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Tanti, troppi attentati ai danni dei sindaci. I primi cittadini sono oggi più che mai il terminale di un disagio

carabinieri

Le bombe, le lettere anonime, le minacce più o meno velate, certe altre volte schiaffi e sputi. È questa, per gli amministratori locali, una delle stagioni più plumbee. E non c'è da andare per il sottile se a far esplodere la bomba carta  siano i manovali della mafia o alcuni poveri balordi, se l'aggressore sia il disperato di turno che vuole un posto di lavoro piuttosto dell’imprenditore tangentista che sperimenta strade alternative alla tangente. I sindaci sono oggi più che mai il terminale di un disagio. Sono capri espiatori, trincee, simboli di ciò che voglio e non posso avere. E, nelle derive qualunquistiche, sono l'interpretazione di un potere, di un privilegio, di uno status, rappresentano un bersaglio a prescindere. 

n Puglia gli amministratori sotto attacco sono ormai, tristemente, una notizia quotidiana. Anche quelli dei piccoli e piccolissimi centri, dove ti domandi quali appetiti possano così violentemente divampare, sindaci che all'improvviso si ritrovano a fare i conti con sentimenti nuovi: la paura, ovvio, ma anche lo smarrimento (cosa faccio  ora?) e lo stupore. Lo ha raccontato con estrema sincerità Antonio Decaro: appena eletto sindaco di Bari - siamo nel 2014 -  se ne va a Palazzo di città e lì trova un uomo con l’inferno negli occhi e due taniche di benzina nelle mani. «Ma perché vuoi darti fuoco?» gli chiede, empatico,  nel tentativo di salvarlo dal destino fatale del suicidio pubblico. Ma l’uomo risponde: «Veramente voglio dare fuoco a te!». Cosa fai quando un perfetto sconosciuto ti è davanti pronto a incendiarti  e tu non sai nemmeno chi è, quale sia la sua storia, se sia un delinquente o un poverocristo? E sai che anche lui non sa bene tu chi sia e quale sia la tua storia, eppure ti odia così intensamente da volerti perfino uccidere. 
Ma torniamo sul «cosa faccio ora?». Ed è evidente che l’unica cosa da fare è chiedere aiuto, spezzare l’emozione solitaria della minaccia, andare all’esterno, scendere in piazza. Fiaccolate, cortei, sit in non sono retorica, ma la risposta collettiva ai mittenti di bombe e lettere anonime, sono un rituale necessario. A Bitonto, uno dei luoghi più esplosivi d’Italia, subito dopo l’installazione delle luminarie antimafia, qualcuno (i clan? i vandali?) hanno spaccato la targa con le parole di Peppino Impastato. A Foggia, dopo il corteo antimafia, le bombe sono tornate a deflagrare. Un braccio di ferro, sì, ma è impossibile mollare la presa.

Anche perché nella solitudine, nell’isolamento, nella paura, gli amministratori locali possono arrendersi e gettare la spugna. Anche in questa luce va interpretato l’aumento di comuni sciolti per infiltrazioni mafiose. Chiaro: non abbiamo nessuna intenzione di diluire le responsabilità, di giustificare o leggere in maniera miope le realtà territoriali. Ci sono anche amministratori cialtroni e sindaci malavitosi. C’è chi si fa corrompere, chi ricatta, chi ha bisogno di voti «facili», chi utilizza scorciatoie. Nel senso che non tutti gli amministratori locali sono eroi borghesi , ma è verosimile che qualcuno si arrenda per paura, che ceda a interessi più alti, a ingerenze e pressioni, perché ritiene di essere solo. La risposta è culturale, dunque. Nessun compromesso e nessuna esitazione. E alle bombe, alle auto date alle fiamme, ai proiettili recapitati in buste anonime si risponde tutti insieme, come un unico corpo, un’unica anima.

C’è infine da separare la mafia dalla disperazione, sebbene il risultato finale (la devastazione, lo scompiglio, il danno morale e materiale) possa essere lo stesso. La criminalità organizzata deve fare profitto e per farlo usa tutti i mezzi illeciti possibili, nutrendosi della paura e della destabilizzazione sociale, della debolezza. La disperazione è altro e per certi versi è paradossalmente più difficile da intercettare e combattere, perché se hai davanti un uomo che ti odia per quello che potenzialmente rappresenti, potresti non avere le armi giuste per difenderti. La disperazione è la mancanza di lavoro, lo sfratto, la fame, il bisogno. Ma anche su questo fronte, in fondo, i sindaci sono impotenti.

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