Domenica 05 Luglio 2020 | 19:09

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Ciò che un tempo era struttura oggi è sovrastruttura

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Quella che stiamo vivendo è l’epoca della complessità e della transizione continua. Nessun fenomeno può essere analizzato prescindendo dal contesto che lo ha determinato. Nessun ambito della sfera pubblica può essere preso in considerazione senza farsi carico degli effetti dell’interconnessione esistente tra sistemi e sottosistemi sociali. L’era digitale ha mandato definitivamente in soffitta il nesso di causalità esistente tra strutture e sovrastrutture così come immaginate dalla teoria marxista. Ciò che un tempo era struttura oggi è sovrastruttura. Si pensi, solo per fare un esempio, al rapporto sviluppatosi tra la tecnologia, specie nelle sue ricadute culturali ed antropologiche, e la politica. Rapporto particolarmente significativo in Italia dove negli ultimi anni abbiamo assistito a non pochi tentativi di scardinamento dello status quo per inseguire tendenze nate dal basso con l’obiettivo di indebolire le dinamiche verticali a vantaggio di approcci più orizzontali, considerati come più democratici di altri. L’ultimo in ordine di tempo è il caso delle “sardine” bolognesi anti-Salvini. Non proprio una novità assoluta, visto che Nanni Moretti meno di una ventina d’anni fa diede vita ai girotodondi contro Berlusconi e atteso che il Movimento Cinque Stelle è nato, sia pur in funzione anti-establishment, su un presupposto simile, ovvero quello dei meet-up. Negli ultimi mesi abbiamo visto in azione gli antirazzisti a Milano e le madamine pro Tav a Torino.

La formazione e la gestione del consenso elettorale, le scelte programmatiche, le decisioni della politica nell’interesse della collettività risentono della ricerca costante di relazioni simmetriche. La polis in quanto sfera sociale può essere soggetto dell’attività politica, ma anche oggetto. Non dimentichiamocelo. Insieme all’uguaglianza e alla libertà, a fondamento della democrazia sicuramente c’è anche il valore della partecipazione, il prendere parte cioè ai processi deliberativi per determinarli o per modificarli. È questo il terreno in cui si consumano le polarizzazioni più evidenti della società postmoderna anche a causa del ruolo sempre più pervasivo della comunicazione e del marketing politico ed istituzionale. Da un lato c’è la necessità di gestire le diverse occasioni di disintermediazione, volendo ricercare forme di interlocuzioni dirette, immediate ed interattive che sembrano minare la logica della rappresentanza. Dall’altro c’è l’esigenza di confrontarsi con quei processi di leadership che ambiscono ad essere punto di forza nella dinamica democratica e nella ricerca di equilibri stabili tra elettorato attivo e passivo, che si fondano su robuste azioni di legittimazione popolare, pur nella consapevolezza della velocità con la quale essi si compongono e decompongono e pur in presenza di segni che svelano la difficoltà (secondo alcuni il declino) del potere della politica in quanto capacità decisionale. Due tendenze che, proprio grazie alla sovrapponibilità di agire politico ed agire comunicativo, si muovono in maniera convergente. Il risultato è la creazione di un nuovo ecosistema nel quale sembrano prevalere effetti contro-intuitivi e non lineari, cicli di feedback, fuga dalla condizione e dalla staticità per intraprendere con decisione le traiettorie della dinamicità, della caducità, della provvisorietà. Con le “sardine” bolognesi è nato un nuovo movimento politico? Presto per dirlo. Non sappiamo neanche se si tratta di un vero e proprio fenomeno, attesa l’importanza dell’azione in corso tra l’elettorato emiliano e romagnolo da parte del leader della Lega. Rileva, tuttavia, la voglia di generare il cambiamento dal basso, la possibilità di sfruttare gli elementi connotativi di una socialità che viene negoziata non dai corpi intermedi, partiti inclusi, ma dalle logiche dello spontaneismo e dalla viralità. Logiche garantite ed alimentate dal modello della platform society per dar vita ad esperienze di partecipazione autorganizzata ed autopromossa, a forme di mobilitazione improvvisa ed estemporanea. Forme che sfuggono alla rigidità delle etichette di partito e ai frame più in voga nel mainstream culturale, muovendosi in ordine sparso.

Flash mob e leader politici, che vogliono essere ed apparire forti, sono due facce della stessa medaglia. Costituiscono il tratto distintivo della stagione della iper-comunicazione. Rappresentano la prova del potere di Facebook, di Instagram, di Twitter e (forse) anche di Tik Tok. Sono la testimonianza dell’inseguimento continuo di progettualità politica, punti di riferimento, chiarezza programmatica, motivazioni ideologiche, identità che un tempo si provava a ricercare dentro le sezioni di partito. Elementi che oggi lievitano nelle piazze, maturano nelle azioni/dichiarazioni dei leader più carismatici, più connessi con il popolo e più capaci di riempire di contenuti le immense praterie relazionali che i social network stanno consegnando alla politica. Connessioni e simboli capaci di costruire followership. Voglia di esserci e di riconoscersi. Ma anche di contare e colmare i vuoti. Tutto questo in un contesto in cui si fatica a distinguere in modo inequivocabile ciò che è di destra da ciò che è di sinistra (e viceversa), almeno se si coltiva il desiderio di superare il gioco schematico perpetrato dalla cultura mediale. Compito degli studiosi e degli analisti è quello di interpretare senza pregiudizi il significato di certi testacoda ideologici e gli effetti dei molti tentativi di spezzare, proprio grazie alla disintermediazione, il monopolio della rappresentanza in via esclusiva di certi ceti sociali con l’intento di contrastare le disuguaglianze e favorire l’innovazione politica. La realtà è fonte instancabile di spunti di riflessione. E non finisce mai di stupire.

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