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Da Venezia a Matera le “due Italie” continuano

Fa specie in confronto il black-out mediatico riservato dai “giornaloni” nazionali alla valanga di fango che contemporaneamente ha sommerso Matera, capitale europea della cultura 2019.

Da Venezia a Matera le “due Italie” continuano

Sì, certo: Venezia è Venezia, la nostra città d’arte più famosa nel mondo. Per la storia, la cultura, la sua stessa conformazione geografica. Un patrimonio dell’umanità. Ed è tanto giusto quanto dovuto il risalto che la stampa italiana e internazionale ha dedicato finora al disastro che l’ha colpita. Ma, detto da meridionali e da appulo-lucani, fa specie in confronto il black-out mediatico riservato dai “giornaloni” nazionali alla valanga di fango che contemporaneamente ha sommerso Matera, capitale europea della cultura 2019. Due icone, due metafore delle “due Italie” che purtroppo non finiscono mai.

E da pugliesi, anche a rischio di essere accusati di partigianeria o di provincialismo, dobbiamo lamentare – al di là della risonanza politica ed economica attribuita al “caso Ilva” in questi ultimi giorni – la sistematica disinformazione su altre due emergenze regionali: i danni prodotti dall’epidemia di Xylella al patrimonio naturale dei nostri ulivi, al paesaggio, alla produzione dell’olio extra-vergine di oliva, all’occupazione e al turismo; e poi le incertezze e le polemiche sul Tap, il gasdotto trans-adriatico che dal Mar Caspio sbarcherà sulla costa salentina.

Sono vicende che invece i lettori della “Gazzetta” conoscono bene, in virtù dell’informazione quotidiana che hanno ricevuto, a conferma del ruolo e della funzione di una testata interregionale che vanta legittimamente 130 anni di storia al servizio delle comunità di Puglia e Basilicata.
“Ma che colpa abbiamo noi”, era il titolo di uno storico brano di Shel Shapiro che anticipò la ribellione del ’68: “La notte cade su di noi/ la pioggia cade su di noi/ la gente non sorride più…”, cantava il chitarrista insieme alla band dei suoi “Rokes”.
Che colpa, dunque, ha la Puglia per meritarsi tutto questo? Quali peccati hanno commesso i pugliesi per subire una punizione che appare quasi una maledizione biblica, un danno per quelli che sono rimasti e un’onta per quelli che sono emigrati? E soprattutto, di chi sono le responsabilità individuali o collettive, più remote e più recenti?
La prima risposta chiama in causa la politica. Tutta la politica. Di destra e di sinistra. Nazionale e locale. Chiama in causa i governi che hanno retto l’Italia nell’ultimo quarto di secolo, da Berlusconi a Prodi, da Monti a Letta, da Gentiloni a Renzi, compresi quello giallo-verde e quello giallo-rosa, guidati entrambi dal pugliese Giuseppe Conte e sostenuti entrambi dai Cinquestelle. Ma chiama in causa anche i governatori che hanno guidato la Regione negli ultimi vent’anni: Raffaele Fitto di Forza Italia (dal 2000 al 2005), Nichi Vendola di Rifondazione comunista (2005-2010 e 2010-2015) e Michele Emiliano del Partito democratico, in carica dal 2015.

Sono loro, tutti loro, che avrebbero dovuto prevenire o risolvere le tre emergenze che hanno sconvolto la vita di una regione considerata fra le più serene e pacifiche del Mezzogiorno, diventata ora la più critica di tutto il Paese. Ai governanti nazionali e locali spettava il dovere di intervenire per avviare la trasformazione ecologica della più grande acciaieria d’Europa e fermare l’inquinamento mortale che incombe sulla città di Taranto; per stroncare l’epidemia del batterio-killer che ha ucciso gli alberi secolari di ulivo; per realizzare il gasdotto con il minor impatto ambientale e il maggior consenso popolare possibile.
L’ex Ilva, ed ex Italsider, è stata da sempre la più mostruosa “Cattedrale nel deserto” costruita dal mito dell’industrializzazione selvaggia, con scarsa considerazione per la sicurezza sul lavoro - come documentano purtroppo le statistiche sulle “morti bianche” - e ancor più scarsa considerazione per la salute degli operai, delle loro famiglie, dell’intera popolazione. E che dire ora del tira-e-molla dei Cinquestelle sul fantomatico “scudo penale” che avrebbe dovuto assicurare all’Arcelor Mittal una malintesa immunità, prima annunciato e poi ritirato in seguito alle contestazioni che hanno bruciato in piazza a Taranto le bandiere del Movimento?

Lo scempio della Xylella era prevedibile e tutt’altro che ineluttabile o incontrastabile. All’insegna di una demagogia miope e provinciale, la Regione è intervenuta tardi e male, ignorando le indicazioni della comunità scientifica e contrastando le direttive di Bruxelles che avrebbero potuto almeno circoscrivere il contagio per abbattere tempestivamente le piante malate. Tanto da meritarsi la condanna della Corte di Giustizia europea e una maxi-multa per inadempienza. E soltanto negli ultimi tempi sono state impiantate le specie di Leccino e Favolosa, resistenti al batterio.
Quanto al Tap, è stato il festival della demagogia e dell’allarmismo. Quasi che una conduttura sotterranea di gas naturale, una volta installata, sigillata e ricoperta, possa stravolgere l’ambiente e magari esplodere da un momento all’altro. Anche qui il governatore Emiliano s’è distinto per il suo “populismo di governo”. Ma la Palma d’onore spetta senz’altro al grillino Alessandro Di Battista, costretto poi a chiedere scusa pubblicamente ai cittadini del Salento ai quali aveva promesso in campagna elettorale che il gasdotto non si sarebbe mai fatto.
Povera Puglia e povera Basilicata, terre di gente laboriosa e tenace. Due regioni ricche di umanità e generosità. Ma povere entrambe di una classe dirigente in grado di riscattarle – come meriterebbero - dalla loro arretratezza economica e sociale, oltreché dal loro degrado ambientale e culturale.

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