Venerdì 05 Giugno 2020 | 08:06

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Piero Manni, il cuore a Sud di un editore militante

Mancherà molto non solo alla sua famiglia. Per salutarlo, un verso di Bodini ne dice forse gli orizzonti: «Il Sud ci fu padre / e nostra madre l’Europa»

Piero Manni

Salento Salento. È il titolo di una raccolta con cui vent’anni fa Piero Manni esordiva come autore per i tipi della sua stessa casa editrice, ch’era nata a metà degli Ottanta a San Cesario di Lecce dapprima con la rivista letteraria «l’immaginazione» curata tutt’oggi da Anna Grazia D’Oria, moglie di Piero, e poi con i libri che danno l’abbrivio a un catalogo di pregio, fin dall’antologia poetica inaugurale dedicata alla pace, con liriche di Caproni, Leonetti, Luzi, Malerba, Pagliarani, Volponi, Zanzotto.
Manni, scomparso ieri a 76 anni, era nato nella grika Soleto, quel Salento interno e «profondo» caro alle liriche dell’ispanista pugliese Vittorio Bodini e lontanissimo dal folklore un po’ corrivo in auge presso i cosiddetti vip che negli ultimi dieci anni hanno «scoperto» il Tacco.

Niente teli bianchi per gli ozi nelle spiagge esclusive e the con la mentuccia a las cinco de la tarde e vagabondaggi notturni fra un discopub e una strada senza uscita... Macché, il Salento terragno e arcaico delle radici di Manni è quello che lotta per il riscatto dalla arretratezza e dal degrado nella cornice di una tradizione storico-artistica altissima (il Barocco, per intenderci) ma pur sempre per pochi. La «guerra di Piero» non ha altro nome che Sessantotto, di cui il Nostro è uno dei leader nel «comitato di agitazione» leccese insieme ai fratelli Cesare e Giovanni Salvi, Antonio Caprarica, Claudia Mancina, sotto lo sguardo di un giurista quale Umberto Cerroni, esegeta marxista allora tra i più ascoltati e docente dal ’64 nell’ateneo salentino. Ma non si pensi a una egemonia del Pci, perché l’alveo del precoce Sessantotto leccese cominciato già nel 1966 - come ricordò su queste colonne Oreste Massari, docente alla Sapienza, intervistato da Dino Levante – «fu un certo ribellismo anarchico-anticlericale (il circolo Giulio Cesare Vanini), o estetico (si pensi all’humus culturale in cui si era formato Carmelo Bene) attraverso i fermenti intellettuali soprattutto nel liceo Palmieri, allora vera scuola di eccellenza».

Ecco, la militanza è la chiave di volta nella biografia di Manni. Non una militanza occhiuta severa ideologica, piuttosto mite aperta colta. Prima l’insegnamento nelle scuole medie e anche a lungo nelle carceri, quindi l’attività editoriale, sono la prosecuzione e la trasformazione di un anelito militante mai sconfessato, come invece avrebbero fatto molti suoi coetanei approdati con successo all’industria culturale. Piero Manni non si distrasse al bivio, diremmo parafrasando Scotellaro, e la sua casa editrice affianca alla saggistica letteraria della collana «La scrittura e la storia» affidata a Romano Luperini, studi di sociologia, filosofia, antropologia, spettacolo, geopolitica, ma anche romanzi e letteratura per ragazzi, poesia e memoir: Maria Corti, Sanguineti, Malerba, Giuliani, Balestrini, Leonetti, Fortini, Alda Merini, Nigro, Prete fino a Rollo, Bray, Campetti e tanti, tantissimi altri.

Impegno coltivato da Piero con la moglie e poi con le figlie Agnese e Grazia (c’è anche Daniele), sempre riservando la massima attenzione alla storia, all’antropologia culturale e alle contraddizioni sociali del Salento: una fedeltà iscritta nel logo delle edizioni Manni che riproduce una specie di croce greca con un vuoto all’incrocio dei bracci incisa nella Grotta dei Cervi di Porto Badisco e che secondo molti rappresenta quattro persone sedute a conversare intorno al fuoco. L’incontro, il dialogo, la tregua, il simbolo, le storie... Come le storie di Salento Salento, una terra violata da modelli di sviluppo non compatibili e da intrecci criminali, eppure linea di frontiera, ospitale e pacifica, dai campi profughi ebraici subito dopo la Seconda guerra mondiale ai barconi giunti da oltre Adriatico nell’ultimo scorcio del Novecento. Di terra e di mare, di passato e di futuro, il Salento pugnace e coraggioso di Piero Manni fa anche un passaggio nelle aule del Consiglio regionale, quando è eletto nella lista di Rifondazione comunista, durante il primo mandato della presidenza di Nichi Vendola, la speranzosa «primavera pugliese» del 2005-2010. Eppure, Manni non diventa un aedo della pizzica rinata (con merito, sia chiaro) appunto in quegli anni né si mostra indulgente verso la mistura di albagia e indolenza di quanti scelgono il Salento per comprare casa, villa o masseria. Fanno testo i titoli dei suoi libri: Salento d’autore. Guida ai piaceri intellettuali del territorio, Salentini. Guida ai migliori difetti e alle peggiori virtù, o Il prete grasso in cui affabula il Cristianesimo contadino a petto dei miti e dei riti pagani e la vita quotidiana della povera gente «che bestemmia i suoi santi e cucina per loro le tagliatelle coi ceci» (a proposito, un altro suo libro è I fichi in tasca. Cibo e ricette nel Salento dall’età delle caverne al fast food).

Professore generoso, editore tenace, politico dalla parte degli indifesi, infine attore con Edoardo Winspeare per il quale nel film La vita in comune (2017) interpretò il ruolo autoironico di un erudito di storia locale. Mancherà molto non solo alla sua famiglia. Per salutarlo, un verso di Bodini ne dice forse gli orizzonti: «Il Sud ci fu padre / e nostra madre l’Europa». Ciao Piero.

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