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La razza predona all’assalto di libri, edicole e giornali

Gli italiani, popolo che si dice non legge, si sono fatti prtroppo fatti una discreta fama come pirati editoriali

Poveri giornali tele-sfruttati, web-depredati e poli-bersagliati

La tenaglia che stritola, fino a soffocare, il mondo l’editoria e a danneggiare l’occupazione ha due ganasce possenti: il plagio e il furto di copie, cartacee o digitali. La prima consiste nella sistematica scorreria e ruberia nei territori della proprietà intellettuale, una marea che sale silenziosamente e mette tutti nella condizione di attingere a piene mani in Rete, sia per fini di pura ricerca e studio, sia per obiettivi meno limpidi, come appunto preparare una relazione, una tesi di laurea, un libro. Il plagio, perché tale si chiama sia per la sottrazione di qualche migliaia di caratteri che per un modesto copia e incolla di qualche cartella, risuona solo in occasioni straordinarie o eclatanti, quando alle cronache assurgono le scorrerie di personaggi illustri, come ministri o notabili che abbiano percorso l’intero cursus honorum grazie alla copiatura di una tesi, o di un lavoro di un altro collega.

Eppure, la legge 475 del 19 aprile 1925, sulla Repressione della falsa attribuzione di lavori altrui da parte di aspiranti al conferimento di lauree, diplomi, uffici, titoli e dignità pubbliche, all’articolo 1 parla chiaro: “Chiunque in esami o concorsi, prescritti o richiesti da autorità o pubbliche amministrazioni per il conferimento di lauree o di ogni altro grado o titolo scolastico o accademico, per l’abilitazione all’insegnamento ed all’esercizio di una professione, per il rilascio di diplomi o patenti, presenta, come propri, dissertazioni, studi, pubblicazioni, progetti tecnici e, in genere, lavori che siano opera di altri, è punito con la reclusione da tre mesi ad un anno. La pena della reclusione non può essere inferiore a sei mesi qualora l’intento sia conseguito.”

Non c’è dubbio che il web e l’immersione totale nel digitale hanno reso più praticabile un fenomeno antico quanto il mondo, assottigliando i confini tra la pura fruizione di un testo e l’appropriazione dello stesso. La citazione, un tempo rigorosamente incatenata tra le doppie virgolette, a tutela di un pensiero e di una proprietà di autori terzi, naufragano nella contaminazione, nella confusione, che sono spesso però l’anticamera dell’abuso e del furto.
A proposito di furti, veniamo al secondo fenomeno di pirateria editoriale, la fotocopiatura o lo scarico vero e proprio dalla Rete di libri e giornali che ogni giorno, per compiacenza, finiscono sul desk top anche di professionisti, insospettabili ladri in doppio petto.

Ma chi avrebbe mai detto che gli italiani, popolo che si dice non legga, si sarebbero fatti una discreta fama come pirati editoriali? Un italiano su tre è un ladro di libri secondo le cifre che rivela una indagine dell’Ipsos commissionata dall’Associazione degli Editori. Il danno viene calcolato in 528 milioni di euro l’anno. Se Atena piange, Sparta non ride: analogo danno viene inflitto ai giornali con la loro riproduzione clandestina. Assomma a circa 144 milioni l’anno, a voler considerare uno solo dei canali dai quali si scaricano ogni mattina i giornali.

Entrambi i due fenomeni non hanno tregua perché godono della copertura di una mentalità, come definirla, di ipocrisia libertaria, spesso agita soprattutto dagli intellettuali e maestri di pensiero. Sono i primi infatti a ritenere che la proprietà intellettuale e l’opera dell’ingegno debbano essere liberamente propinati e financo usurpati, anche a danno di un diritto fondamentale della persona, la proprietà dell’opera dell’ingegno.

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