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Ma più i due soci litigano più si allontana l’ombra del voto

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Lega - 5 stelle una tregua fondata sugli equivoci

Luigi Di Maio (M5s), 31 anni, e Matteo Salvini (Lega), 45 anni

Spesso in politica i tempi sono più importanti dei programmi. Quasi certamente la storia della Prima Repubblica avrebbe preso un’altra direzione se Bettino Craxi (1934-2000), segretario del partito socialista, avesse staccato la spina alla legislatura nel 1991 anziché attenderne la fine naturale (1992). Craxi indugiò, pur essendosi verificate condizioni a lui favorevoli per il voto anticipato. Nel frattempo scattò l’inchiesta Mani Pulite, i cui effetti, per i partiti al governo, non tardarono a manifestarsi, innanzitutto sul piano elettorale.
I leader politici sono per natura ottimisti. Quando hanno il vento in poppa, sono convinti che la bonaccia durerà in eterno. D’altronde, se non fossero ottimisti, capi-partito e capi-corrente non farebbero il mestiere che fanno.

Ma la politica sfugge, addirittura più dell’economia, a tutti i tentativi di pianificazione umana. L’inatteso è sempre in agguato, mentre l’inevitabile a volte è evitabile. Ergo: molto meglio pentirsi per un’accelerazione non del tutto vantaggiosa che per una frenata che sa di ritirata.
È da quasi un anno che i sondaggi premiano la Lega salviniana, tanto da associarla a percentuali elettorali di poco inferiori al 40 per cento. Un altro condottiero, al posto di Matteo Salvini, forse avrebbe forzato la mano, con l’obiettivo di trasformare in seggi il potenziale elettorale attribuito al Carroccio dagli istituti demoscopici. Salvini, invece, ha preferito placare i bollenti spiriti (già in azione tra i suoi) per giurare eterna fedeltà al governo Conte. Si dice che Salvini volesse e voglia lucrare il massimo da una situazione di comodo: il potere vero a lui, capo della Lega; il potere formale a Giuseppe Conte, capo del governo; il potere apparente a Luigi Di Maio, guidatore, ma non padrone del M5S. Si dice anche che Salvini temesse le mosse del Colle, cioè di Sergio Mattarella, che avrebbe potuto mettersi di traverso di fronte alla richiesta di scioglimento delle Camere e, di coseguenza, mandare all’aria la manovra leghista.
Può essere. Può essere che questi timori di Salvini fossero ampiamente giustificati. Ma la politica è il campo del rischio. Non ci sono polizze assicurative, tanto meno garanzie assolute. Epperò, un politico che non rischia è come un tennista che non sa scendere a rete a raccogliere il punto: un tennista a metà.
Poteva pure accadere nei mesi scorsi che lo strappo di Salvini non provocasse la fine della legislatura, ma di sicuro quello strappo non avrebbe dovuto affrontare i problemi odierni, qualora il Capitano della Lega dovesse decidere di stracciare il contratto con Luigi Di Maio.

Fino alla scorsa primavera non si ipotizzava un riavvicinamento tra M5S e partito democratico, né si metteva in discussione, nel Movimento, la figura del capo politico Di Maio. Adesso, dopo il deludente (per il M5S) voto europeo a maggio, Di Maio non è più il dominus assoluto dei grillini, Fico e Di Battista premono per un fidanzamento con la sinistra e il grosso delle truppe pentastellate è disposto a mille soluzioni pur di salvare la legislatura e lo scranno parlamentare. Di conseguenza, se Salvini optasse per la rottura della maggioranza e piazzasse sul tavolo del Quirinale la richiesta di voto anticipato, probabilmente non riuscirebbe nel suo intento e si ritroverebbe a fronteggiare un governo tecnico, alternativo, sostenuto da tutti i «volenterosi» contrari al proprio ritorno a casa. Senza considerare, poi, i possibili sviluppi del Russia-gate che qualche grattacapo (eufemismo) stanno provocando al ministro dell’Interno.
«Vendi e pentiti», suggerivano molti grandi vecchi della Borsa ai neofiti del mercato azionario. Della serie: meglio accontentarsi sùbito del minimo garantito, anche a costo di dover pentirsi in caso di rialzo ulteriore dei titoli quotati, che perdere l’intera posta.

La raccomandazione per gli investimenti in Borsa potrebbe essere estesa anche all’attività politica, anche se, come abbiamo visto, la nomenklatura partitica è, tutta, refrattaria alle lezioni del passato, oltre che sorda alle sollecitazioni del presente.
Sta di fatto che oggi, nonostante il favore dei sondaggi, Salvini si ritrova per la prima volta sulla difensiva. Ha paura di rompere perché il M5S potrebbe accasarsi con Nicola Zingaretti. Ha paura di rompere perché Mattarella potrebbe benedire questa soluzione. Ha paura di rompere perché, anche in caso di elezioni anticipate, non sarebbe semplice, per lui, la fuoriuscita dallo stadio di isolamento, accresciutosi dopo la linea leghista sulle nomine in Europa. Ha paura di rompere perché l’inchiesta sui presunti fondi russi alla Lega potrebbe indurre gli altri a organizzare una mega-coalizione contro di lui.
Morale, sempre più paradossale. Più i due alleati (Di Maio e Salvini) litigano (praticamente su tutto, pure sulle virgole), più le elezioni si allontanano. Il che sarà l’ennesima prova dell’originalità della politica italiana, ma già adesso questa nuova dimostrazione di originalità viene pagata a caro prezzo: decisioni rinviate, investimenti congelati, governo senza molti margini di manovra, diffidenza da parte dei partner europei.
Intanto si avvicina l’ora della vera resa dei conti: la stesura della legge di bilancio, con il relativo braccio di ferro su Flat Tax, varie ed eventuali.
Crediamo che nessuno invidi Giuseppe Conte e soprattutto Giovanni Tria, ministro dell’economia.

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