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Tanto tuonò che piovve. Doveva essere l’Europa a rivelare uno dei danni che da decenni i governi italiani fanno al Sud. Un danno tanto denunciato dai meridionali quanto tranquillamente ripetuto. E cioè che i fondi europei mai si sono aggiunti alla spesa pubblica nazionale ma l’hanno sostituita contrariamente a ogni impegno. Ciò che contribuisce a spiegare perché al Sud non si ha mai lo sviluppo sempre atteso. Incolpandone i meridionali che non saprebbero spendere, quando spendono. Che sprecano. Che con loro non c’è tanto più niente da fare, da non fare più niente. Giustificando una politica che ha continuato a creare due Italie, a impoverire il Sud e arricchire il Nord.

Insomma l’Italia ha preso l’Unione europea per un bancomat. Derogando al suo compito di trattare tutti i cittadini allo stesso modo. E con l’aggravante che, se non ci fossero stati i fondi europei, al Sud non ci sarebbero state scuole, e strade, e ospedali, e treni, sia pure quelli insufficienti di sempre. Talché il direttore generale Marc Lemaitre ha preso carta e penna e ha detto basta. Nel senso che se continuerà così, anche quei fondi saranno ridotti. Peggiorando una situazione del Sud che già vede andare a un cittadino di Bolzano 5 mila euro di spesa pubblica all’anno in più rispetto a uno di Crotone, già vede un milione 600 mila abitanti andati via, già vede 300 mila posti di lavoro non ancora recuperati dopo la crisi, già vede il record di giovani senza lavoro, già vede l’alta velocità ferroviaria che si ferma a Salerno.

Una situazione talmente insopportabile ma non incredibile, da aver indignato lo stesso nuovo ministro per il Mezzogiorno, Provenzano. Il quale ha detto che lo sconcerto dell’Europa è anche il suo. Che non si può continuare così. Che farà di tutto per evitare i tagli dei fondi comunitari. Che dovrà essere immediatamente applicata per il Sud la clausola di una spesa nazionale non inferiore al 34 per cento della popolazione meridionale. E che dovrà essere rifinanziato quel fondo di coesione che finora è stato talmente esiguo da diventare un fondo di divisione (e dal quale si attingeva ogni volta che servivano soldi per fare qualcosa al Nord). Provenzano è il ministro che, insieme al collega Boccia e al presidente Conte, promette di prendersi cura di un problema la cui soluzione può far crescere non solo il Sud ma tutta l’Italia. Anzi è l’unica cura per il Paese, Nord compreso.

L’Italia si era impegnata a fare investimenti pubblici nelle regioni del Sud per una percentuale dello 0,47 per cento del Pil meridionale. Ma non è mai andata oltre lo 0,38: il livello più basso d’Europa, dice il sorpreso Lemaitre. E questo benché sia la seconda beneficiaria dopo la Polonia. Sapendo che è una leggenda antimeridionale quella secondo la quale non si spende, non essendo mai stato restituito un euro a Bruxelles. Sapendo che non è facile spendere, essendo più facile in altre aree europee in cui per costruire un ponte non ci mettono quindici anni. E sapendo che il vizietto di finanziare sagre e premi letterari è diffuso al Nord quanto al Sud.

Ma il Sud è sempre cresciuto quando lo Stato vi ha investito. E anche il Nord è cresciuto di più quando è cresciuto il Sud. Vedi il miracolo economico con la Cassa per il Mezzogiorno, pur avendovi l’Italia speso un quinto di quanto speso dalla Germania per unificare l’Est. Il 13 settembre 1972 apparve sul Corriere della Sera un titolo che diceva: «Il divario fra Nord e Sud verrà colmato nel 2020». Più che ottimismo fuori luogo, era la previsione logica se fosse continuato quel livello di investimenti, appunto, allora corrente. Proprio ciò che poi è cessato. Né si può dire che da allora in poi i meridionali siano diventati tutti brocchi. Si è solo dolosamente smesso di credere che per il Sud ci fossero ancora possibilità. Si è fatto passare il Sud per una causa persa. Si è cessato di scommettere sul suo ulteriore sviluppo. Sulla sua industrializzazione. E si è puntato sulla «locomotiva» del Nord mentre al Sud è stata destinata una non richiesta assistenza. Però rinfacciandogliela, come se non dovesse vivere né di fabbriche né di stipendi.

Quando si è capito che l’unica locomotiva non ce la faceva a muovere l’intero Paese, è nata la Lega Nord: vogliamo tenerci i nostri soldi. Non ci vogliono gli storici per spiegare perché proprio ora il Nord torna a pretendere l’autonomia. Perché anche la competitività della stessa celebrata Lombardia è scesa sotto la media europea: Milano addirittura dietro Bratislava. E Nord che non va da nessuna parte con un Sud ridotto in modo tale da non essere più neanche il suo mercato. Il grande industriale americano Ford diceva che, se affamava i suoi operai, chi si comprava le sue auto? L’Italia non investe al Sud, fa furbizie con l’Europa, e cresce solo dello zero virgola qualcosa. Insomma il risultato è lì.

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