Giovedì 27 Febbraio 2020 | 12:17

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Il «fine giustifica i mezzi» è la chiave con la quale analizzare gran parte delle strategie messe in campo da leader e partiti alla vigilia della seduta del Senato.

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A seguire, minuto per minuto, gli sviluppi di questa crisi anomala, per metà extraparlamentare e per l’altra parlamentare, viene in mente una massima attribuita a Nicolò Machiavelli in quell’opera, «Il Principe», che finalmente permise di considerare la politica una scienza. Il «fine giustifica i mezzi» è la chiave con la quale analizzare gran parte delle strategie messe in campo da leader e partiti alla vigilia della seduta del Senato. Ancora non sappiamo quello che dirà e cosa farà domani il premier Conte. Due le ipotesi più probabili. La prima: intervento in aula e colloquio al Colle per rassegnare le dimissioni con l’intento di preservare progetti di spendibilità futura nel ruolo di Presidente del Consiglio di un nuovo Governo o in quello di riserva repubblicana.

La seconda: intervento e poi attesa per il voto sulle diverse risoluzioni. Una di queste potrebbe essere presentata anche dai Cinque Stelle in modo da sancire la definitiva rottura del rapporto con Salvini o in alternativa per lasciare aperto qualche spiraglio (ormai molto sottile) alla ripresa del dialogo con il Carroccio. Ipotesi quest’ultima difficilmente realizzabile dopo la riunione ieri dei vertici del M5S con Grillo. Riunione al termine della quale Salvini è stato definito un “interlocutore non credibile”. Parole che fanno ricadere totalmente sul leader della Lega l’onere (specie mediatico) della spiegazione della rottura prima e del cambio di rotta a beneficio della riconciliazione poi. Uno degli argomenti che potrebbe essere usato da Salvini è quello della sicurezza del Paese, secondo il seguente teorema: su questa materia non possiamo permetterci discontinuità e quindi nell’interesse degli italiani è necessario andare avanti. Conte premier di un governo Pd e M5S se da un lato consentirebbe ai pentastellati di poter far affidamento su una figura di garanzia nella relazione con i democratici, considerati fino alla settimana scorsa avversari da combattere senza “se” e senza “ma”, dall’altro potrebbe rappresentare un ostacolo per il Pd che si troverebbe nell’imbarazzo di dover sostenere un Esecutivo guidato da una personalità sì stimata e apprezzata da tanti, ma interprete fino a ieri di politiche condivise con la Lega. Da qui la determinazione di Conte ad aprire un braccio di ferro con Salvini proprio sul dossier immigrazione, come dimostrano gli ultimi sviluppi della vicenda Open Arms. Un segnale di fumo non trascurabile mandato all’indirizzo della classe dirigente e degli elettori del Pd.

Chiarito quale potrebbe essere il “fine” del premier in carica e quali i possibili “mezzi” da utilizzare per perseguire gli obiettivi appena esposti, continuiamo la nostra analisi facendo altrettanto con i singoli partiti e leader politici. Cominciamo con i Cinque Stelle. Luigi Di Maio è stato finora più prudente di altri esponenti del Movimento. Non si è sbilanciato in prima persona. Ha seguito con attenzione il dibattito interno. Ha preso atto della volontà di molti parlamentari dei 5S di archiviare l’esperienza di Governo con la Lega per aprire una nuova stagione con il Pd e la sinistra. Il suo “fine” da un lato è quello di evitare la formazione di un Governo sovranista tra Lega e Fratelli d’Italia, possibile se si andasse a votare a fine ottobre, dall’altro è quello di massimizzare il momento di difficoltà politica del suo ex amico ed alleato. Se c’è un effetto dell’apertura della crisi da parte di Salvini, questo è l’aver passato nelle mani di Di Maio e dei Cinque Stelle una carta importante, quella della politica dei due forni. Dieci giorni fa era Salvini a poter ricorrere a questo strumento di pressione sul proprio alleato, avendo in piedi due percorsi alternativi: la prosecuzione del Governo con Di Maio o la rifondazione dell’edificio del centrodestra, sia pur a condizioni diverse dal passato e con leader di maggior appeal come Giorgia Meloni. A 24 ore dalla seduta del Senato è, invece, Di Maio a poter scegliere quale strada da intraprendere. Non è dato ancora sapere se il vertice di Bibbona con Grillo, Casaleggio, Fico e Di Battista è da considerarsi Cassazione o se è necessario consultare la base con un voto sulla piattaforma Rousseau prima della scelta definitiva.

