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La politica internazionale torna a influire sui patti interni

E' di nuovo l’Europa a far tremare Palazzo Chigi. Il Pd non è intenzionato a sabotare il Fondo salva-Stati

Tre proposte gelide verso l'Europa

Sarà che l’Italia, attraverso i suoi governi, è l’unica nazione a snobbare la politica estera, sta di fatto che la politica estera è affamata di rivincite. Infatti, i governi ballano più per le vicende e le questioni esterne che per i problemi interni. Né serve a stemperare la tensione il fatto che l’attuale ministro degli Esteri non ama andare in giro per il mondo, preferendo, invece, stazionare nell’Urbe e nella Penisola. La politica estera, che è legata alla politica economica come il ramo al tronco, non concede tregue, perché inchioda ciascuno alle proprie responsabilità.
Non a caso un tempo era la politica estera a determinare e disegnare le alleanze di governo e di opposizione. C’erano i due blocchi ideologici e militari.

Ci si contava e ci si sceglieva sulla base delle appartenenze alle due sfere (Est ed Ovest). Finita la stagione della conflittualità permanente tra America e Unione Sovietica, pareva che le future alleanze interne agli Stati si sarebbero formate su altri temi e progetti condivisi, anziché sulla tradizionale politica internazionale.
Qualcuno ci ha provato, specie in Italia, a ignorare le questioni e i rapporti d’oltre confine. Ma, poi, la politica estera che, come non si stancava mai di ripetere Alcide De Gasperi (1881-1954), era e rimane la politica-politica per antonomasia, ha presentato il conto, anche se sotto forma di impegni economici più che militari (come avveniva in passato).


Se un tempo era il duello Usa-Urss a imporre posizionamenti, alleanze e strategie ai partiti italiani, adesso è soprattutto l’Europa, o meglio l’Unione Europea, a comporre o scomporre le coalizioni. Fu l’anti-europeismo il mastice del primo governo Conte, vicepresieduto da Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Fu la rottura sul fronte europeo (i grillini appoggiarono la candidatura della tedesca Ursula von der Leyen alla guida della commissione esecutiva), la causa originaria del divorzio tra Lega e M5S, poi sfociata nel battesimo del secondo governo Conte, appoggiato da grillini, dem, renziani e Liberi e uguali.


Adesso è di nuovo l’Europa a far tremare Palazzo Chigi. Il Pd non è intenzionato a sabotare il Fondo salva-Stati, anzi non vede l’ora che l’accordo sia approvato. Il M5S, invece, attraverso il suo capo politico Di Maio, non ha alcuna voglia di accodarsi al resto della comitiva continentale, non foss’altro perché non vuole lasciare, in proposito, campo libero a Salvini che, dopo aver fatto incetta di voti cavalcando la protesta contro gli immigrati, vuole ora raggiungere il pienone di consensi agitando la bandiera della sovranità nazionale contro la (presunta) fregatura sui risparmi che l’Europa e la Germania vorrebbero rifilare all’Italia.
Non a caso maligni e retroscenisti, a giorni alterni, non escludono un possibile ritorno di fiamma tra i due vicepremier del primo esecutivo Conte. che, com’è noto, fino alla designazione del numero uno dell’eurocommissione, erano divisi pressoché su tutto, ad eccezione della linea sull’Europa.


Ieri, il portoghese Mario Centeno, presidente dell’Eurogruppo, ha gelato il governo italiano, escludendo qualsiasi ritocco al trattato sul Mes (meccanismo europeo di stabilità). Il che potrebbe rendere ancora più complicata la convivenza tra Pd e M5S, visto che Di Maio non accetta il Fondo salva-Stati nella versione circolata finora (Salvini non l’accetta a prescindere) mentre il Pd è favorevole.
Insomma. Si giocherà sull’Europa, com’è inevitabile, l’avvenire del governo e della legislatura. Salvini ha sistemato in secondo piano il tema dell’immigrazione, e ha messo al primo posto l’ostilità al Fondo salva-Stati, a suo giudizio una sorta di creatura demoniaca per gli interessi italiani. Di Maio, per non farsi spiazzare su questo terreno, ha rilanciato l’antico repertorio anti-europeista del M5S, anche a costo di irritare chi, come Beppe Grillo, ritiene irreversibile l’alleanza con il Pd di Nicola Zingaretti.
Qual è il pericolo? Il pericolo è che a furia di alzare la voce la partita sull’Europa sfugga a ogni remora, e che in un’atmosfera sempre più elettorale lo scetticismo sull’Unione di Bruxelles si trasformi in una sua palese scomunica. Con buona pace del sogno dei De Gasperi e con la soddisfazione di quanti propugnano un’Italexit dopo la Brexit.

detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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