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C'erano le grandi firme sui tasti di una volta

La mostra Piccoli tasti, grandi firme, a Ivrea fino al 31 dicembre, racconta l'epoca d'oro del giornalismo italiano

C'erano le grandi firme sui tasti di una volta

Si potrebbe cominciare con Benedetto Croce: «Se una pagina di giornale è degna di antologia, è cosa d’arte e non di giornalismo». A citarlo è l’italianista Sara Calderoni, che ripercorre le prove sui quotidiani di «giornalisti scrittori o scrittori giornalisti» quali Scerbanenco, Bassani, Arpino, Sciascia e Del Buono. Il testo è contenuto nel catalogo della mostra Piccoli tasti, grandi firme. L’epoca d’oro del giornalismo italiano (1950-1990), aperta fino al 31 dicembre nel museo civico «Pier Alessandro Garda» di Ivrea. L’esposizione piemontese e il volume per i tipi della Nave di Teseo (pagg. 195, euro 24,00) sono entrambi a cura di Luigi Mascheroni, giornalista culturale del «Giornale», docente alla Cattolica di Milano e «minuscolo editore» con il marchio «De Piante» votato a rarità e prose d’arte.

L’incipit crociano è troppo alato? Proviamo allora con uno stralcio dall’interno della professione. «Bello il mestiere del giornalista, un piede sull’Orient Express e in mano una coppa di champagne... Balle spaziali. Bello, piuttosto, il mestiere di sfangarsela ogni giorno, senza orario, sfasciando famiglia e amicizie, inseguendo lo scoop da trasmettere al volo, da scrivere come clandestini, da rileggere a noi stessi come cantori narcisi». La sintesi è di Tony Damascelli, firma dello Sport, che ha vissuto la coda delle stagioni auree della carta stampata. Piccoli tasti, grandi firme evoca quell’epoca attraverso fotografie ancora nitide, sapidi aneddoti e riproduzioni di prime pagine storiche. È il caso del «Messaggero» del 21 luglio 1969 - l’uomo sulla Luna - concepito dal grafico Piergiorgio Maoloni ed esposto al MoMA di New York (però anche il «Buongiorno Luna» della «Gazzetta» non era affatto male!).

Il catalogo riserva ancora gli interventi di Franco Contorbia, Stefano Salis e Vittorio Macioce. Il critico Mauro Gervasini scandaglia l’immagine del giornalismo nel nostro cinema, da Il caso Mattei di Francesco Rosi a Jep Gambardella di La grande bellezza, senza dimenticare il cronista flâneur Marcello Mastroianni in La dolce vita di Federico Fellini. Il lucano Giuseppe Lupo, romanziere e raffinato esperto di «letteratura industriale», dedica il suo contributo alla «leggerezza» e alla «rapidità» che Italo Calvino avrebbe iscritto tra le virtù nelle sue Lezioni americane degli anni ‘80, invero già presenti nella comunicazione Olivetti nei ‘50-60 del boom economico.

La mostra prende le mosse giusto dal 1950 in cui Adriano Olivetti brevetta la mitica Lettera 22. Un’indagine di mercato gli suggeriva di produrre una macchina per scrivere stabile e pesante. Bene - decise Olivetti - facciamone una che sia l’esatto contrario. Come dire? Foolish, mezzo secolo prima di Steve Jobs. La Lettera 22 resta il simbolo dello spirito controcorrente dell’imprenditore di Ivrea, il cui approccio visionario e pragmatico sarebbe stato decisivo anche nel disegno urbanistico della Matera post-svuotamento dei Sassi.

Piccoli tasti, grandi firme copre i decenni fino al 1990, quando nelle redazioni si passa dal «caldo» al «freddo», dal piombo dei caratteri mobili e delle linotype ai computer. Sembrò allora l’alba di una nuova era, di una riconversione-espansione industriale all’insegna delle magnifiche sorti e progressive 2.0. Invece era l’inizio di un tramonto non soltanto della forma-giornale, bensì del concetto stesso di «notizia», fino all’odierna deriva delle fake news, le fesserie spacciate per verità con scopi torbidi. Sia chiaro, il giornalismo non è finito né morirà finché vi sarà qualcuno capace di raccontare il mondo, vicino o lontano che sia, e lettori disposti ad attribuire un valore a quelle testimonianze.

Tuttavia il ritardo di editori e giornalisti nell’analisi delle dinamiche dell’informazione, che intanto s’intreccia ambiguamente con la comunicazione e lo spettacolo, ha fiaccato ogni risposta non rituale alla crisi della carta stampata. Il resto lo fanno i nuovi media, i social network e le modalità pubblicitarie insidiose, per esempio gli influencer che su Instagram si mostrano in un hotel o con un capo d’abbigliamento lasciando intendere che si tratti di una scelta «estetica» e non il frutto di un accordo commerciale, quale di fatto è.

Nessuno oggi può indicare con sicurezza un antidoto al declino, sebbene alcuni dati in controtendenza sulla diffusione delle testate in Francia, in Germania, negli Stati Uniti autorizzino a coltivare qualche speranza. Forse non tutto è perduto per la stampa, se sarà in grado di non demonizzare il web, e, anzi, di interagire con la rete senza farsene irretire. Del resto, Internet è ormai da due-tre generazioni semplicemente il mondo vissuto, per un ragazzo è «naturale» al pari della natura, se non di più. La scansione degli avvisi sulla home e il gesto di toccare il display degli smartphone centinaia di volte al giorno incidono sulla nozione di tempo e modificano l’antropologia culturale, con le conseguenze che vediamo all’opera tanto nella sfera privata (Perfetti sconosciuti) quanto in politica.

In tale polluzione di storie e frammenti, di tweet e immagini, sono in effetti messi a rischio il piacere-dovere del racconto, e d’altra parte la lettura, la riflessione, la comprensione. Ai tempi eroici del giornalismo, tutto era assai difficile e lento (che so, i pezzi si dettavano per telefono ai dimafonisti, scandendo lettera per lettera le parole «difficili»), ma i giornali erano più pensati e più creativi, più ambiziosi e più combattivi. Erano scritti, titolati e impaginati con cura ossessiva dall’ultimo praticante come da firme quali Buzzati, Cederna, Biagi, Bocca, Montanelli, Guareschi, Fallaci, Parise, Soldati, Pasolini, Brera, Viola. Sono i nomi che Mascheroni antologizza in una preziosa appendice, riproducendone testi famosi e le relative pagine.

Rivediamo in mostra Indro Montanelli con la macchina per scrivere sulle ginocchia, una foto attribuita a Fedele Toscani, il padre di Oliviero, e scattata nel 1943 (quindi non può essere una Lettera 22). L’icona per affinità elettiva richiama alla mente la battuta finale del film L’ultima minaccia (1952), con Humphrey Bogart nel ruolo del direttore al telefono dalla rotativa con il cattivo di turno: «Cos’è questo rumore?» - «È la stampa, bellezza. La stampa! E tu non ci puoi fare niente».

Un orgoglio vecchio stampo che abbiamo ritrovato di recente sullo schermo grazie a The Post di Steven Spielberg: «La stampa serve chi è governato, non chi governa». Non è uno slogan nostalgico, perché esprime un dato di fatto: il giornalismo «fa parte del sistema», eccome, ma il sistema di pesi e contrappesi, di poteri e di controllo, che garantisce l’equilibrio di una democrazia. Piccoli tasti, molto delicati.

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