Quanto a Salvini, egli farà di tutto per evitare di finire all’opposizione per i prossimi quattro anni. Il leader della Lega ha aperto la crisi nella convinzione che le urne sarebbero state a portata di mano. Il suo obiettivo era tradurre i consensi attribuiti dai sondaggi in voti reali, generando così i presupposti per la formazione di un Governo più omogeneo dal punto di vista politico e culturale. Il suo disegno però si è infranto con la formazione in Parlamento di una maggioranza (M5S-Pd e Leu) che ha deciso di accogliere la richiesta di comunicazioni al Senato del Premier, neutralizzando di fatto la mozione di sfiducia a Conte presentata dalla Lega e imprimendo alla gestione della crisi una direzione diversa. L’opzione numero uno è ancora oggi per Salvini quella delle elezioni, ma egli ha paura di non riuscire ad andare al voto nell’arco dei prossimi mesi. Per questo è scattata l’opzione numero due, ovvero il disegno di una riedizione del governo gialloverde con un nuovo premier, nuovi ministri e nuovo programma. La mossa a sorpresa di subordinare le elezioni all’approvazione della riforma della riduzione del numero dei parlamentari andava (o va?) in questa direzione. Una carta che, però, viene giocata contemporaneamente sia dal leader della Lega sia da Di Maio. Il riferimento in questo caso è al rapporto con il Pd (l’apertura di Renzi è avvenuta all’inizio proprio su questo terreno), sia pur a condizione di alcune modifiche della legge elettorale in senso proporzionale.

Veniamo ora al Pd. Il discorso in questo caso si fa anche più complesso. Da un lato c’è Franceschini che (non da ora) lavora ad un’alleanza con i Cinque Stelle, come dimostra la “maggioranza Ursula” che ha portato all’elezione di Sassoli alla guida del Parlamento europeo e della von Der Layen a quella della Commissione europea: serrata è stata ed è l’interlocuzione con il presidente della Camera Fico. Dall’altro c’è l’attivismo di Matteo Renzi che sta facendo di tutto per non diminuire la quantità di parlamentari a lui vicini. Contrari all’alleanza con i Cinque Stelle sono Gentiloni e Calenda. Il segretario Zingaretti è, invece, molto prudente. La sua posizione è lineare: se ci sono le condizioni per un Governo di legislatura con i Cinque Stelle e forse anche con Forza Italia per un Esecutivo in grado di esprimere un’identità politica inclusiva, allora bene. Altrimenti, meglio le urne che consentirebbero a Zingaretti di eleggere senatori e deputati a lui più vicini. Mercoledì si riunirà la direzione e sapremo qualcosa di più. E, immaginiamo, di definitivo.

Forza Italia appare divisa in due. È spaccata tra chi intende costruire una prospettiva futura con Salvini e chi, anche per difesa del seggio, preferisce un Governo di legislatura con il Pd (il vecchio patto del Nazareno) e i Cinque Stelle. Posizione molto più chiara è quella di Fratelli d’Italia. Giorgia Meloni persegue un unico fine: quello della formazione di un Governo sovranista insieme con la Lega. Tutti i mezzi a sua disposizione sono orientati solo in questa direzione.
Il capo dello Stato, se Conte si dimettesse, avvierebbe subito le consultazioni al Quirinale per capire quali siano le posizioni ufficiali dei partiti e trarre così le dovute conclusioni. Qualunque decisione prenderanno i leader politici, occorrono però spiegazioni agli elettori dettagliate e articolate. Il primato di Machiavelli nell’era dei social e della politica pop comporta non pochi problemi. Anche da questo punto di vista.

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