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L'analisi

Lo strappo sulla messa

Lo strappo sulla messa

Per la prima volta dall’inizio dell’emergenza Coronavirus s’incrina la «santa alleanza» fra Governo e Chiesa

28 Aprile 2020

Michele Partipilo

Per la prima volta dall’inizio dell’emergenza Coronavirus s’incrina la «santa alleanza» fra Governo e Chiesa. Subito dopo la diffusione delle misure che entreranno in vigore nella cosiddetta Fase-2, la Conferenza episcopale ha emesso un comunicato dai toni molto fermi. «I Vescovi italiani – si legge nel documento – non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire...

Per la prima volta dall’inizio dell’emergenza Coronavirus s’incrina la «santa alleanza» fra Governo e Chiesa. Subito dopo la diffusione delle misure che entreranno in vigore nella cosiddetta Fase-2, la Conferenza episcopale ha emesso un comunicato dai toni molto fermi. «I Vescovi italiani – si legge nel documento – non possono accettare di vedere compromesso l’esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l’impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale». Un’affermazione perentoria, forte di un diritto garantito dalla Costituzione, non solo ai cattolici ma ai credenti di qualsiasi confessione religiosa. E infatti non sono mancate neppure le proteste degli islamici, che stanno celebrando il mese sacro del Ramadan in maniera assai insolita.

I vescovi italiani spiegano con chiarezza il motivo della loro presa di posizione: «Dopo queste settimane di negoziato che hanno visto la Cei presentare Orientamenti e Protocolli con cui affrontare una fase transitoria nel pieno rispetto di tutte le norme sanitarie, il Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri varato questa sera (domenica sera, ndr) esclude arbitrariamente la possibilità di celebrare la Messa con il popolo». Sembra di capire che ci sia stata una robusta fase di dialogo e che il governo fosse pronto a concedere la ripresa in pubblico delle celebrazioni religiose. Un’aspettativa tradita, forse un’incomprensione fra i tanti attori chiamati a gestire la crisi. Nei fatti il governo ha fatto qualche concessione solo per i funerali, che ora si potranno celebrare in presenza dei familiari più stretti. Non è il massimo, ma è già qualcosa davanti a quelle bare partite senza una lacrima né un fiore.

Lo strappo dei vescovi è stato subito cavalcato dai partiti di opposizione, che hanno avuto un motivo in più per criticare le scelte di Conte e soci. Per rintuzzare l’offensiva del centrodestra, il Pd si è precipitato ad annunciare – per bocca del costituzionalista Ceccanti – che giovedì in aula alla Camera sarà presentato un emendamento «che avvia il percorso normativo per la celebrazione delle messe domenicali e dei riti delle altre religioni». In realtà un allentamento delle misure di prevenzione appare più improbabile proprio per la comunità cattolica a causa della sua specificità: la distribuzione dell’eucarestia. Come porgere in maniera asettica, senza rischi di contagio, l’ostia consacrata dal sacerdote? Su questo aspetto assai critico la Cei non ha dato chiare e praticabili soluzioni.

I vescovi hanno sempre sostenuto le decisioni del governo, raccomandando in ogni sede di attenersi alle indicazioni dei vari decreti. Hanno anche condannato parroci e fedeli che avevano trasgredito le regole anti-Covid. I credenti – e i cattolici in particolare – hanno pagato un prezzo altissimo: oltre ai cento e passa sacerdoti morti per svolgere la loro missione, la più grande e fondamentale festa della cristianità è capitata in pieno blocco. La partecipazione alla liturgia è avvenuta solo attraverso la tv o il web. Preti intraprendenti sono saliti a dir messa sui terrazzi dei palazzi affinché le persone, affacciate da finestre e balconi, potessero soddisfare il loro bisogno interiore. E come dimenticare l’immagine del Papa che celebra la veglia pasquale nella basilica deserta, o di più ancora, Francesco in una livida e vuota piazza San Pietro durante la preghiera per la fine della pandemia, il 27 marzo? «Ci siamo ritrovati impauriti e smarriti – disse in quella serata spettrale dopo la pioggia – tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda». Un’icona di questi giorni terribili e solitari.

Ora i vescovi chiedono con fermezza che, rispettando le distanze di sicurezza e indossando le mascherine, si possa riprendere una vita sacramentale dalla quale trae linfa la fede. Quella stessa fede – avvertono – che è alla base della carità che tanti cittadini, individualmente o raccolti in mille associazioni, esercitano aiutando in ogni modo i più fragili: dal consegnare la spesa e le medicine agli anziani, a distribuire cibo a chi non può acquistarlo, dal promuovere la spesa solidale ad accudire i bambini soli o malati.

Certo, tra le righe del documento dei vescovi si legge anche la preoccupazione che il prolungato stop alle messe possa ulteriormente allontanare i fedeli dalla pratica religiosa. Nell’Italia culturalmente e tradizionalmente cattolica, i praticanti sono sotto la soglia del 30 per cento. È una preoccupazione legittima, sebbene la durezza del momento abbia mostrato come proprio in una fase di vuoto si avverta il bisogno di conforto, la necessità del trascendente, la protezione di un Dio padre. Nella lotta contro il virus serve mettere insieme tante forze, quelle della politica e della scienza, ma anche quelle dello spirito, che sono la madre di tutte le altre.

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