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Tutti strategici tranne la stampa, pur esaltata in Costituzione

Eppure la necessità, il dovere-diritto di preservare l’informazione libera troneggia in tutte le Costituzioni del mondo, a cominciare da quella italiana

Tutti strategici tranne la stampa, pur esaltata in Costituzione

Se chiedeste a Donald Trump, che pure è l’uomo più imprevedibile del pianeta, quale brand teme di più tra Facebook, Washington Post ed Economist, potreste essere certi. La sua risposta sarà secca: i due giornali. Sì, perché Facebook avrà milioni, anzi miliardi, di iscritti, ma non conquisterà mai la credibilità, il prestigio, l’autorevolezza, l’influenza delle succitate testate giornalistiche. Morale. Anche se l’editoria mondiale ha fatto il possibile e l’impossibile per suicidarsi, diffondendo la convinzione e la credenza che l’informazione può o deve essere gratuita, smentendo così una legge fondamentale dell’economia («Nessun pasto è gratis»), ecco anche se l’editoria si è autoflagellata peggio degli antichi cristiani con il cilicio, l’informazione di qualità non morirà mai. Uno, perché ci sarà sempre qualcuno che, in una società aperta, vorrà approfondire, non solo limitarsi ad afferrare al volo una notizia o un problema. Due, perché se l’informazione-formazione svanisse, ciò vorrebbe dire che la stessa società aperta è scomparsa e che la democrazia è passata a peggior vita.

Il pollaio della politica è una fucina di battibecchi h24, dove, dipende dai momenti, ogni tanto fa capolino il tema della libertà da tutelare. Bene. Non sono pochi coloro che giustamente si mostrano preoccupati per il futuro della democrazia che, mai come in questa fase, in tutto il mondo, è in affanno e a volte dà segni di cedimento. Ma pressoché nessuno collega la sorte della democrazia alla sorte dell’informazione di qualità che, sotto sotto, significa informazione scritta, giornali abituati a verificare le news e ad approfondire le questioni.
Eppure la necessità, il dovere-diritto di preservare l’informazione libera troneggia in tutte le Costituzioni del mondo, a cominciare da quella italiana, che riserva alla materia una posizione preminente (l’articolo 21 della Carta) rispetto ad altri pilastri dello Stato liberaldemocratico.

Invece, che succede? Le edicole tendono a chiudere, strozzate dalla tenaglia micidiale formata dalle rassegne stampa televisive e dalle rassegne stampa offerte sul web dalla pirateria pseudo-editoriale, e nessuno fa nulla, come se fosse una cosa naturale saccheggiare in casa d’altri; vanificare il lavoro di chi ha dato l’anima per un’esclusiva o per un’inchiesta; rubare l’opera e l’ingegno retribuiti da un’impresa.
Ripetiamo. Il sistema editoriale ha le sue colpe, perché si è consegnato ai suoi carnefici attraverso la gratuità dell’informazione in vetrina sulla Rete. È stata una corsa forsennata per bruciare i concorrenti sul traguardo, per arrivare primi nella corsa verso il nuovo Eldorado: ossia l’informazione senza prezzo d’acquisto. Tornasse sulla terra, Lenin (1870-1924), artefice della rivoluzione bolscevica, non si lascerebbe sfuggire l’autocitazione: «I capitalisti sono così voraci che ci venderanno la corda che li impiccherà».

Ma, si sa, non ha più senso piangere sul latte versato. Epperò, è pur sempre necessario salvare il latte rimasto nella tazza, cioè l’informazione scritta che, oltre a garantire un tasso di attendibilità superiore rispetto a quello di altri strumenti mediatici, di fatto alimenta l’intero palinsesto di tutti i mezzi della comunicazione: dalla tv alla radio, dal web ai nuovi prodotti fai-da-te.
Dunque. Se l’intera galassia informativa è in debito nei riguardi della stampa scritta (versione cartacea o digitale), non si capisce per quale ragione non si debba dare una mano a un settore in crisi, non foss’altro perché la sua è una funzione prevista in Costituzione.
È davvero paradossale il rapporto tra lo Stato (la classe politica) e l’informazione. Non c’è ambito in cui l’apparato pubblico non intervenga a sostegno di imprese e postulanti vari. La giustificazione più frequente, dopo ogni soccorso dall’alto, è che si trattava di un bene, di un servizio strategico non meritevole di essere abbandonato a se stesso o di essere affidato agli alti e bassi del mercato. Tutto è strategico, in Italia, specie se costa molto.

Tutto è strategico tranne l’informazione, nonostante quest’ultima, diversamente da altre attività socio-economiche, disponga di un riconoscimento costituzionale. Evidentemente non basta. Chissà.
Di sicuro non è sufficiente essere ricordati in Costituzione come presidio essenziale della democrazia. Servirebbe altro dal momento che tutti sembrano aver diritto ad aiuti di Stato e a misure di sostegno tranne, appunto, i giornali, elogiati (ipocritamente) a parole come guardiani della libertà, ma, nei fatti, sabotati alla stregua di nemici dell’ordine costituito.
E pensare che non ci vuole molto per immaginare dove approderebbe una società orfana di giornali e adottata quasi esclusivamente dalla Rete. Approderebbe ad uno stadio di direttismo o assemblearismo democratico che di democratico avrebbe soltanto l’aggettivazione. Per il resto dilagherebbe la sudditanza verso il Potere, più o meno collettivo, verso i padroni più o meno invisibili che dirigono e controllano le piattaforme.
Questo è lo scenario che vogliamo? Questa è la democrazia che auspichiamo? Davvero pensiamo che un mondo privo di giornali sarebbe un mondo migliore e più libero? Bah.

Se tutti concordano che una prospettiva di tal guisa sarebbe esiziale per la democrazia, beh allora bisogna trarre le dovute conclusioni. Insistiamo: se non è strategico e, quindi, bisognoso di sostegni finanziari, un settore essenziale provvisto di citazioni e funzioni costituzionali, allora perché altre attività, non citate in Costituzione ricevono più attenzioni concrete? Già in passato, il Potere centrale aveva provveduto a rianimare il settore editoriale grazie a finanziamenti ad hoc, poi rivelatisi provvidenziali. E meno male. Altrimenti la crisi dei giornali sarebbe precipitata con largo anticipo.
Adesso bisognerebbe bissare quell’intervento, per le ragioni testè illustrate, già spiegate qualche secolo addietro dal presidente americano Thomas Jefferson (1743-1826): «Se mi trovassi nella condizione di dover salvare un’istituzione tra il governo e la stampa, salverei quest’ultima, non il governo».
Può apparire, il nostro, un discorso interessato e corporativo, indifferente all’evolversi dei gusti individuali e del mercato in generale. Ma provate a immaginare una società senza giornali e poi fateci sapere.

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