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«E se la vera virtù di un politico consiste nel saper sfruttare la fortuna, bisogna concludere che gli insider Salvini e Di Maio denotano qualche lacuna in merito, mentre l’outsider Giuseppe Conte finora ha agito da provetto veterano della materia»

La strana crisi di chi recita una parte controvoglia

Strana la politica. Gli errori di rivali ed avversari dovrebbero servire da guida e da monito nell’attività quotidiana, eppure nulla è più ignorato, tra i leader, di un elenco di svarioni, di clamorosi autogol. È ancora fresco il ricordo della parabola di Matteo Renzi, che dopo aver sfiorato il 41% alle europee 2014, pensava di avere il Paese in mano e di ipotecare Palazzo Chigi per un decennio o due. Invece, nel giro di pochi mesi, il Rottamatore fiorentino ha inanellato una serie di errori da far apparire l’ex calciatore Comunardo Niccolai, difensore del Cagliari aduso a volte a uccellare il proprio portiere, un emulo di Cristiano Ronaldo nell’area di rigore avversa.

Anche Matteo Salvini, come il Matteo precedente, ha sbancato alle europee, nel maggio 2019. Ma come il Matteo-1, anche il Matteo-2 ha depotenziato il trionfo con una serie di mosse da spiazzare pure i salviniani più ortodossi. Ultima l’apertura di una crisi, in funzione elettorale, che avrebbe avuto un senso all’indomani del voto europeo, quando la Lega avrebbe potuto sollevare il problema del ribaltamento dei rapporti di forza col M5S rispetto alle politiche 2018. Di sicuro l’inaugurazione di una crisi ad agosto con l’intento di licenziare Giuseppe Conte, ridimensionare Luigi Di Maio, e andare a votare, appariva come minimo un’azione temeraria, ad alto tasso di pericolosità e autolesionismo (qualora non avesse centrato l’obiettivo delle votazioni in autunno).

Come Renzi, anche Salvini ha dato la sensazione di provare piacere o di non provare dispiacere nel fare collezione di nemici, così come i collezionisti di album della Panini andavano in estasi quando aggiungevano volti rari alla loro raccolta di figurine. Ma l’«uno contro tutti» è sinonimo di «molti nemici, molto onore», una linea che non ha mai portato bene ai suoi sostenitori. È vero. L’esistenza di un nemico - lo insegnano fior di politologi - crea identità.

Ma il nemico ti obbliga a definirti in negativo. Il che, a lungo andare, danneggia, logora anche il più inossidabile tra i big. Eppoi. Sempre ragionando secondo codici machiavelliani, ci sono due modi per accedere al potere: conquistarlo con la forza o esserne cooptati. E dal momento che in democrazia le teste si contano e non si tagliano, non resta che il secondo metodo: esserne cooptati.

La prima cooptazione è quella del voto, cioè quella che proviene dall’elettorato. La seconda cooptazione dipende dal cosiddetto establishment, cioè da quella cosa che, direbbero nei college inglesi, ti porta a dire di una persona: «È uno di noi».
Come si fa a immaginare di sfondare o resistere a lungo sul proscenio avendo tutti contro? Nemmeno un Napoleone (1769-1821) ci riuscirebbe. Infatti, si è visto. «Se un Papa amico val poco, un Papa inimico nuoce assai», raccomandava Pier Soderini (1452-1522), personaggio di rilievo nella Firenze dei Medici. Tradotto ai nostri giorni: si può fare politica sparando a zero sull’Europa, sulla Chiesa, sugli avversari, sugli alleati, insomma su tutto quello che ti gira attorno? Non ci vuole molto a immaginare che prima o poi tutti gli altri si coalizzeranno, persino a dispetto delle profonde, tra loro, difformità di vedute e di progetti.

Anche Luigi Di Maio sembra aver smarrito la bussola che poco più di un anno addietro lo aveva portato a possedere, a soli 33 anni, le chiavi della nazione. Anche lui sembra prigioniero della sindrome dell’«io contro il resto del mondo». Anche lui sembra vittima dell’idea secondo cui la politica si divide in buoni e cattivi e che i cattivi stavolta hanno deciso di sloggiare lui. Ergo, bisogna resistere, resistere, resistere, reagire, reagire, reagire davanti a chi intende retrocederlo a ministro semplice nella gerarchia governativa.

Purtroppo per loro, i Renzi, i Salvini e i Di Maio, sono, nello stesso tempo, i primi beneficiari e i primi danneggiati della formatizzazione della politica. Appunto. La politica può ridursi a format? Lo escludeva già un irriverente come Francesco Cossiga (1928-2010), un uomo di governo tutt’altro che retrogrado e passatista davanti al protagonismo della comunicazione: «La tecnica politica può servire a vincere le elezioni, ma da sola non basta per governare. Per governare occorre la politica, che è il frutto di un fortunato equilibrio tra storia, potere, visione e culo».

E se la vera virtù di un politico consiste nel saper sfruttare la fortuna, bisogna concludere che gli insider Salvini e Di Maio denotano qualche lacuna in merito, mentre l’outsider Giuseppe Conte finora ha agito da provetto veterano della materia. Anche se la partita in corso non si è ancora conclusa.

Qual è il paradosso di questa crisi simile a un puzzle interminabile fatto di migliaia di pezzi? Che il secondo azionista (la Lega) del Conte-uno avrebbe voluto (col voto anticipato) liberarsi del premier, non del vicepremier: invece si ritrova con lo stesso presidente del Consiglio (rientrante, ma più forte dell’omonimo uscente). Anche il primo azionista del Conte-uno, ossia Di Maio, avrebbe sperato di fare un passo in avanti, a Palazzo Chigi, dopo l’inaugurazione della crisi. Invece non solo Di Maio deve lottare come un leone per conservare l’ufficio di vicepremier, ma oggi si ritrova con un Movimento meno coeso rispetto a un anno fa e, soprattutto, nient’affatto disposto a rischiare un’erosione di voti in un anticipo della chiamata elettorale. E ancora. Di Maio si trova costretto a stipulare un’alleanza con chi lui non avrebbe voluto fare neppure un giretto in barca a Ferragosto. Figuriamoci pianificare un governo. «Mille volte meglio, per me, il Capitano padano», così pensa il capo pentastellato
Paradosso nel paradosso.

Anche Nicola Zingaretti avrebbe voluto girare un altro film, con il Pd impegnato in campagna elettorale. Invece, le circostanze di cui sopra originate dai protagonisti di cui sopra, lo hanno portato, mal volentieri, a tentare di fare da levatrice a un’intesa che avrebbe voluto ratificare, a urne chiuse, solo in caso di legittimazione popolare.
Insomma, tutti e tre hanno dovuto recitare una parte che non avrebbero voluto recitare. A differenza di Conte, la cui ragnatela di contatti lo ha portato al centro del centro, seguendo gli insegnamenti della storia della politica italiana. Ma anche al centro non si sta mai al riparo dai proiettili di chi mira al bersaglio grosso. Anzi.

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