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Quando, pur potendo approfittare del meccanismo della popolarità, il medico tiene la mascherina sul volto, possiamo fidarci: cura noi e sé stesso

La cura cinese per  medici anche ai manager asl

I medici che si lasciano intervistare dalle telecamere e dai microfoni non tolgono la mascherina. Danno l’esempio di due principi: sanitario, il primo. Civile e culturale il secondo. Quello sanitario non ha bisogno di interpretazioni: la mascherina serve a difendere, prima di tutti il prossimo. Se tutti la usassero, noi saremmo protetti: ognuno dal prossimo suo. E il principio è stato suggerito, da molto tempo come ancora oggi, credo, raccomandino in un qualsiasi catechismo nelle precettistiche del parroco. Il pievano non frequenta la movida e non può rendersi conto di quanto sarebbe prezioso il suo intervento se imponesse con severità di non usare la mascherina come un monile, un foulard o peggio, ma come un presidio di salute.

E passiamo al secondo principio, quello civile e culturale. Quando il medico è intervistato sul posto di lavoro usa sempre parlare con la mascherina sul volto. Mi piace credere che lo faccia, non solo per difendersi dal pericolo di un contagio, ma, anche, per dare l’esempio. C’è, poi, un’altra ragione, forse più sottile: indossa l’uniforme, la divisa che rende tutti combattenti uguali davanti al pericolo per la patria. Non ci sono divismi e particolarismi: è l’anonimato dei valorosi. Quando parla un medico, parla la sapienza medica. Questa, almeno, la speranza.

Non passa giorno che non si debba registrare la esemplare dedizione di medici e del personale sanitario, da infermieri e paramedici, ricercatori e studiosi e farmacisti alla collettività e alla sua integrità. Alla sua salute. Alla nostra salute. Il tributo crudele e ingiusto che hanno pagato in termini di sacrifici e di caduti sul posto di lavoro deve farci riflettere come esseri umani e come cittadini. Ricordiamo questi giorni terribili dall’attraversamento del deserto quando siamo stati guidati da loro, dai medici, e portati, si spera, in salvo. Ma, ecco che mi viene in mente un detto classico.

«Medice, cura te ipsum». «Medico, cura te stesso». La sentenza è nel Vangelo di Luca che riprende un detto ebraico. Sant’Ambrogio completerà il monito raccomandando ai quei sapienti che i medici sono, di accudire sé stessi, oltre che prendersi cura degli altri. Naturalmente, il medico era il sapiente dei sapienti in un mondo in cui l’orizzonte della percezione includeva il breve errore della vita come fatalmente acciaccato e non meritevole di particolari ostinazioni terapeutiche, ma, comunque, bisognoso dei rigori di quella scienza, di quei saperi che erano a disposizione, i quali portavano a una considerazione totalizzante dell’essere umano che non stava soltanto nel mondo, ma stava «al mondo». Il sapiente, letterato o giureconsulto o poeta che fosse, quindi, a sua volta, non poteva esentarsi da conoscenze e competenze scientifiche mediche e sanitarie come noi le concepiamo, noi moderni e non sempre assidui nella lettura dei padri e dei dottori della Chiesa. E il sapiente aveva l’obbligo, anche in quanto medico, soprattutto in quanto medico, di prendersi cura del suo corpo, della sua mente e, per l’anonimo studioso ebreo, per Luca evangelista e per Sant’Ambrogio, ovviamente, della sua anima. Da tempo, del resto, al saggio era stato impartito il socratico consiglio di conoscere sé stesso. Su questo ammonimento ancora dibattono filosofi, psicanalisti e autori di quiz televisivi.

Nella modernità specialistica che parcellizza saperi, tecniche, nel senso aristotelico, e arti e professioni, ci alleggeriamo la coscienza raccomandando ai medici di salvare la propria salute e di prendersene cura con particolare solerzia, forse per affermare, implicitamente, le proprie salutari competenze. Insomma, sembra sussurrare la gente che si pasce di convincimenti pubblicitari e di spot televisivi: «Se quel tale che fa il medico va giudicato da come sta bene in salute, dobbiamo decidere di scritturarlo subito. Farà star bene anche noi». Insomma, quel medico è la migliore promozione di sé stesso. Sembra pensare «la gente». Non era, precisamente, quello che sentenziavano gli antichi, ma è il segno dei tempi.
Io la penso diversamente: per il medico, doveroso è che curi e protegga la creatura umana che è sotto il suo camice, che tuteli la persona che lui è. Il medico lo sa e sa che a noi non piace che esibisca il successo, la fama, l’affermazione accademica, sociale o mondana. Si può star bene in salute anche in sobrietà e riservatezza. Insomma, possono e devono dare l’esempio.

Quando, pur potendo approfittare del meccanismo della popolarità, il medico tiene la mascherina sul volto, possiamo fidarci: cura noi e sé stesso.

E chiediamo la stessa cosa agli amministratori del sistema sanitario che, spesso, medici non sono: curino sé stessi e la propria sobrietà, si curino della salus rei pubblicae e non si curino troppo dell’ambito burocratico, politico o privato.

ell’antico Oriente cinese, si narra di un sistema efficace, pur se duramente empirico e vagamente ricattatorio per aiutare i medici a essere attenti, previdenti e solerti. Il paziente non indigente che poteva permetterselo, pagava il salario al dottore sempre, ogni giorno, quando stava in salute. Ed entrambi, medico e paziente, tiravano a campare felici e contenti. Fino alla prima malattia. A questo punto il salario veniva sospeso e il medico, convocato, aveva tutto l’interesse a curare e guarire il suo datore di lavoro. E si prodigava con fremente interesse. Non solo, ma sicuramente la prevenzione trionfava in cima ai suoi pensieri. Anche quello era un modo per suggerire: «Medice cura te ipsum». Curando bene gli altri. Allarghiamo ai manager dei sistemi sanitari regionali l’antico sistema cinese. Paghiamoli puntualmente e parcamente fino alla prima grana, alla prima inefficienza, al primo deficit. Al primo guaio, tagliamo gli stipendi e costringiamoli a lavorare gratis fino al riparo dei danni. Vedrete che cureranno sé stessi curando i bilanci.

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