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Le ambizioni del capitano le indecisioni del cavaliere

Questa condizione di pace e guerra dentro l’attuale alleanza di governo avrebbe potuto rianimare Silvio Berlusconi e Forza Italia

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Ormai è chiaro. Matteo Salvini si deciderà a staccare la spina al governo e alla legislatura solo quando i sondaggi gli faranno assaporare la quasi certezza di una vittoria elettorale leghista superiore al 40 per cento. Fino a quando il ministro dell’Interno non avrà la sensazione che questo traguardo sia a portata di mano, il Carroccio non arretrerà di un millimetro: avanti con Luigi Di Maio, nella speranza che siano i Cinque Stelle a commettere l’errore fatale dilaniandosi tra due o tre correnti interne.
Questa condizione di pace e guerra dentro l’attuale alleanza di governo avrebbe potuto rianimare Silvio Berlusconi e Forza Italia.

Ma il partito del Cavaliere sembra prigioniero di quelle dinamiche, di quei regolamenti di conti che scattano in automatico quando un impero sta per tramontare e non s’intravvede all’orizzonte un nuovo ordine in grado di sostituirlo senza particolari patemi d’animo.
Eppure Berlusconi aveva tutte le le opportunità per pianificare una linea di successione condivisa da tutti. Bastava solo che il delfino designato non fosse uccellato senza pietà all’indomani della nomination ufficiale. Invece, tutti gli eredi al trono indicati dal Sovrano hanno patito, da sùbito, una delegittimazione da togliere il fiato persino a uno spirito napoleonico.

In questa condotta improntata allo stop ad go nei confronti dei pupilli prima esaltati e poi mortificati, ha giocato un ruolo fondamentale la prorompente personalità di Berlusconi, che non ha mai concepito, neppure per sbaglio, l’idea di dover cedere il passo ad altri, dopo aver costruito in tre mesi (tra fine 1993 e inizio 1994) una formazione in grado di piazzarlo, quasi in tempo reale, alla guida del governo. Altri personaggi di spicco della Storia avevano provveduto con largo anticipo al collocamento e alla trasmissione della propria eredità politica. Basti pensare a un Winston Churchill (1874-1965) o a un Charles de Gaulle (1890-1979). Ma Berlusconi è Berlusconi. Per lui resta sempre valida quella frase di Enzo Biagi (1920-2007): «Se avesse avuto le tette, avrebbe voluto fare pure l’annunciatrice delle sue tv».
Cosicché, oggi, Forza Italia, che si era assunta il compito di capeggiare la rivoluzione liberale in Italia, rischia un declino inesorabile, con la prospettiva di farsi scavalcare anche da Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni in un’eventuale gara elettorale. Un finale di partita davvero triste per un uomo che aveva frequentato la scena mondiale per parecchi anni e che riusciva a fare da cerniera tra George Bush junior e Vladimir Putin. Un finale di partita reso ancora più triste dal fatto che la lunga giostra di eredi accoppati dal Principale ha allargato a dismisura l’elenco dei pretendenti al comando, col risultato (davvero stupefacente e paradossale) di trasformare un partito monarchico in un partito anarchico, dove tutti combattono contro tutti. Un partito opposto al partito di Matteo Salvini, nel quale persino il numero due, Giancarlo Giorgetti, deve calibrare le parole, pena un ruzzolone (senza reti di protezione) dall’Olimpo di Giove.

Qualcuno potrebbe essere indotto a pensare che il Cavaliere sia in preda alla logica (illogica) del cupio dissolvi o del Muoia Sansone con tutti i filistei. Ma non è così, né forse sarebbe così. Probabilmente Berlusconi è in piena paralisi decisionale perché non si rende conto che anche le stagioni politiche, come quelle meteorologiche, hanno un inizio e una fine, e che i capi politici somigliano ai fuoriclasse dello sport: guai a ritirarsi dalle arene fuori tempo massimo, si rischia di compromettere e di erodere tutto il patrimonio (politico e mediatico) accumulato in precedenza.
Sta di fatto che questa renitenza a lasciare il palcoscenico complica e rallenta tutti i progetti tesi a costruire una nuova formazione politica di centro, che pure sarebbe facilitata da un sistema elettorale in larga parte proporzionale. Invece. Per una ragione o per l’altra, i due maggiorenti in grado di dar vita a uno schieramento di centro sono, per motivi diversi, fuori gioco.

Berlusconi è out innanzitutto per ragioni anagrafiche, mentre Matteo Renzi è out per ragioni politiche: non ha finito ancora di scontare la pena per le sconfitte referendarie ed elettorali. Il che non lo aiuta, tuttora, nel progetto per la costruzione di una nuova casa di centro.
Ecco perché Salvini resiste più di Ulisse al canto delle sirene che lo invitano a navigare verso le elezioni anticipate. Cambierà rotta soltanto quando avrà la garanzia pressoché assoluta di poter mirare al colpo grosso della maggioranza assoluta dei seggi in Camera e Senato.

Solo che la politica contiene, specie in Italia, più trappole di una foresta africana. A furia di spostare sempre più in alto il trofeo da conquistare si rischia di non sfiorarlo quasi mai.

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