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Nel 1953 la Democrazia Cristiana, partito di maggioranza relativa, tentò un «colpo di mano« mutando «in corsa» la legge elettorale – approvata solo sette anni prima – inserendo un premio di maggioranza per la lista (o le liste collegate) che avesse superato il tetto del 50% dei voti, cui sarebbe spettato il 65% degli scranni parlamentari. L’operazione non andò in porto, ma la legge passò alla storia come «legge truffa». Era forte infatti il legame con il sistema proporzionale, considerato una forma di difesa dagli eccessi autoritari di cui l’Italia aveva avuto tragica contezza, in quanto sistema che garantisce la rappresentatività e che, più di ogni altro, tutela le minoranze.
Il tentativo di piegare le regole elettorali agli interessi di partito non costituisce dunque un fatto nuovo per il nostro Paese.

Quel che sta accadendo di recente, tuttavia, rappresenta l’acme di un processo sempre più frenetico e quasi compulsivo manifestatosi negli ultimi anni, che si è tradotto in un perenne dibattito sul sistema elettorale da adottare che si intensifica in prossimità delle scadenze elettorali. Un dibattito talora rimasto allo stato di confronto di opinioni e talora sfociato in nuove leggi cui sono state attribuite pittoresche denominazioni, volte a conferir loro apparente solennità grazie all’uso di un latino maccheronico: Mattarellum, Porcellum, Italicum (mai applicato), Rosatellum. Oggi – forse – è il turno del Germanicum.

Quel che è singolare, tuttavia, è che la legge del 1946 riuscì a sopravvivere inalterata per quasi mezzo secolo – se si eccettua la parentesi della «egge truffa», poi accantonata a seguito dell’insuccesso dell’operazione tessuta dalla DC, peraltro in una fase storica assai delicata (si era in piena guerra fredda e, dunque, lo scontro con il PCI aveva una portata globale) – mentre, dopo l’avvento della cd. Seconda Repubblica, è iniziato quel movimento sussultorio prima ricordato che – a prescindere dalle peculiarità di ciascuna soluzione – presenta criticità e/o controindicazioni.
Questo approccio, infatti, inverte quella che dovrebbe essere la prospettiva più corretta in materia. Dovrebbero essere le forze politiche ad orientarsi in ragione delle leggi elettorali e non le leggi elettorali ad essere orientate dalle forze politiche. Non dovrebbero, insomma, essere le compagini di maggioranza a disegnare il sistema elettorale secondo convenienza. In tal modo, infatti, il rischio è che le regole elettorali mutino sistematicamente al mutare degli assetti politici. Tali regole, che sono regole fondamentali in una democrazia, dovrebbero, viceversa, avere una loro stabilità. Diversamente, finiscono per condizionare la geografia politica di un Paese.

È ovvio, infatti, che in un sistema maggioritario si vengono a creare le condizioni di un bipolarismo e che le forze politiche minori sono destinate a scomparire (salvo essere assorbite dai due schieramenti). Lo stesso elettore, difatti, tenderà a non dare il proprio voto a un partito che presume non potrà riuscire ad avere una rappresentanza parlamentare.
E poi non esiste un sistema elettorale perfetto. Ciascuno ha i suoi pregi e i suoi difetti. Un sistema proporzionale garantisce una rappresentatività più capillare, ci dà una foto nitida dell’esistente. Ma è meno efficace sotto il profilo della governabilità. Un sistema maggioritario, viceversa, comporta una semplificazione del quadro politico alimentando la formazione di alleanze, tuttavia tende ad escludere le forze marginali. Non per questo è meno democratico, basti guardare alle esperienze della Gran Bretagna, dove per la Camera dei Comuni vige il maggioritario secco (first-past-the-post) proprio al fine di garantire una maggioranza forte a sostegno del governo, e degli Stati Uniti, ove parimenti si adotta il maggioritario uninominale.
Ma il fattore che più dovrebbe far riflettere i competitors politici è quello della sottile rivalsa che ogni nuova legge elettorale si prende nei confronti di chi l’ha concepita. Sistematicamente, infatti, i momenti di gloria auspicati dai riformatori finiscono per essere disattesi dalla competizione elettorale per la quale era stata calibrata. Proprio come nel 1953.

Proporre (e far approvare) una legge elettorale, insomma, non porta bene. Almeno dalle nostre parti. È questo lo scenario in cui tra poche ore la Corte costituzionale si pronuncerà sulla richiesta di referendum presentata da otto regioni (e sponsorizzata dalla Lega) che vuole trasformare in maggioritario pieno il Rosatellum. Sarebbe bello se davvero bastasse una buona legge elettorale – sempre che sia tale – per conquistare (e mantenere) il consenso. Ma i cittadini, in fondo, sono più svegli e imprevedibili di quanto immaginino i manovratori delle leve di comando. E, forse, la sorte fa il resto.

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