è una bellezza. Li puoi trovare in ogni angolo, pronti a tossirti in faccia. Qualcuno giura di averne visto uno al supermercato del rione, “materializzato” nel corpo del magazziniere di colore, Rocco, figlio di una coppia potentina. Lavora lì da vent'anni. Sa dove si trova Stagliuozzo, non il Bangladesh.

Sono stati giorni di paura e pregiudizio in Basilicata. La notizia del trasferimento dei primi migranti diretti all'ospedale militare di Roma è stata accolta con un sospiro di sollievo. Come se avessero trovato il vaccino per il Covid. Come se l'emergenza fosse svanita, trascinata via dal pullman della Croce rossa con a bordo i bengalesi. Uomini in un mondo (che non è solo il nostro) contagiato, alle prese con un'esistenza in cui il virus è solo la centesima spina di una rosa appassita. Cercano una speranza, un'àncora di salvezza in una terra lontana. Accoglierli è un atto di umana pietà, ma in piena emergenza sanitaria la solidarietà, quella vera, deve tener conto della necessità di garantire la sicurezza di tutti, migranti e comunità locale. Ecco perché quei tamponi fatti solo al loro arrivo in Basilicata andavano eseguiti non appena sbarcati a Lampedusa. Mettere in giro per l'Italia potenziali vettori del virus - bengalesi, nigeriani o italiani che siano - è da irresponsabili. Il caso lucano faccia scuola. E diventi un precedente che non si ripeta più. Ma ai fustigatori dell'immigrazione si consiglia di scavare nella storia delle proprie famiglie per comprendere il dolore di chi lascia la propria terra per necessità, guerra, povertà o paura. Portandosi dietro l'etichetta di appestato.  

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