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Ma quello che stiamo guardando in queste sere è lo stesso festival di Sanremo «dalla parte delle donne» sbandierato prima dell’inaugurazione?

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La domanda, avrebbe detto l’indimenticato Antonio Lubrano, nasce spontanea: ma quello che stiamo guardando in queste sere è lo stesso festival di Sanremo «dalla parte delle donne» sbandierato prima dell’inaugurazione? E l’indignazione femminile montata per la frase sessista di Amadeus sul fatidico «passo indietro», è già tornata in soffitta? Perdoneranno gli esegeti del Festival della Canzone, se ci appropriamo del ruolo di voce stonata del coro, ma sebbene i dati di ascolto parlino da sé e ci consegnino l’edizione forse più seguita degli ultimi quindici anni, c’è qualcosa che poco ci quadra, anche a prescindere dalla lunghezza biblica delle dirette dall’Ariston che inducono, almeno noi giornalisti, a ripercorrere con grande affetto la genealogia dei simpaticissimi Amadeus e Fiorello.
Partiamo allora dalla domanda conclusiva del discusso e atteso monologo notturno - anche quello - di Rula Jebreal: non chiediamoci com’era vestita una qualunque vittima di stupro, ma cosa indossavano invece le signore di Sanremo. E scegliamone giusto alcune, per dare un’idea.

A cominciare da Sabrina Salerno, sex-icon tutt’altro che appassita che ci ha dimostrato di «bucare» inesorabilmente la telecamera: da qualunque parte la riprendessero, sapeva benissimo come posizionarsi per mettere in bella vista quella scollatura rimasta nell’immaginario collettivo maschile di chi appartiene da un po’ al club degli «anta». Vogliamo continuare? Ma sì, facciamolo e parliamo di Elettra Lamborghini, non una gran voce, ma assurta a celebrità per una danza provocante, il «twerking»: per carità, se non sapete che cosa significhi, evitate di digitare la parola su Google, a meno che non vogliate essere dirottati in zona youporn e dintorni, dove il twerking viene declinato in modo molto più spinto da video che non sono proprio dei «tutorial». Diciamo solo che si tratta di un modo di ballare che concentra i suoi movimenti fondanti sulle natiche. E fidatevi...

Per concludere un trittico legato alla prestanza fisica, vogliamo parlare di Georgina Rodriguez (la signora CR7 per intenderci) e della perizia con cui l’abbiamo vista mettersi di profilo sul palco dell’Ariston, affinché tutta la... tifoseria avesse una visione prospettica della curva sud e di quella nord? Ai tempi dei nostri nonni si sarebbe detto «le manca solo la parola», ma a Giorgina la parola non manca, casomai difetta la lingua italiana. Lei però - che avrebbe donato tutto il compenso in beneficenza a un ospedale pediatrico - sa benissimo di non essere stata certo chiamata per la sua confidenza con la lingua di Dante... o non ne siete convinti?

Ecco, ci siamo chiesti - e lo abbiamo visto - come erano vestite alcune delle signore invitate a Sanremo e senza essere bacchettoni pensiamo che, pur nella assoluta libertà di acconciarsi come si vuole (l’efebico Achille Lauro docet), un certo look «d’assalto» mal si concilii con la proclamata volontà di dare alle donne dell’Ariston un ruolo e un significato diversi da quello di vallette silenti o di soubrette tutte curve. Del resto, a darci manforte è proprio Rula Jebreal, che nella serata inaugurale ha sfoggiato un’eleganza raffinata e sensuale indossando un abito privo di spacchi inguinali o di scollature... ombelicali.
Ma andiamo avanti. E pensiamo ai monologhi affidati alle donne ripartendo, ancora una volta, da Rula: non è offensivo che un tema attuale e drammatico come quello dello stupro venga affrontato a mezzanotte? La bruciante attualità dell’argomento, non avrebbe meritato un orario più consono? Del resto, se può andare in fascia protetta un rapper in nude look (aridaje con Lauro...), perché non anche un monologo sulla violenza di genere? Per tenere in alto l’audience fino a tarda notte? E poi, vada che Rula incespica con l’italiano, ma perché chiedere a donne che non sono attrici di interpretare dei testi altrui anziché esprimere il proprio pensiero, visto che in molti casi si è fatto ricorso a professioniste della parola? Ci voleva l’albanese Alketa, con il suo improbabile vintage rosa confetto e la sua favella da fiume in piena, per dimostrare cosa vuol dire tenere la scena?

Troppe domande, è vero, ma per chi, come noi, ha subito condiviso la ribellione femminile ante festival e ha provato fastidio davanti al penoso tentativo di strumentalizzare politicamente la presenza di Rula e il tema del suo monologo, il silenzio calato davanti a certe contraddizioni suona stridente. E lo è ancora di più in uno strano Paese come l’Italia, che accetta e incoraggia il pentimento nei confessionali e nei tribunali, ma - come ci ha dimostrato il caso di Junior Cally, che ha fatto inutilmente ammenda per il suo passato da rapper non proprio ortodosso - sa essere assolutamente inflessibile proprio in quel circo mediatico nel quale si vuole che valga tutto e il contrario di tutto.
Ci avviamo così lentamente all’approdo della finale di questa sera. E ci piace, per concludere, fare nostra la provocazione lanciata su queste pagine dalla cantautrice salentina Cristiana Verardo: quando un Sanremo contro il sessismo affidato a una direttrice artistica?

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