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Herbert Wehner sosteneva che la politica è l’arte di rendere “possibile” ciò che è “necessario”. L’esponente socialdemocratico, tra i promotori più attivi all’epoca di Brandt e Schmidt della cosiddetta Ostpolitik ovvero dell’apertura del governo federale tedesco ai Paesi orientali, aveva costruito la sua narrazione intorno al “possibile” e al “necessario” ricorrendo ad una consistente dose di pragmatismo. Le parole di Wehner mi sono tornate in mente pensando al complesso e delicato dossier libico e alla Conferenza di Berlino, fortemente voluta da Germania e Italia. Cosa sia necessario lo sappiamo: far cessare definitivamente il fuoco.

Inoltre è necessario porre un embargo all’uso delle armi con sanzioni per quei Paesi che le vendono alla Libia; inviare una forza d’interposizione tra le due fazioni in guerra; contrastare il terrorismo islamico; proteggere i giacimenti petroliferi; creare un nuovo governo di accordo nazionale; determinare le condizioni perché si interrompano tutte le ingerenze straniere nel territorio che fu feudo di Gheddafi; arrivare a libere elezioni in modo che siano i libici a decidere del proprio futuro. Molto più difficile è definire cosa sia “possibile”, almeno nel beve termine, visto che occorre passare quanto prima dalle enunciazioni di principio ai fatti. La situazione è in continua evoluzione anche per i troppi interessi in campo.

Il vertice di ieri nella capitale tedesca, apertosi con la presa d’atto che Haftar stava alzando il tiro avendo deciso di chiudere cinque terminali per l’export petrolifero nel Golfo della Sirte (perdita stimata dalla compagnia di Stato Noc di ottocento mila barili al giorno), può considerarsi un passo avanti in direzione dell’obiettivo finale. Sarraj e Haftar hanno avuto incontri separati con la cancelliera Merkel e questo la dice lunga su quanti ostacoli vanno ancora superati. In linea generale è da considerare un buon risultato il rafforzamento dell’impegno al cessate il fuoco, il rispetto dell’embargo delle armi, la costituzione del comitato militare congiunto di monitoraggio che avrà il compito di verificare che gli impegni assunti vengano mantenuti e un processo politico per arrivare ad un governo unico. Può considerarsi comunque sufficiente l’esito della discussione avvenuta tra le Nazioni Unite, l’Italia, la Turchia, la Russia, gli Stati Uniti, la Francia, l’Egitto, oltre che la Germania. Alla Conferenza erano presenti anche emissari di Unione Europea, Regno Unito, Cina, Lega Araba, Unione Africana, Algeria, Emirati Arabi.

Soprattutto grazie alle pressioni del governo italiano, che nelle ultime settimane è stato molto attivo per iniziativa sia del premier Conte sia del Ministro degli Esteri Di Maio, l’Europa sembra aver maturato la consapevolezza dell’esigenza di un intervento più concreto e strutturato che sia frutto di unità d’intenti e di maggiore coesione. Intervento resosi ancor necessario dopo i due memorandum firmati da Serraj e dal presidente turco Erdogan, impegnato nel rafforzamento del proprio ruolo nel Mediterraneo orientale anche per le importanti ricadute economiche dell’area. La Turchia, che ha il secondo maggior esercito della Nato e che punta a garantirsi l’accesso ai giacimenti di gas naturale, ha inviato le proprie truppe in Libia in funzione anti Haftar. E ciò mentre il generale della Cirenaica incassava il sostegno di Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto, ma anche di Russia e Francia. Alla Conferenza non ha partecipato la Grecia, secondo alcune indiscrezioni per andare incontro ad una richiesta in tal senso di Erdogan. Dopo essersi rifiutato di siglare la tregua a Mosca, Haftar era volato ad Atene per incontrare il premier Mitsotakis contrario all’accordo tra Tripoli e Ankara. Alla Conferenza egli ha rappresentato la posizione ellenica, anche se nei giorni scorsi si era detto pronto a tornare in Russia per continuare a discutere di pace. Mossa quest’ultima, interpretata dai più come la volontà di ridimensionare la portata del vertice berlinese e provare a riacquistare potere negoziale.

È dal 2011 che la Libia è in preda al caos. È un Paese che fa gola a tanti anche perché detiene le riserve di petrolio più importanti dell’Africa. I dieci mesi di combattimento tra le forze di Haftar e Sarraj, premier del governo di accordo nazionale riconosciuto dalle Nazioni Unite, dall’Europa e dalla Turchia, sono costati la vita ad oltre mille cinquecento persone (di cui trecento civili), il ferimento di oltre quindicimila persone e la messa in fuga di quasi centocinquantamila libici, trasformatisi in sfollati interni. C’è il timore che si scateni una nuova ondata migratoria verso l’Europa e, dunque, verso l’Italia.
Il governo Conte ha recuperato l’iniziativa politica e diplomatica e sta aiutando l’Europa a voltare pagina. Quell’Europa che finora non ha parlato una voce sola, che ha dimostrato troppa pigrizia rispetto alla necessità di elaborare un piano di interventi a favore del disarmo e della soluzione politica della crisi, pur avendo maturato un certo senso di colpa per i bombardamenti franco-britannici del 2011. Ha ragione Di Maio quando sottolinea che in questo passaggio cruciale l’Unione Europea o rimane unita o rischia di perdere la faccia, affievolendo ancora di più la sua credibilità internazionale. La carta più importante da giocare è quella della concretezza e del recupero del terreno perduto anche rispetto a nuovi big player mondiali come Turchia e Russia. Ma è anche quella del coinvolgimento sempre più fattivo di Paesi come Tunisia e Algeria interessati alla pace in Libia e nell’intera regione.

Lo sguardo da mantenere deve essere, perciò, il più lungo e largo possibile, sebbene continui a premere l’urgenza di impedire che le truppe di Haftar raggiungano Tripoli. L’attenzione e l’impegno devono essere costanti. Come ha messo in evidenza Conte, l’obiettivo deve esser quello di alimentare una stagione di riforme che tocchino il piano politico-istituzionale, economico e di sicurezza. La chiave sta nella ricerca dell’equilibrio proprio tra il necessario e il possibile. Equilibrio indispensabile soprattutto in politica estera.

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