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Comunicare per controllare quegli attacchi di panico

Comunicare per controllare quegli attacchi di panico

«La chiave di ogni decisione e di ogni comportamento è infatti la paura. Ma paura di che? Di ammalarsi è ovvio, e poi di infettare chiunque incontri»

29 Febbraio 2020

Michele Partipilo

È impresa improba cercare di sfuggire al tema coronavirus. Qualsiasi argomento è ormai inscritto nel paradigma del contagio. Dallo sport alla cultura, dalla politica allo spettacolo, dalla cronaca al costume non si riesce a ignorare il Covid19, sigla che ricorda i codici cifrati dei film di spionaggio.
In realtà la situazione assomiglia di più a un film horror. La chiave di ogni decisione e di ogni comportamento è infatti la paura. Ma paura di che? Di ammalarsi è ovvio, e poi di infettare chiunque incontri: dai familiari più stretti agli amici, ai conoscenti, agli sconosciuti che viaggiano con te sul bus o sull’aereo. Solo a pensare al casino della sanificazione – orribile parola che puzza di varechina – viene il terrore. E poi c’è la quarantena, almeno un paio di settimane sospesi in un limbo di ansie, preoccupazioni e cattivi pensieri.
La psicologia delle masse ha risposte convincenti sui meccanismi che innescano la paura. Le amplificazioni mediatiche, soprattutto la continua riproposizione di notizie e immagini, rafforzano questo sentimento, svanisce così ogni residua razionalità dei comportamenti.

Non ci sarà mai una motivazione logica, coerente, al fatto che migliaia di persone abbiano sentito la necessità di acquistare pasta e scatolame come per affrontare una lunga carestia. Gli scaffali vuoti dei supermercati presi d’assalto – a Codogno come a Leverano – sono stati il metro più preciso per misurare uno stato d’animo oscillante fra terrore, panico e angoscia. Normale, si dirà, di fronte a una malattia sconosciuta e che si trasmette con facilità.
Ecco, l’ignoto, la «malattia sconosciuta», arrivata da un continente lontano e sempre avvolto in una fuliggine di mistero. Forse è questo l’elemento-madre che ha dato potenza e suggestione alla paura da virus: «malattia sconosciuta». Scombina le nostre certezze, fa saltare i meccanismi di controllo e autocontrollo delle nostre paure esistenziali. «Malattia sconosciuta» è locuzione che apre le porte al buio originario, alla notte dei tempi, al terrore ancestrale dell’uomo solo nell’universo.

Oggi avvertiamo spesso la paura generata per esempio dai fenomeni naturali sempre più estremi: maremoti, alluvioni, bufere. Sì ci spaventano, ma restano in superficie, non scavano nelle zone oscure della mente. Sappiamo che si tratta di manifestazioni naturali arcinote e che sono sempre più violente perché è in corso il cambiamento climatico. Una risposta che dovrebbe spaventare ancora di più e che invece acquieta le nostre ansie, perché è rassicurante, colloca gli eventi in un rapporto di causa-effetto che soddisfa i nostri schemi di ragionamento. «Malattia sconosciuta», invece, smonta in partenza ogni sicurezza. E se per gli scienziati è stimolo allo studio e alla ricerca, per le masse è fonte di una vertigine esistenziale.
Oggi, dopo una settimana di ansia, ci rendiamo conto che i danni della follia collettiva che non ha risparmiato nessuno, sono pesantissimi e avranno effetto a lungo sulla nostra economia. Non si dica che è colpa della sfiga da anno bisestile, ma si cerchino i responsabili. Sul banco degli imputati siedono già premier e ministri, oltre che tutti gli operatori del sistema mediatico. A questi ultimi vengono mosse accuse anche sul piano etico: è inammissibile fare audience puntando sulla pestilenza. In questa settimana si è passati dalla tv del dolore – quella che narra le sciagure attraverso il pianto dei protagonisti – alla tv del pallore, per via dell’ansia stampata sui volti di chi raccontava l’isolamento o temeva di essere stato contagiato o si chiedeva quando avrebbe potuto riprendere il suo lavoro.

Ora si proverà a ripartire. Non sarà facile, almeno fino a che non sarà superata la paura, quella così vigorosamente germogliata fra noi e quella che come un’erba infestante abbiamo portato negli altri Paesi. Chi volesse imparare qualcosa da questa settimana assurda, dovrebbe prendere atto che nel nostro mondo globalizzato, fatto di comunicazione a ogni livello, proprio la comunicazione va curata più d’ogni cosa. Accanto a biologi, virologi, immunologi, farmacologi, medici, occorre collocare strutture stabili di comunicazione che curino l’interesse pubblico. Vanno bene gli spot Rai con Amadeus e Mirabella che raccomandano come starnutire e come lavarsi le mani, ma risultano irrilevanti rispetto al tema principale di come viene gestito e comunicato l’evento. Si badi bene, non un Minculpop 2.0, ma uno «Spallanzani» delle strategie comunicative del governo, che operi nell’interesse degli italiani e non del premier o del ministro di turno. O qualsiasi «malattia sconosciuta», qualsiasi evento imprevisto potrà contagiare a morte il nostro sistema.

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