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Dalla decrescita felice all’uscita infelice. E sì, perché i Cinquestelle sono praticamente fuori dal panorama politico italiano, o quantomeno si apprestano ad esserlo, se guardiamo in proiezione i dati delle ultime competizioni elettorali. La parabola discendente ha assunto connotati incredibili, che non possono essere giustificati dall’indubbia fluidità che l’appartenenza politica ha assunto in questi ultimi anni. A voler ironizzare, si potrebbe dire che si va Di Maio in peggio. L’ex leader , per la verità, non ha fatto molto per tamponare la preventivata emorragia di voti, pensando più a sé stesso che alle sorti dei Cinquestelle. Uscire di scena alla vigilia di una competizione elettorale è un’anomalia che non ha precedenti – tutt’al più ci si dimette all’esito del voto, assumendosi la responsabilità politica della débâcle – e che certo non ha rassicurato i suoi supporter.

Di Maio, invece, ha preferito non certificare l’ennesima sconfitta da capo politico dei Cinquestelle, pensando forse così di ritagliarsi un ruolo nel futuro del Movimento (o di ciò che ne rimarrà dopo lo tsunami elettorale).
La vicenda dei Cinquestelle, tuttavia, va al di là delle sorti di una forza che fino a meno di due anni sembrava aver assunto il dominio della scena politica e suggerisce alcune riflessioni sui mutamenti dei fondali che hanno caratterizzato la vita pubblica nell’ultimo quarto di secolo. Un periodo nato nella stagione di Mani pulite, in cui la nota dominante è stata quella della lotta alla casta, dell’affermarsi dell’antipolitica quale risposta alle degenerazioni di un sistema politico e istituzionale che aveva dato il peggio di sé finendo per travolgere quella che convenzionalmente viene chiamata prima Repubblica. Ebbero buon gioco, in quella situazione, le forze antisistema, dalla Lega nord di Umberto Bossi, progenitrice della Lega salviniana, all’Italia dei Valori, fondata dal frontman di Mani Pulite Antonio Di Pietro, che pure si integrarono con alterne fortune nel tessuto istituzionale.

Anche le forze sopravvissute, peraltro, cavalcarono l’effetto Tangentopoli come strumento di lotta politica, contribuendo ad alimentare quello sbilanciamento dei poteri dello Stato che ha fatto parlare di Repubblica giudiziaria.
Ma è stato con i Cinquestelle che la stagione dell’antipolitica ha raggiunto l’acme. Beppe Grillo e soci, difatti, hanno raccolto la rabbia e l’insoddisfazione rinveniente “dal basso” di fronte ai diffusi fenomeni di malgoverno, alla corruzione imperante e a tutto quando rendeva più penosa la sopportazione di una crisi economica globale da parte dei ceti meno fortunati. Ecco, allora, che ogni colpa della situazione di crescente dissesto economico e sociale fu (simbolicamente, ma non troppo) attribuita ai membri della casta, guardati con invidia e rancore.
Da qui le battaglie per la riduzione dei parlamentari e dei loro compensi, la lotta alla corruzione e a tutti gli illeciti arricchimenti che nascevano dalla frequentazione della cosa pubblica. E poi l’avversione per banche, grandi gruppi industriali e multinazionali (da Parmalat alla Telecom), anch’essi responsabili dello status quo.

Ma i tempi cambiano e, soprattutto, la gente vuole anche – e soprattutto – risposte alle sue esigenze primarie: dal lavoro alla sanità, dai servizi all’istruzione, mentre sembra sempre più distratta rispetto a battaglie spazzacorrotti o a difesa dell’ambiente. E le domande le rivolge a chi detiene il potere, a chi amministra, a chi governa. È una rivoluzione mancata, quella dei Cinquestelle, che si è fermata alla fase 1, quella dell’abbattimento del “nemico”, riuscendo soltanto ad abbozzare le risposte e per giunta contraddicendo sé stessa. Nessuna alleanza? Siamo duri e puri? Accordi e contratti a 360 gradi, peraltro svilendo la propria anima e mostrando un trasformismo degno del miglior Fregoli. Perdendo, così, la propria identità.

E poi, l’approdo nella Capitale ha inevitabilmente fatto emergere vizi e virtù della natura umana: perché autoridursi l’indennità parlamentare? Perché soggiacere alla dittatura dei leader (visibili ed occulti) senza poter esprimere la propria opinione, pena l’espulsione per non essere stati “fedeli alla linea”? L’“uno vale uno” è diventato “ognuno per sé”, fomentando la fuga.
Ecco, allora, che è tornata la politica vera, quella vissuta nelle piazze (e non solo dalle sardine), quella che parla alla gente dei problemi reali proponendo soluzioni, certo attualizzata dall’uso del web e dei social network ma senza che questi strumenti ne abbiano l’esclusiva, magari ricorrendo a improbabili piattaforme. In fondo siamo persone e non numeri o bit.
La parabola antisistema di Beppe Grillo era nata – in pochi lo ricordano – dall’allontanamento dalla Rai per una battuta sui socialisti marioli (1986) e, curiosamente, sembra concludersi proprio nei giorni in cui ricorre il ventennale della scomparsa di Bettino Craxi, che della stagione di Tangentopoli rappresenta – a torto o a ragione – l’icona.
Più che cinque stelle, è rimasta una meteora.

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