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Se mi venisse richiesto di ricostruire in poche righe cosa è accaduto in Italia negli ultimi due anni non potrei rinunciare a mettere in evidenza che si sono consumati eventi che in altri Paesi accadono normalmente all’interno di un intero ciclo politico. L’elenco è lungo. Si va dalla crisi del Pd e del centrosinistra alla vittoria di Cinque Stelle e Lega alle elezioni politiche 2018, dalla nascita del governo gialloverde con la formula del contratto di governo al ribaltamento delle posizioni di forza tra gli alleati in occasione delle europee 2019, dalle fibrillazioni continue nel primo esecutivo Conte alla crisi politica aperta su iniziativa di Salvini qualche giorno prima di ferragosto. Ed ancora. Si va dalla nascita del secondo esecutivo Conte, a seguito dell’intesa politica raggiunta tra pentastellati e democratici, all’uscita dal Pd di Renzi per fondare un nuovo partito, “Italia Viva”.

Ultima in ordine di tempo la vittoria in Umbria della coalizione di destra-centro che, anche grazie al successo della Meloni, ha recuperato coesione e slancio. A guardar bene, si tratta di eventi vincolati da un rapporto di causa ed effetto. In alcuni di essi centrale è stato il ruolo di Renzi che con la sua rapida ascesa, ma anche con la sua altrettanto rapida discesa, ha contributo a creare le condizioni perché si consolidassero due partiti (inizialmente e diversamente) antisistema, come Cinque Stelle e Lega.
L’oscillazione continua, quasi un moto perpetuo leonardiano, tra la spinta al tripolarismo e una riedizione del bipolarismo, sia pur attraverso una rivisitazione di categorie troppo vintage come “sinistra” e “destra”, ha fatto da cornice a strategie ispirate più da ragioni di tattica che da reali esigenze programmatiche ed identitarie.

Un campione di tattica è certamente Renzi, riuscito ad emergere all’improvviso dagl abissi in cui era finito soprattutto per propria responsabilità. Il senatore di Rignano, già in occasione di un’intervista rilasciata a Stefano Feltri del Fatto Quotidiano ad agosto in piena crisi politica, si era rivolto a Di Maio appellandosi alla determinazione dei Cinque Stelle ad approvare in tempi stretti la riforma costituzionale della riduzione del numero dei parlamentari. Con questa apertura, in totale contrasto con il niet pronunciato dopo le politiche del 2018 dagli studi televisivi di Fazio, Renzi ha permesso che Pd e Cinque Stelle si alleassero, sia pur con la convenienza di impedire a Salvini di vincere le elezioni politiche in caso di scioglimento anticipato della legislatura. Com’è noto, il leader del Pd Zingaretti (e non solo lui per la verità) all’inizio era molto prudente. Alcuni retroscena giornalistici avevano addirittura fatto riferimento ad un accordo tra il leader del Pd e quello della Lega per andare a votare prima possibile. Di più. All’inizio Zingaretti invocava discontinuità nella formazione della nuova compagine governativa. Un minuto dopo la nascita del secondo esecutivo Conte, Renzi ha fondato la sua nuova creatura politica. Sia alla Leopolda numero dieci, sia durante il faccia a faccia con Salvini in tv da Vespa, egli ha portato avanti due disegni: acquisire visibilità e centralità e dialogare con quella parte di Forza Italia (assai minoritaria per la verità) che fa fatica a riconoscersi nella leadership di Salvini.

Una strategia che ha sottoposto il governo ed il premier ad un bombardamento mediatico continuo. Al Messaggero l’altro ieri Renzi ha detto che si può andare avanti “con o senza Conte”. Le frasi sul premier sono state solo la punta dell’iceberg del quale fanno parte le dichiarazioni molto critiche sul cuneo fiscale, sulla tassa per la plastica, sulle auto aziendali. Iniziative che hanno associato al “moto continuo” la sensazione “dell’agonia prolungata” del governo. Volendo compiere uno sforzo di sintesi, possiamo sostenere che dopo la fase del “Renzi contro tutti”, stiamo vivendo quella del “tutti contro Renzi”.
Vero è che “Italia Viva” al momento può fare affidamento solo su voti virtuali (quelli dei sondaggisti collocano il partito di Renzi dentro un range che va dalla previsione più bassa del 3,5% a quella più alta del 6,2%) e non ancora su quelli reali. Altrettanto lo è, però, il fatto che in politica i voti non si contano. Si pesano. La sua guerrilla marketing contro il Governo serve a perseguire questo obiettivo e poco importa, almeno dal suo punto di vista, se si mina alla base la credibilità di un esperimento politico nato oltretutto già fragile anche perché generato soprattutto con l’intento di bloccare (o ritardare?) la corsa di Salvini verso Palazzo Chigi. Ecco, dunque, riproporsi lo schema già noto del partito di maggioranza che si fa contemporaneamente partito d’opposizione.

La strategia politica di Renzi non sembra aver molto senso. Quale significato avrebbe la sostituzione di Conte e poi con chi? Cosa accadrebbe ad una start up politica se all’improvviso fosse chiamata a confrontarsi con le urne, specie se si considera la determinazione di Zingaretti a rilanciare il Pd, quella di Forza Italia a resistere, oltre che naturalmente l’onda lunga sovranista? La strategia comunicativa invece no. Quella un senso ce l’ha. Almeno da questo punto di vista Renzi ha già vinto. Si tratta solo di capire se agire comunicativo e agire politico coincideranno anche questa volta. Non resta che attendere con un occhio rivolto alle vicende del governo e un altro alla campagna elettorale in Emilia Romagna.

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