Martedì 04 Agosto 2020 | 22:06

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Metà drammatico, metà surreale. Il congedo del governo gialloverde ha offerto un nuovo volume alla sterminata biblioteca della politica italiana. Si sono sfidati in aula, in diretta tv, i tre primattori di questi ultimi anni: Giuseppe Conte, Matteo Salvini, Matteo Renzi. Non era mai accaduto (forse non solo in Italia) che un presidente del Consiglio bastonasse pesantemente un suo vice, nonché ministro dell’Interno, per metà del suo intervento. L’avvocato Conte non ha concesso attenuanti a Salvini. Lo ha attaccato, senza tregua, su tutto: dal linguaggio pubblico allo stile ministeriale, dalla cultura istituzionale alle incursioni sui temi di altri ministri. Si vedeva che voleva asfaltarlo, forse anche per ragioni non esclusivamente politiche.
Così come non era mai accaduto che un numero due del governo ascoltasse, sedutogli accanto, il discorso del suo Principale, per poi rispondergli dagli scranni del suo gruppo parlamentare con toni da campagna elettorale già in atto. Così come non era mai accaduto che al termine della sua controrequisitoria, il numero due dell’esecutivo lanciasse un segnale di disponibilità agli stessi ex alleati, testé accusati di dire sempre no, per un’intesa (a tempo) su taglio dei parlamentari, legge di bilancio e data del voto.

Infine, non era mai accaduto che un ex presidente del Consiglio, stavolta nei panni di azionista di riferimento del suo gruppo senatoriale, elogiasse il premier predimissionario, ma formalmente ancora in carica, e confermasse i segnali di disponibilità nei confronti del Movimento che per anni lo aveva additato a simbolo di tutti i guai del Belpaese.
Questo avvincente duello a tre, che avrebbe intrigato un grande del cinema western come Sergio Leone (1929-1989), pur assicurando la copertina della stampa nazionale ai diretti protagonisti, di fatto, però, impedirà loro di entrare con ruoli primari nel governo prossimo venturo.

Le quotazioni di Conte sono salite assai dopo l’assalto di ieri al Capitano del Carroccio. La figura del presidente del Consiglio ne è uscita molto rafforzata sul piano del prestigio personale e dell’atutorevolezza politica. Di fatto è lui il vero leader dell’area pentastellata. Ma proprio perché ha conquistato i galloni sul campo, per giunta in un’occasione così irrituale e ricca di pathos, è inverosimile che Nicola Zingaretti, segretario del Pd, gli possa consentire il bis alla guida di un’alleanza giallorossa. Molto più realisticamente Conte potrà o vorrà emigrare a Bruxelles, dopo aver ottenuto i gradi di eurocommissario alla Concorrenza, possibile trampolino di lancio anche per la successione a Sergio Mattarella (2022).

La politica italiana, è risaputo, ne inventa e ne sa una più del diavolo. Ma solo uno scommettitore spericolato, o addirittura incosciente, potrebbe puntare un euro su una riscrittura del contratto tra M5S e Lega. Due sigle troppo distanti - era già evidente 14 mesi addietro - per immaginare un percorso comune e senza incidenti lungo la strada. La loro unione, non a caso fondata su un contratto, non su una condivisione di temi, si è rivelata tempestosa quasi sùbito: era sufficiente leggere i rispettivi programmi per eliminare anche l’ultimo dubbio.
Ora toccherà a Mattarella indirizzare il tragitto della crisi, dato che mai come nelle fasi di non-governo, il ruolo del Capo dello Stato svetta su ogni altra istituzione.

Non è la prima volta che la massima magistratura della Repubblica si trova a dover dare le coordinate a una classe politica spaesata e senza bussola. Un soccorso della Storia: la via d’uscita dopo la profonda incertezza dei primi anni Novanta del secolo scorso, anni segnati dal binomio tra crisi economica ed esplosione della questione immorale (tangentopoli). In quella circostanza l’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro (1918-2012) affidò al governatore della Banca d’Italia Carlo Azeglio Ciampi (1920-2016) il compito di allestire una squadra ministeriale che sapesse innanzitutto fronteggiare l’emergenza finanziaria e creasse le premesse per entrare in Europa, nel club dell’euro. Ciampi sapeva a chi chiedere, tra i partiti, sostegno per la sua iniziativa. Ma il suo tentativo venne assecondato anche da altri settori del Parlamento. In fondo, era quello il senso del mandato ricevuto dal Quirinale: presentarsi in aula con un programma serio e chiedere la fiducia di tutti gli eletti o, perlomeno, di chi ci stava. E siccome le urne, sempre, non mettono di buon umore i parlamentari in carica...

Mattarella ricalcherà lo schema provato da Scalfaro con Ciampi? Potrebbe accadere, sia se M5S e Pd manifestassero presto la loro volontà di salvare la legislatura con un’alleanza duratura; sia se M5S e Pd si accordassero su un cronoprogramma ristretto nel tempo (in tal caso tutti vorrebbero far scolorire la loro partecipazione all’esecutivo); sia se non si realizzasse alcun accordo e le esigenze finanziarie richiedessero la nascita di un governo tecnico pronto a varare la manovra di fine anno per poi richiamare gli italiani alle urne. In quest’ultimo caso, potrebbe rispuntare il nome dell’economista Carlo Cottarelli, già incaricato per Palazzo Chigi da Mattarella lo scorso anno quando il primo tentativo di Conte incontrò più difficoltà del previsto.
Non saranno mesi facili per lo Stivale. Salvini ha tutto l’interesse a presentarsi come vittima di un inciucio M5S-Pd. M5S e Pd hanno tutto l’interesse a smontare il fenomeno Lega, sottraendole il mastice del governo. Ma nessun partito, forse neppure quello salviniano, è compatto come il granito. Il che, in un sistema elettorale proporzionale e altamente rissoso come il nostro, non costituisce un bel viatico per varare coalizioni coese e durevoli, e anche per rianimare un’economia a crescita zero e con un debito mostruoso. La combinazione ideale per chi vuole speculare, sotto tutti i punti di vista, sulle nostre debolezze.

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